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Intervista

Fabio Germani

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Intervista a cura di Stefano “Stephaz” Pistore

Chi è Fabio Germani? Fabio Germani è un giornalista romano, attualmente caporedattore di T-Mag, magazine dell’istituto di ricerca Tecnè. Nel tempo libero ama dedicarsi al rap e alla cultura hip hop, passione che di recente si è concretizzata con la scrittura dell’ebook intitolato “RAP. Viaggio nella generazione hip hop”, pubblicato per la casa editrice 40k del gruppo Bookrepublic.
Ho letto con piacere l’ebook e visto il contenuto politico-sociologico ho pensato fosse più interessante approfondire il pensiero di Germani e rivolgergli qualche domanda, piuttosto di una semplice recensione del libro. Buona lettura!

Ciao Fabio e benvenuto fra le righe de LaCasaDelRap.Com. Ad introdurti ci ho pensato io quindi parto diretto con le domande che contano. Domanda di rito: perché hai sentito l’esigenza di dedicare parte del tuo tempo alla scrittura di questo libro e quali erano gli intenti iniziali? A chi desideravi e desideri arrivare?
Ti confido subito una cosa: all’inizio non mi sono posto troppo il problema. Ho sempre considerato questo libro un progetto personale, un modo per schiarirmi le idee anche, al punto da non avere un preciso target di riferimento. Dici bene, però: la mia è stata un’esigenza. Tolta qualche rara eccezione, quasi mai in Italia l’argomento è stato trattato come io avrei voluto leggere. Quanto si trova in giro è spesso qualcosa di enciclopedico, una rassegna più o meno fugace dei principali artisti hip hop. E a me non interessava riproporre uno schema trito e ritrito. Dunque la mia passione per la musica, cominciata diversi anni fa, necessitava di vedere colmata quella che per me era una lacuna. Volevo raccontare la generazione hip hop, appunto. Più andavo avanti nel lavoro e più pensavo che un pubblico quasi ignaro della materia o giovane, alle primissime armi, fosse il più adatto a cui rivolgermi. Poi, confrontandomi con gli amici che leggevano le prime bozze, mi sono accorto che gli spunti per riflettere insieme venivano a galla. A conti fatti credo sia una lettura consigliabile a chiunque. Che possa piacere o meno è un altro paio di maniche, ovviamente.

Tra le primissime citazioni compaiono i nomi di Wallace e Costello con riferimento al libro “Il rap spiegato ai bianchi. Non azzardo paragoni, per ovvie ragioni letterarie, ma senza dubbio il tuo è un bello sforzo di sintesi. Un ottimo tentativo di inquadrare un genere musicale e il suo contenitore ad una grande fetta di lettori per cui fino a qualche anno fa l’unico rap usufruibile era quello passato a San Remo o quello di Sister Act 2. Oltre alla volontà di rendere le cose più chiare c’è però, forse, anche una voglia di rivincita, di rivalsa, nei confronti di un passato (neanche troppo lontano) in cui questa musica nel nostro Paese è stata snobbata e maltratta. Confermi questa analisi?
Se si osserva l’andamento del mercato discografico direi che la “rivincita” sia venuta da sé. Per quanto mi riguarda devo ammettere che l’intenzione di dire ai soloni della prima ora “visto? vi sbagliavate, non era una moda passeggera” è stata tanta. Detto questo, bisogna però fare le opportune distinzioni. Per molti l’opera di Wallace e Costello è superata, io non sono d’accordo. La trovo molto attuale, piuttosto: provate a sostituire i nomi citati in Il rap spiegato ai bianchi con quelli tra i più influenti di adesso e avrete ottenuto un risultato pressoché analogo, se si riesce a contestualizzarlo. Anche in Italia il rap è nato socialmente impegnato, senza scadere per questo nell’emulazione del modello statunitense. Derubricarlo all’epoca a qualcosa di effimero e velleitario è stato un grosso errore di valutazione sia da parte del pubblico sia da parte della critica, eppure ancora oggi c’è chi reagisce con malcelato stupore alla scoperta dei tuoi gusti musicali…

