Ladies First #18: Paola Zukar e il Rap italiano

 
Tra le righe della nostra rubrica Ladies First, in questo nuovo appuntamento, vi proponiamo l’intervista che abbiamo realizzato con la collaborazione della Manager per antonomasia quando si parla di rap italiano, ovvero: Paola Zukar.

Dopo tante artiste, abbiamo ritenuto molto importante coinvolgere anche una figura come la sua. Lo abbiamo fatto approfittando della recente pubblicazione editoriale Rap - Una storia italiana, saggio edito per Baldini&Castoldi, disponibile dal 23 febbraio 2017 e scritto proprio dalla fondatrice di Big Picture Mngmnt, realtà che non ha bisogno di presentazioni quando si parla di rap italiano, avendo sotto contratto artisti come Marracash, Clementino e Fabri Fibra, di cui, gli ultimi due, in piena promozione con i loro album di prossima uscita, rispettivamente “Vulcano” e “Fenomeno”. Senza dimenticare che Marracash è ancora concentrato sul progetto “Santeria”, sforzo condiviso con Guè Pequeno, ma che ha già annunciato di essere al lavoro su un progetto solista che probabilmente uscirà entro l’anno e, Tommy Kuti anche lui operativo per il suo primo disco in major.
Amata, ma anche un po’ odiata nell’ambiente del rap game italiano, Paola è un autentico esempio di caparbietà, forza ed intelligenza applicate con determinazione al proprio talento naturale. Con una carriere più che invidiabile nell’ambiente musicale e con una visione internazionale sulle vicende della musica Hip Hop, il suo curriculum è pressoché impeccabile. Una parte di questa sua esperienza è raccontata, sempre dal suo punto di vista, nel libro Rap - Una storia italiana”, un viaggio riassunto in poco più di 270 pagine che raccolgono il suo primo contatto con la musica rap; la sua collaborazione con la fanzine Aelle (acronimo di Alleanza Latina) fondata a Genova da Claudio Brignole nel 1991; i suoi viaggi in America; Big Picture Mngmnt e i suoi artisti; il mercato musicale e la discografia italiana. Il tutto condito da osservazioni obiettive e qualche sfogo personale.



Per iniziare vorrei dare continuità ad una tua precedente intervista. Tu stessa nel libro ne riporti un passaggio, facendo riferimento all’articolo di Mattia Costioli pubblicato su Noisey.com nel 2015. Prima di arrivare ad analizzare quel contenuto specifico, sempre in quell’occasione dicesti: “Il rapporto con i media è difficile, perché la verità è che l’Italia il rap non lo vuole, e questa è un’affermazione più complessa di quanto sembri, così complessa che ci sto scrivendo un libro a riguardo. Ho pensato di chiamarlo “Occhio al rap - L’arte della sublimazione” e la mia esperienza in questo senso ha iniziato a formarsi quando mi è stata affidata la promozione degli artisti rap internazionali di Universal [...]”. Partirei da questo spunto per chiederti quanto hai impiegato a preparare il libro, quali esigenze ti hanno convinta a pubblicarlo in questo momento e come si è sviluppata la scelta del titolo definitivo?
Ho impiegato circa tre anni per scrivere questo libro. Devo ammettere che pensavo che sarebbe stato più semplice... È davvero complicato scrivere un libro che abbia davvero un senso e un filo logico, almeno per me che non sono scrittrice. L’idea è arrivata da Michele Dalai, il mio editore di Baldini&Castoldi: tempo fa mi aveva chiesto di raccontare il “dietro alle quinte” del rap italiano di questi dieci anni in cui ho lavorato attivamente in discografia. Anche gli artisti con cui collaboro mi hanno spronato a scrivere le nostre esperienze comuni e devo dire che poi, in modo molto naturale, il libro ha preso anche una deriva più generalista, oltre al rap che rimane comunque centrale rispetto a tutto il resto. Intendo dire che sì, tratta senz’altro di rap, ma in un’ottica più ampia, più contestualizzata in un mercato generalista. Alla fine, per questo motivo, ho semplificato il titolo in “Rap - Una storia italiana” e credo che riassuma davvero bene il contenuto.

