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Intervista

D-Ego Mania

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D-Ego Mania, benvenuto ne La Casa del Rap. Prima di cominciare a parlare del tuo disco, puoi spiegarci meglio chi è D-Ego Mania? Presentati al pubblico.
Ciao a tutti e grazie dello spazio dedicatomi. Il mio vero nome è Diego e D-EGO MANIA è nata dalla mia passione da bambino per Wrestlemania. Mi piaceva l’idea di trovare un nome d’arte legato profondamente sia al mio vero nome, che a un qualcosa connesso all’infanzia, l’unica parte della vita in cui si è davvero onesti. Non li ho mai capiti i rapper che si chiamano con nomi normalissimi nella realtà e che poi adottano nomi d’arte tipo “skorpion mega terminator”.

Definisci la tua musica “ignorante per gente di cultura”. Veniamo così a “Non è un Paese per Rapper”, il tuo secondo disco ufficiale, fuori per ThisPlay Urban. Cosa vuoi raccontarci per presentare al meglio il disco a chi lo ha già ascoltato e, soprattutto, per invogliare i lettori a recuperare il progetto, qualora non lo avessero ancora fatto? Ho letto sul tuo profilo Facebook che le lavorazioni sono durate 2 anni.
Mi piace chiamarla “musica ignorante per gente di cultura” perché ho sempre apprezzato gli artisti in grado di saper nascondere contenuti intelligenti all’interno di contenitori apparentemente stupidi. Mi piace essere volgare, mi piace essere cacofonico e mi piace sembrare più stupido di quello che sono; poi, se sono stato bravo e se uno è in grado di recepirle, mi piace nascondere pillole di “cultura” qui e lì. Il rischio di sembrare uno che si prende troppo sul serio è, dal mio punto di vista, inaccettabile. Si, ci sono voluti due anni scarsi. Ho preferito essere un “cantante” laureato con il disco in ritardo piuttosto che un rapper puntuale senza laurea.

Supportata dal video, la title track è piuttosto esplicita in merito al tuo pensiero sul rap in Italia. Facendo il gioco delle percentuali, quanto è ironico e quanto invece corrisponde alla realtà che conosci più da vicino? E se non è un paese per rapper, tu che ruolo vuoi ritagliarti con il tuo rap? Perché, sinceramente, ascoltando il disco mi hai un po’ confermato che questo non è un paese di rapper: nonostante siano in crescita le persone che lo fanno o provano a farlo, la qualità non ha gli stessi numeri.
Innanzitutto la title track è una citazione sperticata al film dei Cohen, così come il video, e, come Marracash aveva detto giustamente “è un paese per vecchi, il contrario del film dei Cohen”, mi sembra che anche la mia citazione “non è un paese per rapper” si presti bene. Non è un paese per rapper in quanto il Rap è arrivato in Italia come la Coca Cola o i Western di John Wayne: funzionava altrove e si sta cercando di trovare un equilibrio tra pop, rap e pseudo elettronica sperando che i 15enni non cambino gusti musicali nei prossimi anni. Non c’è il minimo substrato culturale. Ovviamente c’è chi sta conducendo la propria carriera con maggiore coerenza. Penso a Ghemon, a Fibra o allo stesso Marracash. Che ruolo vorrei avere io? Non ci penso. Non mi piace neppure definirmi “rapper”. Se quello che sto facendo si chiama rap mi sta bene, ma quello che mi preme è dare forma alle mie emozioni, che sia rap, hardcore o punk non mi interessa molto. Oggi mi esprimo così, ma magari domani sbatto la testa e scrivo “Non è un paese per neomelodici”.

Tra le tracce che ho senz’altro apprezzato di più c’è “Il volo”. L’utilizzo del distorsore vocale non è così brutale come in altri episodi ed il beat crea un mood davvero interessante. Il testo, che in prima battuta mi era sembrato semplice, l’ho trovato davvero accattivante e con una buona struttura. Un pezzo intimo: quanto ti rappresenta?
Sono contentissimo che tu mi dica questo. E’ il mio pezzo preferito del disco. Mi rappresenta al 100%. Sono riuscito a trasformare alcune delle mie paure e insicurezze in una canzone. Se canto è solo per riuscire a fare canzoni come quella.