Il rap è un genere musicale sfacciato, forse il più sfacciato e ribelle di tutti. Rimanendo su Wallace e Costello, il titolo originale del loro libro è “Signifying Rapper”, a sua volta titolo di uno dei brani più noti di Schoolly D dove le strofe trovano spazio sul riff di “Kashmir” dei Led Zeppelin. In nessun altro genere musicale sarebbe stato possibile un atto del genere, per alcuni sicuramente arrogante. Lo studio di questo lato del rap non è molto presente nel libro, colgo dunque l’occasione per chiederti quanto questa sfacciataggine, questa arroganza, abbia inciso (e continua a incidere) sulla storia del rap (e dell’hip hop in generale) e sulla sua capacità di reinventarsi.
Incide tantissimo. Questlove, in una rubrica per il New York Magazine di cui parlo nel libro, spiega in maniera intelligente perché ostentare beni materiali nell’hip hop, la spasmodica ricerca del primato e tutto il resto siano il retaggio di un segmento sociale che costantemente ha dovuto lottare per qualcosa, per i diritti, per la libertà. Vale ancora oggi, eccome. Questlove, a tale proposito, fa notare che con il passare del tempo cambiano le priorità. Allora mutano scenari e prospettive. Un nome su tutti, almeno secondo me: Kanye West. Lui esula dal vecchio modello “gangsta” che, diciamolo francamente, è un po’ passato di moda. In compenso si è inventato un modo tutto suo di essere sbruffone e arrogante quanto basta per far parlare di sé. Talvolta rasenta l’isteria, ma non si discosta dal contesto culturale che, artisticamente parlando, lo ha partorito. E come Kanye West ce ne sono altri con la puzza sotto il naso, ma diversamente sfacciati.

L’aspetto più interessante dell’intero “viaggioè senz’altro lo sfondo onnipresente del contesto storico-culturale e socio-politico su cui si sviluppano le trame di questa cultura. E dopotutto, proprio nel caso del rap, non poteva essere diversamente, visti i legami che il genere stringe con il tessuto sociale di qualsiasi paese in cui prende forma. E se qualcuno pensava che il rap non fosse più capace di esprimere messaggi ecco che Kendrick Lamar pubblica un pezzo come “The Blacker The Berry” e zittisce tutti e tutto. Perché dunque, secondo te, c’è come una gara a voler sostenere a tutti i costi che un certo rap è morto? Senza accorgersi che in realtà tutto esiste, tutto è ancora a portata di mano, solo non è più in primo piano, è in terza, quarta fila. Bisogna scavare un po’ prima di trovare quello che più ci piace. Siamo soltanto più pigri o c’è dell’altro?
Credo che dipenda abbastanza dal consumo che ne facciamo delle cose e quindi, sì, siamo anche più pigri. Passiamo lunghi periodi ad accontentarci di quanto viene propinato, salvo essere costretti ad aprire gli occhi di nuovo, presto o tardi. Nel frattempo la musica attraversa le epoche e in giro c’è sempre un puro più puro dell’altro. Molti di coloro che dichiarano il rap e l’hip hop “morti” sono con ogni probabilità gli stessi che anni addietro li avevano sottovalutati. Poi arrivano Common e John Legend a ricordarci, mentre accettano il premio Oscar per Glory, che Selma “è ora”, solo che cambiano le latitudini, la geografia, i luoghi: oggi qualcosa si muove a Ferguson o a Honk Kong, ma anche sotto casa. Kendrick Lamar è uno dei più maturi e consapevoli artisti della sua generazione, quindi non deve sorprendere troppo. In i, per restare alle sue produzioni più recenti, il messaggio potrebbe essere letto in modi diversi. Bisogna scavare un po’ prima di trovare quello che più ci piace, ma non solo. Fuori dalla retorica del “volemose bene”, bisogna scavare parecchio prima di trovare quello che meglio parla di noi, dei nostri problemi e delle possibili soluzioni.