Il primo capitolo del saggio lo hai intitolato “L’età dell’innocenza”. All’interno, tra le situazioni descritte, racconti le prime situazioni in cui sei entrata in contatto con il rap americano, attraverso single televisive e film, nel contesto urbano del tuo quartiere e della tua città: Genova. Le vicende che ti hanno porta ad occupati con professionalità dell’ambito musicale rap, descrivono un tuo percorso totalmente “self-made”. Qual è stato, in sintesi, il tuo cammino formativo tra il tradizionale percorso scolastico e le tue esperienze di vita, frutto dei tuoi interessi personali?
Ho letto sul web una frase che mi ha molto colpita di un professionista americano di risorse umane che dichiarava: “non seguite la vostra passione, bensì il vostro talento”. Credo davvero che questa frase sia vera nella stragrande maggioranza dei casi. Seguire la propria passione spesso è fuorviante o frustrante poiché non sempre si è ricambiati con la stessa intensità. Credo che il talento invece sia una certezza, una volta individuato veramente. Quindi, per quanto il mio cammino formativo sia stato davvero tradizionalmente italiano (istituto tecnico per il turismo, facoltà di pedagogia di Genova), poi sono sempre finita per imbattermi nella musica, nella sua promozione e diffusione. A 16 anni avevo fondato un fan club con una sua fanzine, tutto per posta e con le fotocopie in bianco e nero. La svolta vera verso il rap l’ho avuta iniziando a collaborare con Aelle, la rivista di cultura hip hop fondata da Claudio Brignole. Quella è stata la mia occasione. Ho conosciuto tante persone che sarebbero diventate poi fondamentali per il mio lavoro. Ho iniziato collaborando gratis e poi, assieme a Claudio, l’abbiamo trasformata in una fonte di guadagno, per noi e per tutti i nostri collaboratori.

Dato che ancora se ne sentono i postumi e, il fatto che ne hai trattato in modo ragionato nel libro e che ci sei stata due volte con il tuo team e Clementino, vorrei proporti una riflessione su Sanremo. Tu hai avuto l’occasione di partecipare a moltissimi meeting nazionali ed internazionali sulla musica, intesa sia come business che come occasione ricreativa. Se per il prossimo anno avessi tu l’incarico di seguire la direzione artistica del Festival, che tipologia di artisti porteresti sul palco e in che modo renderesti la kermesse una manifestazione concretamente incentrata sul settore professionale della musica?
Per me il Festival, così com’è adesso ha davvero poco senso. Mi meraviglio moltissimo del successo enorme ed indiscutibile che ha oggi dopo tutti questi anni, e non credo che nessuno pensi di trasformarlo davvero, visto che di per sé funziona. Mi spiace solo che sia una delle pochissime occasioni in cui in Italia si parla tanto di musica in tv e che non ne esistano praticamente altre (al di là degli Awards della FIMI e dei talent). Il mercato discografico italiano è piccolo rispetto al resto d’Europa e quindi non è facile far funzionare anche in tv una cosa che già di suo fatica ad andare oltre le solite kermesse standardizzate. Il palco di Sanremo è davvero difficile da affrontare perché quel pubblico mediamente non conosce il linguaggio del rap, per questo dico che per i rapper è quasi sempre inutile.



Veniamo a trattare uno dei temi centrali, anche per chi si trova dalla parte dell’intervistatore: giornalismo e rap, in questo caso online. “In rete solo piccole realtà | Che in pratica nemmeno esistono nella realtà | A cosa cazzo aspiri? | A te basta che respiri | A me basta che ti spari!”. La citazione a Fibra è doverosa perché la situazione (e ne siamo consapevoli) è proprio questa. Lo stesso Fibra trattò molto bene questo argomento nel sul “Dietrologia - I soldi non finiscono mai”. L’evoluzione dell’informazione sul web in merito al rap è passata dai primi forum ai blog, dai piccoli siti di news ai portali di approfondimento, fino all’attuale dispersione social. Dov’è che sbaglia nel proporre i suoi contenuti il sito di rap in Italia, secondo te?
È incredibile l’evoluzione che il rap ha avuto, tra artisti e produttori, negli ultimi dieci anni... Intendo anche a livello di numeri, oggettivamente. Non si può dire che questa tendenza sia stata seguita anche dai media che lo avrebbero dovuto rappresentare, raccontare e spiegare. Credo che lo “sbaglio”, se così si può dire, sia nell’essere sempre stati troppo autoreferenziali, aver sempre cercato di compiacere una fan-base già esistente ed altamente critica, piuttosto che andare oltre gli stretti confini di chi determinate cose, tra l’altro, le sa già. Inoltre non è facile creare un lavoro e degli stipendi da una passione e da un talento, ma credo che ad un certo punto sia indispensabile per ovviare a dei limiti di crescita che altrimenti diventano invalidanti.   