Veniamo al lato produzioni. Il disco è interamente prodotto con il supporto di Luca FlexoLuke Mattei, con cui lavori da sempre. Come lavori con lui, soprattutto in studio? Quale approccio condividete? Aperta e chiusa parentesi, l’intro di “Troni” è molto bello! Mai pensato di affidarti ad altri beatmaker? Ad esempio: sei soddisfatto del beat di “Damn Arrow”? Personalmente è la produzione che più sto soffrendo.
Prima di tutto Luca è un fratello, ci conosciamo da quando avevamo 4 anni. Mi piace tantissimo lavorare con lui soprattutto perché lui non ascolta rap. Ho il terrore di lavorare con beatmaker troppo “infottati” con il rap. Mi sembra che facciano tutti, anche a livelli qualitativi altissimi, un po’ la stessa cosa. Ti faccio un esempio: tanti ragazzini si avvicinano al rap e sperano di avere un giorno una base da Don Joe; ecco, io certo che la vorrei una base da Don Joe, ma forse la vorrei prima da Battiato. “Damn Arrow” è un cazzeggio. Ci sta che non possa piacere. A me piaceva moltissimo perché mi ricorda un sacco il rumore delle scarpe da ginnastica sul parquet: sono malato di basket NBA. E grazie a Denso per la strofa: è un rapper che stimo moltissimo.

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A questo punto vorrei un tuo commento anche in merito al rapporto che hai avuto con Dj Telaviv per la finalizzazione del disco. Come avete lavorato e quale riscontro hai avuto da lui?
Dj Telaviv è un grande. Ho iniziato a collaborare con lui per un altro progetto. Mi sono trovato benissimo e anche lui si è dimostrato da subito entusiasta di lavorare al mio disco, in particolare grazie al brano del disco “Come le Pantofole”. Molti dei suggerimenti che rendono questo disco molto orecchiabile sono merito suo. Lo consiglio a chiunque: è un vero Professionista.

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“Cobain” è un altro pezzo interessante, in forte relazione con il concept del disco: “la musica è fallita, ascolti merda su YouTube”. Il ritornello è un bel trip ballabile. Ci parli un po’ del pezzo e ci spieghi brevemente da quale background musicale provieni, per quanto riguarda i gli ascolti?
“Cobain” è il primo brano che ho scritto per questo disco. Mi è piaciuto creare con Luca quella sonorità un po’ da rave party e legarci un concept che prendesse le distanze sia dall’ignoranza collettiva musicale che regna nel paese e sia che smitizzasse la divinizzazione ipocrita di tutti gli artisti scomparsi precocemente. L’italiano medio vuole la pena di morte per i pedofili salvo poi comprarsi tutti i dischi di Michael Jackson per spirito di solidarietà collettiva post-mortem. Sia io che Luca veniamo dal Crossover. Siamo cresciuti ascoltando i Rage Against The Machine. Io poi ad esempio sono presissimo da Johnny Cash. Si forse il Rap è proprio il genere che ascoltiamo di meno, ma, al momento, ci diverte moltissimo provare a farlo.

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Il disco è molto vario per quanto riguarda le tematiche e le atmosfere ricreate al suo interno, sono certamente un punto di forza, con alcuni spunti interessanti e, allo stesso tempo con altri meno. Volevo chiederti se ci saranno altri singoli estratti e stai già pensando ad un tour promozionale.
Il prossimo singolo estratto in vista dell’estate sarà sicuramente “Allegria” un pezzo volutamente frivolo che nasconde però, al proprio interno, un legame per me importante. Si, stiamo iniziando a mettere giù qualche data per mettere in circolo “l’ignoranza per gente di cultura”. Partiremo dalla metà di Maggio.

Ringraziandoti per la disponibilità dimostrata, nel salutarci, puoi ricordare ai nostri lettori dove acquistare “Non è un Paese per Rapper” e quali sono i canali per rimanere sempre informati sulla tua musica.
Per restare sintonizzati esiste la pagina Facebook D-EGO, il profilo twitter D-EGO MANIA e il canale youtube D-EGO MANIA OFFICIAL. Il disco è reperibile su tutti gli store digitali (Itunes, Google Play, Xbox Music) ed in copia fisica in edizione limitata dallo store di ThisPlay. Il disco è anche ascoltabile in streaming su Spotify. Ciao a Tutti! DM.

Intervista a cura di Jammai
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Rapper, cantante, speaker radiofonico, sneakerhead e streetwear addicted, detentore della verità assoluta. Il tuo idolo vorrebbe essere me.
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