Mecna: "Lungomare Paranoia". La recensione

Lungomare Paranoia” è il periodico arrivo dell’inverno nelle nostre cas(s)e, l’ultima pubblicazione di Mecna. Il MC foggiano ha intrapreso nel 2012, con “Disco Inverno”, un algido viaggio artistico alla scoperta dell’inverno, partendo dalla consapevolezza che il suo freddo riesce sempre a stupire, nonostante le decine di volte in cui ci si ha già avuto a che fare. La seguente tappa del viaggio è stata “Laska” nel 2015, un disco totalmente disconnesso dai classici canoni Hip Hop, con il merito di aver saputo utilizzare in modo consapevole le più delicate sonorità elettroniche. “Lungomare Paranoia” è l’ultima meta finora raggiunta, un ossimorico ma significativo incontro tra le onde e il vento di tramontana, che Mecna osserva e descrive dal lungomare a metà tra i due agenti.


 
Il disco si pone da subito come un’evoluzione naturale di “Laska”, da cui riprende i caratteri generali quali il concept, il tipo di retorica dei testi e le sonorità delicate ed eleganti. L’aspetto a cui vanno le mie lodi più sincere è quello prettamente musicale. Il lavoro svolto sugli sviluppi melodici è impeccabile: capita spesso, nel corso del disco, di apprezzare sequenze dall’impronta orchestrale, in cui gli strumenti escono dai più stretti paletti dei 4/4 e si fanno ascoltare nella loro totale potenzialità. Un particolare che mi è piaciuto molto è il grande utilizzo del vocoder, un aspetto il cui approfondimento era mia speranza sin dal primo ascolto dello scorso disco. Un altro elemento caratterizzante è l’autotune nelle frequentissime strofe cantate: personalmente trovo che sia stato usato con senno e moderazione, rendendo piacevole l’ascolto anche a chi, come il sottoscritto, non è solito apprezzare questa presenza. Dal punto di vista strumentale, come anticipato in precedenza, “Lungomare Paranoia” riprende “Laska”, presentando all’ascoltatore sonorità, per lo più, elettroniche, caratterizzate da atmosfere fredde, delicate e malinconiche; tuttavia, in alcuni brani, non mancano i richiami ad elementi più old school come i chop vocali e i campionamenti di jazz.


Foto di Mattia Buffoli
 
Per quanto riguarda i testi, la retorica è la solita, caratterizzata da immagini intime e continui richiami ad avvenimenti personalmente e privatamente vissuti da Mecna. Conclusivamente sulla parte letteraria del disco, oltre che a lodare la personalità che l’autore ci mette dentro, c’è ben poco da dire: non riesco però a capire se si tratti realmente un lato positivo, tenendo conto del fatto che è il terzo disco di Mecna da cui traggo questa conclusione.


Il mio giudizio finale, è che “Lungomare Paranoia” sia un disco molto maturo e preciso nella sua espressione, un seguito naturale di “Laska” che riprende i suoi elementi portanti e li evolve nel migliore dei modi; ma se da un lato questo processo evolutivo rende il disco una maturazione, dall’altro l’eccessiva vicinanza al lavoro precedente lo fa sembrare, in parte, una pubblicazione piuttosto scontata e poco innovativa (per quanto io sia convinto che, se il prodotto è uscito in questo modo, è senz’altro perché era giusto che uscisse in questo modo). Un altro difetto che ho trovato è l’eccessiva somiglianza tra gli elementi contenuti nei brani, che rischia di rendere l’ascolto ripetitivo e stancante per alcuni ascoltatori. Per il resto, ho trovato solo conferme della maturazione del MC foggiano, come faccio notare nel corso della recensione.

Scritto da Andrea “Voide” Percassi.