Altro aspetto interessante, disseminato durante il testo, sono i riferimenti ai compensi e alle percentuali (il più delle volte incerte) che fai in merito ai tuoi lavori precedenti e alle dinamiche legate alla musica, tra streaming, visualizzazioni e team di supporto dell’artista. Parlare di musica e di retribuzioni legate alle professioni che ruotano attorno a questo settore è ancora un argomento tabù. In questo caso c’è più trasparenza nella Pubblica Amministrazione, paradossale! Spesso questa domanda rimane celata nei confronti degli artisti, ma approfittando della tua esperienza, cosa ci puoi rispondere alla fatidica domanda: gli artisti possono vivere di sola musica? Come si pagano affitto e bollette?
In Italia c’è una scarsissima propensione all’imprenditoria, è un dato di fatto. Le ragioni di questo nostro limite sono politiche, burocratiche, amministrative, ma anche storiche e strutturali. Eppure questa cosa sorprende perché cozza completamente con la nostra creatività, originalità e il nostro estro. In ogni caso, non sarei in grado di rispondere ad una domanda così articolata in poche righe. Posso solo dire che i tentativi seri di ingresso in un mercato molto spesso vengono ripagati, non bisogna lasciarsi scoraggiare da qualche cantonata e bisogna aver ben chiaro i propri obbiettivi e una certa professionalità di base. Oggi ci sono molti modi per tentare di mettere in piedi con pochi rischi economici una piccola attività che possa crescere, secondo me. Ma occorre davvero avere le idee chiare ed avere almeno le competenze di base per poterlo fare. Anche in campo artistico.

Dedichi un intero capitolo al fatto che “L’Italia non vuole il rap” ed argomenti con ragione tutti gli aspetti discriminati che vanno dai giornali alle tv, passando per le radio. Questa frase la riporti spesso, eppure io la trovo un’affermazione non del tutto corretta, perché il pubblico sta dimostrando, probabilmente più che mai, un certo attaccamento al rap e alle sue iniziative. Lo fa accumulando visualizzazioni YouTube, ma anche attraverso l’acquisto dei dischi e portando in classifica FIMI e iTunes lavori solo distribuiti da major o completamente indipendenti. Oltre a questo i ragazzi affollano instore e street store, ma soprattutto fanno registrare sold out in più date nelle maggiori città e ottime risposte anche nelle restanti dello stivale. La verità sta nel mezzo? Cosa ne pensi?
Hai fatto bene a fare questa domanda, così posso spiegarmi meglio. Non mi riferivo al pubblico che apprezza già il rap e che è tanto, rumoroso (in senso positivo ovviamente), esigente, curioso... Mi riferivo sempre a chi gravita attorno al mondo musicale ma spesso ostracizza il rap, lo valuta come meno interessante rispetto alla musica tradizionale italiana. Avremmo avuto un pubblico più ampio e consapevole se i mezzi di comunicazione, specializzati e non, avessero raccontato meglio e più approfonditamente la nostra scena?



All’interno del libro, hai giustamente deciso di ritagliare un piccolo di spazio, dedicandolo alla figura delle donne e al loro ruolo nel contesto professionale della musica. Ti sei focalizzata sulla parte manageriale e hai fatto qualche nome di rilievo in Italia come in America. Sinceramente mi aspettavo qualche riflessione in più, anche perché credo che su questo tema ci si possa davvero scrivere un libro formativo. Dato che la nostra redazione ha deciso di dedicare una rubrica a questo tema e che l’intervista rientra in questo spazio, ti chiedo: cosa ne pensi del panorama rap/urban italiano, anche in confronto a quello americano. Ritieni ci possano esserci margini di crescita e di un adeguato riconoscimento da parte del pubblico?
A livello numerico ci sono davvero pochissime donne nel mondo del rap, rispetto agli uomini. Anche in America la proporzione è favorevole ai maschi, ma ciò non significa che le donne siano meno adatte o meno portate... Un po’ come nel mondo tecnologico o matematico... Le donne non sono tante, ma ciò non dovrebbe scoraggiarci affatto perché le statistiche contano fino ad un certo punto. Ognuno ha le proprie competenze, capacità e talenti. Come scrivo nel libro, le ragazze hanno diverse capacità che agli uomini mancano e viceversa: sapere lavorare bene in team è senz’altro uno dei modi migliori per arrivare al successo. Il lavoro di un team composto da uomini e da donne credo sia qualitativamente migliore, perché può avere più punti di vista, più prospettive e più spessore. 

Il fulcro del tuo lavoro è chiaramente l’agenzia Big Picture Mngmnt. In che contesto di business si inserisce l’agenzia e, concretamente, di cosa si occupa per i suoi artisti? Quali prospettive credi possano proiettare con successo BPM verso il futuro della musica in Italia, ancora racchiuso in una sorta di limbo?
L’agenzia Big Picture Management è l’interfaccia tra gli artisti e le altre realtà professionali che ruotano attorno alla musica. Mi occupo di gestire le relazioni tra gli artisti e tutti i soggetti professionali che vogliono lavorare, collaborare, interagire con loro. Talvolta il contatto arriva da loro, altre volte da me: cerchiamo di sviluppare il miglior accordo possibile tra i differenti soggetti in modo da poterci garantire la più alta soddisfazione artistica e di sviluppo economico. Mantenere un ottimo equilibrio tra questi due aspetti differenti è la sfida più grande.

