O'Iank dei Fuossera ci ha parlato di "Demodè"

 
Eccoci con le Interviste Scritte de lacasadelrap.com. Abbiamo approfittato della pubblicazione dell’album Demodè (Casa Lavica Records), disponibile dal 15 maggio 2017, per sottoporre qualche domanda a O'Iank in merito al terzo progetto discografico dei Fuossera. Probabilmente non tutti sanno che il collettivo campano della periferia nord di Napoli, prende il proprio nome da un gioco di parole inventato dallo stesso O'Iank sul soprannome di Piazza Tafuri di Piscinola, chiamata “o fuoss” e, dall’iniziale passione per il writing che accomuna O'Iank e Sir Fernandez (tra gli ideatori del brand Poesia Cruda), nasce anche la voglia di esprimersi in musica.
“Demodè” è un coacervo di collaborazioni che si materializzano in 17 tracce, un lavoro discografico che ha avuto una genesi di due anni e racchiude al suo interno diversi generi musicali: hip hop, funk, trap ed elettronica. L’album si configura come una provocazione ideologica e stilistica alla standardizzazione delle etichette della scena rap attuale. Un distacco consapevolmente spirituale dai target della moda in auge, che generano ridondanza e appiattimento non solo sonoro, ma soprattutto contenutistico. È la fusione delle atmosfere “Fuossera” con nuove sonorità senza abbandonare il background classic hip hop.
 

 
Il vostro album ha come titolo “Demodè”, aggettivo utilizzato per identificare ciò che è fuorimoda. L’album si pone come provocazione ideologica e stilistica alla standardizzazione musicale che sta investendo lo scenario rap. Cosa personalmente non apprezzate di questa standardizzazione? È un problema prettamente contenutistico o per lo più musicale-sonoro?
Solo ed esclusivamente contenutistico, l'uso delle sonorità trap non è un male, anzi, è comunque un evoluzione e invece e per quanto riguarda i testi si nota un passo indietro gigantesco.
 
Musicalmente cosa vi ha influenzato durante la scrittura dei brani? Avete qualche riferimento musicale (italiano o estero)?
Noi abbiamo sempre avuto vedute ampie su tutta la musica quindi riferimenti precisi non ne abbiamo, cerchiamo sempre di fare ciò che ci piace di più, poi forse dopo troviamo delle similitudini involontarie.
Nel periodo di produzione dell'album i dischi che ascoltavamo erano l'ultimo dei Puscifer, Run the Jewels 1 e 2, If You're Reading This It's Too Late di Drake, i Virus Syndacate con i quali poi abbiamo collaborato e altre cose ancora.
Quindi si può ben notare che non c'è solo un filone nei nostri ascolti.
 
Nello scenario rap italiano, ma soprattutto in quello napoletano, siete definiti un’istituzione; i vostri album non passano di certo inosservati, facendosi, questi ultimi, portatori di valori perduti e critiche ad una società allo sfacelo. Quanto ritenete che la vostra musica sia capace di entrare all’interno dei gruppi sociali e modificarli in meglio?
Siamo riusciti ad entrare in precedenza nel tessuto sociale, ragazzi dai 25 anni poi si sono legati molto ai nostri concetti e alla mentalità "Poesia Cruda" in generale.
Purtroppo la situazione è peggiorata, le nuove generazioni non cercano i contenuti nella musica ma solo l'ostentazione del potere e l'immagine alla moda.
I ragazzini dai 15 ai 20 anni non sono interessati a ciò che può migliorare questa società, per loro conta solo apparire vincenti a tutti i costi e ci riferiamo anche a molti della nuova scena italiana e Napoletana.
 
 
La traccia “Paure” feat. Max Dale, ritengo sia una delle canzoni che maggiormente rimangono impresse nell’ascoltatore. Un viaggio introspettivo, malinconico che trascina dentro il testo e lascia una catena di pensieri a susseguirsi nella mente che certamente non si può ignorare. In tutto ciò sorge in me una domanda, quali sono le vostre paure?
Il pezzo parla proprio delle nostre paure, è molto personale ma cerca comunque di suscitare una reazione nell'ascoltatore.
I problemi nelle relazioni sociali provengono soprattutto dalle paure che ognuno di noi ha, reagisci d'istinto per difenderti senza percepire che puoi ferire gli altri anche solo scappando.
 
Nel brano “Agonia” feat. Virus Syndicate troviamo una critica ad una società agonizzante che si rifugia come ultima sponda nelle droghe. Voi che rapporto avete con esse e soprattutto cosa pensate delle nuove droghe “fai da te” che stanno sbarcando tra i più giovani come la Purple Drank?
Non abbiamo un rapporto con le droghe, in passato abbiamo fumato marijuana ma è totalmente un altro discorso, oggi vendono la merda e forse non si riesce a capire che le cose vanno separate.
L'alcool si può tranquillamente considerare una droga anche più devastante dell'erba.
Questi mix con gli sciroppi che fanno oggi è l'istantanea della nuova generazione, è una roba che ti spacca il fegato e ti rende un coglione dalla testa ai piedi e nient'altro.
Sono le paure che portano le dipendenze i due argomenti sono molto vicini.
 
 
“Fuck the Police” l’ho percepito come brano molto attuale. Ritornello in inglese, testi molto diretti e dallo stile violento, tutto ciò accompagnato da una base abbastanza cupa, con tono polemico nei confronti di istituzioni che compaiono nei fatti di cronaca per i loro errori e per il così detto “grilletto facile”. Come è nato questo brano e quanto è corretta la mia impressione?
Diciamo che in primis è un esercizio / esperimento di stile, il rap è l'Hip Hop sono anche questo, c'è sempre molto di personale, ma logicamente proiettiamo lo sguardo verso quello che ci circonda.
Il ritornello è palesemente un remake di un jingle classico ispirato a “Blue suede shoes” di Elvis Presley.
Usato e strausato dai rappers oltreoceano.
È una specie di tributo.
 
Concludo con un’ultima riguardo i featuring. In quest’album avete avuto modo di collaborare con artisti nazionali e internazionali. Quale è stato il featuring che maggiormente avete apprezzato e quale vi ha divertito di più fare?
Sicuramente tutti perché sono tutti amici, ma se ne dobbiamo citare uno ci viene spontaneo dire Agonia con i Virus Syndacate, Manchester e Napoli sono lontane ma siamo riusciti ad avvicinarle in maniera sorprendente.


fotografie di Pino Miraglia.
 
Intervista a cura di Davide Buba