Restando sul brano di Lamar, la cosa interessante è notare come negli Stati Uniti un rapper possa davvero essere quella figura fastidiosa (e carismatica allo stesso tempo) in grado di coinvolgere l’opinione pubblica, di far riflettere con i propri testi. E questo non solo negli USA, insomma Youssoupha in Francia è ospite dei salotti televisivi nei talk politici. Qui in Italia per molto tempo se facevi rap politico facevi solo quello, era proibito parlare di altro. Ore le cose stanno cambiando, piano piano, molti autori stanno cercando un equilibrio. Però l’idea che un rapper non possa essere quella figura autorevole (come lo erano i cantautori italiani ad esempio) in grado di argomentare su alcuni temi c’è ancora, seppur in forma velata. C’è ancora il dubbio, il sospetto. Cosa pensi a riguardo? Cosa deve cambiare?
Forse, però, mai come in quest’ultimo periodo i rapper sono stati presenti nei talk show. Ci sono anche delle esigenze “televisive” per cui alcuni di loro partecipano in certi programmi anziché in altri. E questo dimostra quanto il pubblico italiano sia ingessato, ma la domanda è: lo è davvero o sono gli autori a considerare l’audience a compartimenti stagni? Dall’altro lato, sono d’accordo con te, c’è ancora molta diffidenza. E qui sarò impopolare, ma un po’ è responsabilità degli stessi rapper, penso ai più famosi. Non tutti, intendiamoci. Se è per questo le presenze nei salotti televisivi, proprio perché rare, risultano il più delle volte pretestuose e studiate per fare rumore. Quello che sto cercando di dire è che non c’è stato, a mio avviso, un autentico salto di qualità negli anni del “boom” del rap italiano, non tanto nella scelta dei temi quanto nelle modalità. C’è vita oltre Giovanardi e vale la pena raccontarla. Soffermarsi su bersagli “facili” rischia di rivelarsi, in questo senso, una perdita di tempo, tipo i comici che nel 2015 ancora ripetono la solita battuta sulla statura di Brunetta che non fa più ridere. Si buttano via secondi preziosi, spendibili magari per rime più accurate o che spieghino meglio una condizione di disagio. Era una prerogativa dei nostri rapper, ora lo è meno – secondo me – perché influenzati dal mood che noi, tutti insieme, contribuiamo ad alimentare. A volte ci incazziamo per dei motivi sacrosanti, ma sposiamo le cause sbagliate. Così anche i rapper si lasciano trasportare dal clima, quando sarebbero molto più credibili se raccontassero quanto osservano con i loro occhi. Ripeto: è una riflessione a voce alta e non voglio generalizzare. Ma un rapper era uno che si distingueva dalla massa per sensibilità e dialettica, per capacità di capire la realtà attorno a noi, oggi, in diversi casi, potrebbe esserlo chiunque su Facebook. E quando li invitano a parlare in tv è per rinfacciare loro un’ abbondante dose di qualunquismo…

In tutto il libro questo parallelismo tra rap USA e rap italiano è sempre presente. In Italia siamo chiaramente indietro in molte cose, su tutto nell’organizzazione. Basta vedere il numero di live e la loro affluenza. Impossibile quindi seguire il trend statunitense e pensare che quanto avviene oltreoceano si materializzi da lì a poco anche in Italia. Tenendo presente questo divario, qual è secondo te lo scenario prossimo riservato a questa musica in Italia.
Quando l’ho chiesto io a rapper e produttori della scena romana ho ricevuto risposte in contraddizione. Chi la vede male e chi ritiene il momento una sorta di seconda “golden age”. Proprio alla luce della mia esperienza, dei discorsi affrontati, provo a mettermi nel mezzo. Immagino che la quota di mercato sia destinata a crescere ancora, anche perché online si scovano produzioni interessanti che saranno il trampolino di lancio per tanti esordienti. Temo, però, che tra non molto possa verificarsi un appiattimento in quanto l’offerta, sempre più vasta, sarà mirata a far quadrare i conti e a compiacere un target stratificato. Negli Stati Uniti è già successo, è normale, è fisiologico. Così torniamo al discorso di prima: spetterà al pubblico, si presume ormai maturo, far emergere chi davvero è meritevole. Per quanto riguarda i live e gli eventi in generale, qualcosa si sta muovendo pure in Italia. Quindi mi aspetterei un’ulteriore partecipazione. Anzi, mi stupirei del contrario.

Nel libro parli poco del rapporto che quotidianamente hai con il rap o con l’hip hop. È più uno spiegare il ruolo che questa musica e la sua cultura di appartenenza hanno avuto nella tua vita. E anche se qualcosa trapela, lasci poco spazio ai tuoi gusti musicali. Visto che siamo su #LCDR voglio farti sfogare. Tre dischi rap (di qualsiasi provenienza) che ti hanno segnato per sempre e perché. Hai carta bianca.
Tre sono pochi, in realtà, ma qui mi limiterò ai più significativi. Partirei, senza alcun dubbio, da Ready To Die di Notorious B.I.G. L’ho ascoltato una prima volta, una seconda, una terza e così via e ho capito che il rap è sul serio una nobile arte, altro che musica per ragazzini. Poi Reasonable Doubt di JAY Z. Quel disco è incredibile per come JAY Z incarna la cultura hip hop e l’associa al business. In Reasonable Doubt JAY Z non spiega soltanto chi è, ma anticipa soprattutto chi sarà: fantastico. Infine Like Water For Chocolate di Common, al di là del fatto che Common l’adoro. Dentro c’è l’essenza, musicale e dialettica, della cultura hip hop. Ce ne sarebbe un quarto a cui sono molto legato: The College Dropout di Kanye West. La sua è stata una rivoluzione stilistica, in quella fase. Comunque, di norma, preferisco dedicarmi alle sonorità più underground. Tra i “giovani”, diciamo così, reputo Kendrick Lamar, Joey Badass e J. Cole il top. E occhio a Bishop Nehru…