Chiuderei il cerchio delle domande “impegnate”, tornando al principio e alle tue parole: “ho avuto la possibilità di dire questa cosa - Lo scopo del mio lavoro è di rendere popolare un’elevata creatività e qualità - . Ecco, diciamo che il mio approccio al lavoro, la mia motivazione numero uno, è proprio riassunta in quella frase.”. Il roster Big Picture Mngmnt è compost da tre king riconosciuti e da un emergente con un background underground consolidato come Tommy Kuti. Utilizzando una sola parola, come aggettiveresti la personalità di ognuno di loro e come definiresti il lavoro che devi dedicare alle loro peculiarità artistiche?
È difficile trovare un aggettivo diverso per ognuno di loro... Vorrei invece rispondere con la cosa che li accomuna tutti e quattro, nonostante i diversi percorsi di vita che li hanno portati a svolgere questa attività: l’urgenza di voler dire qualcosa di significativo ed importante, che possa cambiare le cose e lasciare un segno. Forse a rileggere la risposta può sembrare riduttivo, ma credo invece che sia tantissimo. E che inoltre sia la cosa che più di ogni altra li possa mantenere attivi e rilevanti nel panorama musicale per molto tempo. Per me, quando si finiscono le cose da dire, è il caso di cambiare rotta.



In merito a questo, c’è un nome nuovo del panorama rap italiano che ti senti di fare e con il quale potresti collaborare in futuro?
Ci sono molti ragazzi giovani che ammiro e che si stanno facendo notare per le migliori ragioni, tra cui quella di cui sopra. Ghali, Rkomi, Sfera e anche altri, raccontano bene il loro momento storico e le loro idee. Non sarei però in grado di lavorare ad altro in questo momento, oltre agli artisti con cui già collaboro, perché le giornate sono di 24 ore e sono già pienissime. Altri management stanno facendo peraltro un ottimo lavoro, come il team di Ghali o Thaurus, Tanta Roba, ad esempio. Anche Machete è un collettivo che ammiro molto per come lavora e per come porta avanti il proprio discorso. Credo che le realtà professionali in Italia stiano crescendo tanto, al netto degli inevitabili scivoloni che tutti possiamo fare.

Prima di salutarci: di te, al di fuori di chi ti conosce personalmente, si sa davvero poco oltre all’aspetto manageriale e professionale. Chi è Paola Zukar donna e mamma?
Ho una figlia di 14 anni e una vita privata fatta di amicizie di lunghissima data. Mamme di altri ragazzi e ragazze dell’età di mia figlia che frequento non appena posso. Mi piace molto fare cose assieme a loro e ai ragazzi. Li trovo anche molto “istruttivi” ed interessanti per come vivono la loro età in questo 2017 fatto di cose nuove, di nuovi linguaggi e schemi inediti. La loro generazione è proprio interessante da osservare e da veder crescere. Mi piace viaggiare, leggere molti libri (in questo momento sto leggendo “Love Goes To Buildings On Fire” un libro sulla scena indie di New York degli anni ‘70 che ha fatto poi nascere il punk e l’hip hop, tra gli altri generi), vedere i documentari su Netflix (ci sono diversi capolavori, tipo “The Art Of Organized Noize” o “What Happened Miss Simone?”). Mi detesto per aver mollato quasi completamente lo sport, ma tutto purtroppo non si può fare. 

Per darti un po’ di respiro, Paola Zukar, quando non lavora, che musica ascolta per svago? Cosa c’è nella sua playlist Spotify/YouTube e che concerti segue dal vivo?
Già da diversi anni ascolto quasi esclusivamente musica rap. Non perché gli altri generi non mi piacciano (da quando ho iniziato a scegliere la mia musica, ho iniziato con gli Electric Light Orchestra, i Police, i Clash, i Supertramp, Prince, ecc ecc), ma proprio perché il tempo nella giornata è limitato. Le mie playlist in questo momento nascono con la musica di Beats1, la radio di Apple Music a cui mi sono abbonata e che mi sta regalando grandissime soddisfazioni!



Questi sono i principali aspetti che abbiamo ritenuto opportuno approfondire con Paola Zukar per capire meglio alcuni contenuti del suo libro “Rap - Una storia italiana”, disponibile per l’acquisto su Amazon e in tutte le librerie. Se ancora non lo avete letto, siamo convinti che questa intervista sia il giusto antipasto per mettervi l’acquolina in bocca.

Carlo e Cristiana LaFresh, anche per questo appuntamento, vi salutano, ma torneremo molto presto con altre novità dalla rubrica Ladies First!