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Kenrdrick Lamar: l’analisi di “The Blacker The Berry”

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Kendrick Lamar, dopo l’album “Good Kid, m.A.A.d.city”, ha conquistato tutti, dai più conservatori b-boy ai giovani ascoltatori di rap dell’ultima ora. Questo perché ha coniugato aspetti del nuovo e del vecchio rap. L’elemento che ha più colpito in quel disco, oltre alle sue abilità al microfono, è stato l’emergere dell’aspetto più umano del suo carattere, contrapponendosi così ai tipici gangster della west coast che hanno fatto la storia (Snoop Dogg, The Game, ecc.).

Successivamente, nella traccia “Control” di Big Sean, è venuto meno l’aspetto più tecnico, ma quello che diceva ha molto colpito: un rapper di Los Angeles che si proclama re di New York, anche se non c’è più la rivalità di un tempo, ha fatto parlare per mesi. Insomma K.Dot è un rapper che spesso fa parlare di se, non tanto per le sceneggiate che fa, ma per quello che dice.

Tralasciando il buon singolo “i”, è arrivata, secondo me, la meteora definitiva: “The Blacker The Berry”.

Attualmente, nel rap mainstream si ha successo se si punta al cuore: mi riferisco all’ultimo disco di J.Cole e all’impatto di Drake. Più parli dell’amore e dei sentimenti correlati, più la gente ti premia. Questo meccanismo ruffiano, non degno del vero rap, l’ho intravisto in “i”, ma finalmente nella sua nuova canzone si va oltre.

Kendrick, dopo aver conquistato la comunità nera, decide di svegliarla con questo pezzo, che è come una secchiata di acqua gelida dritta in faccia. Dopo le polemiche della brutalità della polizia bianca verso i neri, Kendrick ha pensato che fosse arrivato il momento giusto per dire la sua: tutta questa indignazione della comunità afroamericana verso queste vicende è una gigantesca ipocrisia e lo fa in una maniera pazzesca. E lo fa con la sua arma: la musica.
La genialità del pezzo a mio parere parte dal titolo: “The Blacker The Berry”, come il titolo di un romanzo di Wallace Thruman che tratta di razzismo. Forse la scelta di questo titolo è una citazione del verso dei Jungle Brother in “Black Woman”: con “The darker the berry, the sweeter the juice” (la mora più nera, è la più dolce) si riferivano al fatto che le donne nere sono le più dolci, ripreso poi anche da Tupac in “Keep Ya Head Up”. Un titolo del genere fa presagire una canzone in pieno supporto della propria comunità.

Sembra proprio così perché nelle prime due strofe tratta della giustificazione dell’aggressività dovuta al contesto sociale (“You made me a killer, emancipation of a real nigga“), ribadendo che la società e il sistema li perseguita, (“It’s evident that i’m irrelevant to society/…penitentiary would only hire me“) che non c’è realmente uguaglianza, ma viene solo sbandierata (“Reciprocation of freedom only live in your eyes“). All’inizio delle prime due strofe vengono ripetuti sempre gli stessi versi: “I’m the biggest hypocrite of 2015! Once I finish this, witnesses will convey just what I mean“, che tradotto significa “Sono la più grande ipocrisia del 2015, ma una volta finita la canzone sarai d’accordo con me”). Questo fa intendere che c’è qualcosa di più.

È l’ultimo verso la chiave di lettura dell’intera canzone. Dopo aver parlato di alcuni clichè della comunità nera conclude dicendo “So why did I weep when Trayvon Martin was in the street? When gang banging make me kill a nigga blacker than me? Hypocrite!“, che significa “Perchè ho pianto quando Trayvon morì? Quando le gang mi fanno uccidere persone più nere di me? Ipocrisia!”. Un climax ascendente, che carica l’ascoltatore con le solite giustificazioni per poi farle crollare nel finale.  L’ultima frase è quella che mette in discussione l’intera traccia, e ne fa assumere una connotazione molto più profonda di quella che inizialmente può sembrare. Giustamente, molti hanno paragonato la struttura di questa canzone a “I used to love H.E.R.” di Common, dove l’intero brano sembra che parli della bellezza della sua amata e alla fine si scopre che, in realtà, sta parlando del rap.

Io trovo che per un rapper con la sua esposizione affrontare una tematica del genere in questo specifico periodo sia una sfida alla sua comunità, ma penso che il reale obiettivo sia invece fare una riflessione. Credo che una canzone con una tale portata sociale non ci sia mai stata. Andare contro il classico discorso demagogico, ma esporre la propria idea, che a taluni potrà sembrare controcorrente, è solo per artisti che vedono la musica non come uno strumento per il proprio sfogo, ma come un invito alla riflessione, appunto. Paradossalmente, potrebbe essere un “Fight the Power 2.0” dei Public Enemy, vista da un’altra prospettiva. La canzone di Kendrick non esclude il razzismo, ma dice che l’indignazione verso la perdita di una vita dovrebbe essere uguale quando ci si uccide tra simili solo per qualche futile motivo, come può essere l’appartenenza ad una gang rivale, e che si è ipocriti quando si manifesta e si grida al razzismo. Io, non vivendo in America, non posso sapere dov’è la verità, ma certo è che il problema della violenza e dell’appartenenza alle gang della comunità afroamericana esiste, visto che gli afroamericani rappresentano circa il 35% delle gang. Questo pezzo, magari, non ha mostrato il lato più tecnico dell’artista, ma sicuramente è una canzone che rimarrà negli annali dell’Hip Hop e, penso, anche della musica. Con questo singolo, Kendrick Lamar ha riportato al centro l’essenza dell’Hip Hop. Come diceva KRS One: “Hip and Hop is more than music: Hip is the knowledge, Hop is the movement. Hip and Hop is intelligent movement“.

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Rapper, cantante, speaker radiofonico, sneakerhead e streetwear addicted, detentore della verità assoluta. Il tuo idolo vorrebbe essere me.
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