Hai mai provato a fare il rapper? O il writer, il dj, il breaker? Insomma a vivere l’hip hop ancora più da vicino, quasi da protagonista nelle sue evoluzioni?
Il rapper no, ma ho provato a scrivere qualche barra. Per mia fortuna ho presto capito che non era il caso continuare. Ho cominciato un percorso da dj, anni fa, ma ho in seguito deciso di intraprendere tutt’altro. Ho studiato, e lo faccio ancora, per avere consapevolezza di ciò che ascolto. Non è la consapevolezza di cui parlava KRS-One, ma per il momento va bene così. Il lavoro che svolgo e le amicizie mi permettono di osservare l’hip hop da vicino. Ecco, sì, più che viverlo, lo osservo e lo studio. E ne scrivo o ne parlo. Per un anno ho condotto un programma settimanale su Supreme Radio, ora mi occupo della sezione blog della radio.

Visto che intervistare un vero giornalista qui a #LCDR è cosa abbastanza rara (o forse è proprio la prima volta) ne approfitto per farti una domanda totalmente fuori contesto ma di sicuro interesse. In questi giorni non si fa altro che parlare di investimenti sul digitale e sulla possibile crescita del settore. Senza entrare troppo nel tecnico, pensi che questi nuovi finanziamenti possano aiutare una volta per tutte l’informazione italiana che passa per la rete a sopravvivere meglio? E non mi riferisco soltanto a realtà piccole come la nostra ma anche a quelle più grandi. Proprio qualche giorno fa ho letto su Rivista Studio che perfino Il Post di Sofri (che conta circa 283mila visitatori unici al giorno) è ancora leggermente in perdita. Sarà possibile vedere dei cambiamenti a breve termine, contando che l’editoria mondiale è ormai rivolta verso questa direzione?
Bella domanda. Come hai sottolineato, o l’informazione è soprattutto online o rischia grosso. Tanti gruppi editoriali, in Italia e nel mondo, stanno sperimentando formule che rendano possibile un trasferimento di risorse dalla carta al digitale. Alcuni hanno già provveduto, con risultati soddisfacenti. Altri sono più indietro, ma la tendenza è quella. Nuovi investimenti sul digitale, che servono come il pane per il numero di posti di lavoro che genererebbero e per il contributo alla crescita economica, possono aiutare anche l’editoria a patto che incentivino sinergie tra diverse realtà. Altrimenti un giornale online che nasce “dal nulla” deve trovare la sua strada, individuare subito un modello di business che risponda alle proprie esigenze e che funzioni, essere innovativo e credibile. E, infine, anche incrociare le dita. L’esempio del Post vale a maggior ragione per altri casi, nonostante le somme investite in principio. Probabilmente non esiste, ancora, un modello “definitivo”, ma di certo fondare oggi un giornale di carta è quasi follia. Io stesso, da molto tempo, lavoro soprattutto online e ho pubblicato un ebook con una casa editrice specializzata. Come sarà andato questo esperimento lo saprò dire tra qualche mese.

Tornando al tuo libro. Pensi ci sarà un seguito dell’opera? Non so, ti piacerebbe ad esempio farne un documentario?
Penso proprio di sì, ho in mente altri due progetti paralleli. Al documentario non avevo pensato, ma mai dire mai… Magari insieme a voi de LaCasaDelRap, perché no?

Siamo ai saluti! Prenditi tutto lo spazio che desideri per fare un po’ di sana propaganda al tuo lavoro, per informare i lettori dove reperirlo e per rilasciare i tuoi contatti. Puoi anche dare sfogo alla tua immaginazione e scrivere un poesia. Anche qui, carta bianca.
La poesia meglio di no, lasciamola per una prossima occasione. Innanzitutto grazie mille a voi per lo spazio concesso, per me è stato un onore. Per il resto, l’ebook RAP. Viaggio nella generazione hip hop si può acquistare un po’ ovunque, Amazon, iTunes, Ibs, Bookrepublic, dove preferite insomma. Costa 1 euro e 99 centesimi, un paio di caffè pagati. Invece, per insultarmi o per scambiare quattro chiacchiere sull’argomento, o volendo anche altro, sono su Twitter (@fabiogermani), lì mi trovate di sicuro. Peace.

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