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Intervista

Martin Basile: “Kalokagathia”

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Ciao Martin, benvenuto tra le righe de La Casa del Rap. Presentati per chi non dovesse conoscerti!
Ciao a tutti! Mi chiamo Martin, ho ventitré anni e sono un assiduo lettore de La casa del Rap (assiduo perché – e ci tengo a sottolinearlo – questa casa non è un albergo).

Partiamo dal tuo ultimo lavoro “Kalokagathia – Lato A”. Spiegaci: come ti è venuto in mente il concept del disco e come l’hai declinato attraverso l’intero disco?
“Kalokagathia” è l’incrocio di diverse esperienze che, in questa sede, probabilmente annoierebbero il lettore più determinato. Mi limiterò a snocciolarne un paio. Il 2013 è stato il mio “anno sabbatico” dal rap. L’album precedente, “Improvvisazioni Culinarie” (registrato tra 2011 e 2012) era qualcosa di veramente pazzoide, in cui rinnegavo tutto ciò che del rap mi fosse mai stato stretto (e non era poco). Fu recepito malissimo, dal pubblico e da me stesso. Da quel momento in poi, più facevo, più mi deludevo e sprofondavo nel dubbio. Così, salvo alcune cosette, decisi di dedicarmi ad altro: cinema e poesia (scrivevo sonetti in endecasillabi). Poi un giorno, senza impegno d’acquisto, mi trovai a scrivere “Affogarti nei fiori”. Era la primavera del 2014 e ai tempi ero impegnato sentimentalmente con Diandra (prima ancora che X Factor ci accoppiasse di nuovo, dopo esserci lasciati). Quella canzone, più che parlare di lei, raccontava di me, passando attraverso lei (e qua si potrebbe fare della facile ironia). “Ci volevi tu, altro che Gesù” ed ecco che improvvisamente era chiaro chi fossi, da dove venivo e dove volessi andare. Potevo tornare dai ragazzi della mia band e dire: ok, nessuno ha idea di cosa minchia abbiamo suonato fino ad oggi; è ora di cambiare (letteralmente) musica. Era il momento di tornare, con tutta una nuova consapevolezza, al suono di quando avevo iniziato: quello del vero hip hop (che per me significa J Dilla, Pete Rock, Nas, Erykah Badu, Common, D’Angelo, A Tribe Called Quest e compagnia bella). Da questo a farne un album poi è stato un attimo. L’ideale di perfezione umana per i greci era “kalos kai agathos”: bello e buono. “Kalokagathia” è la mia risposta alla domanda: come fare rap, nel 2015, con una maggiore ambizione e consapevolezza artistica (buono), senza tradirne l’estetica (bello)?

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La tua scrittura è spesso impregnata di un certo citazionismo (Caproni, Hegel, Pasolini ma anche Squallor o Palahniuk); puoi spiegarci questa scelta? Quali sono le cose che più ti colpiscono e che, quindi, decidi di citare? Come scrivi, di solito?
All’interno di “Kalokagathia” convivono diversi registri stilistici. Il filone più consistente è quello di “Affogarti nei fiori” e “Anche se”, ancora più presente nel lato B. Si tratta di una fase influenzata dai miei studi umanistici. Non ho mai apprezzato particolarmente il vocabolario del rap: non sono il tipo che, lo incontri per strada e, yo bellazzio, comebbutta man. Ma, scartato quello, le opzioni rimanenti erano pressoché infinite. Quindi? Nel 1500, Pietro Bembo decretò quello che durante i secoli successivi sarebbe stato l’italiano scritto. Non inventò di sana pianta una nuova lingua, si ispirò semplicemente agli esempi di letteratura più alti che conoscesse. Allo stesso modo, io, nell’inventare un linguaggio alternativo per il rap, mi sono servito delle parole dei poeti, di quelle più vicine al mio ideale di “bello”. Per quanto riguarda il come, salvo rare eccezioni (e si sente la differenza), sono un sostenitore del labor limae: di solito impiego diversi mesi prima di trovare le idee, metterle in ordine e trasformarle in parole. Non scrivo mai per scrivere e basta. Prendo la penna solo quando, dopo averci riflettuto a fondo, sono convinto di potere attingere, con la giusta profondità, alle “parole non dette” (sempre per fare del citazionismo).

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Hai lavorato al disco insieme a tanti musicisti diversi. Puoi spiegarci com’è stato gestire tante teste all’interno di un solo lavoro? Avevi le idee chiare su cosa volevi o hai sperimentato?
A differenza del precedente album, che è tutto improvvisato, questa volta sì: avevo le idee chiare. La maggioranza dei musicisti con cui ho lavorato sono parte della mia band: Marco (basso elettrico e contrabbasso), Silvio (batteria), Enrico (chitarra elettrica e acustica); gli altri hanno comunque gusti affini ai miei. Per me il mestiere del musicista è lo stesso del regista: quando sono sul set di un cortometraggio, la mia attività di autore si vede soprattutto nel modo in cui dirigo le diverse personalità con cui sto collaborando in quel momento, portandole il più vicino possibile all’idea che ho in mente; lo stesso vale per la musica.

I cantati spesso aggiungono un tocco d’ironia ai pezzi. Chi li ha scritti?
I ritornelli sono opera mia. In generale c’è sempre molta ironia in quello che scrivo, ma, senza dubbio, nel rap sono più razionale. Nelle parti che assegno ai cantanti mi sbizzarrisco, proprio come sul set. Nel video di “Kalokagathia”, ad esempio, abbiamo fatto camminare Marco (il bassista) con un costume da Dante Alighieri, uno zaino in testa ed infilare la testa in un cespuglio; nel video di “Alluvione a Lourdes”, tra il pubblico di un teatro, abbiamo fatto accarezzare ad un ragazzo una scatola di cartone come se fosse un gatto. Da una parte c’è la volontà di esprimere più direttamente le emozioni, senza relegarle all’interno di strutture logiche a chiusura stagna, facendo o dicendo cose che apparentemente sembrerebbero assurde, ma che in fondo comunicano molto; dall’altro sono un sadico bastardo e ci godo a vedere gente che mentre canta si chiede, che cosa cazzo sto dicendo?

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Se il logos non ci tradisce, solitamente un “Lato A” implica un “Lato B”. Ci stai già lavorando?
“Lato B” e “Lato A” sono nati assieme. La scelta di dividerli è dovuta al fatto che tutto, dalla registrazione alla copertina, sia stato curato personalmente da me, senza l’ombra di un soldo. Dilazionare il lavoro in due tranche mi ha permesso di badare a cinque figli alla volta, anziché dieci. Il primo estratto dal “Lato B”, “Alluvione a Lourdes”, uscirà già questo maggio, accompagnato da un video che ho girato di recente in Veneto, grazie ad un premio vinto lo scorso autunno.

Grazie mille per la tua disponibiltà. Ricordaci dove seguirti e dove recuperare i tuoi lavori.
A chi fosse piaciuto “Kalokgathia – Lato A” consiglio di iscriversi alla newsletter (clicca QUI), per ricevere mp3 omaggio ed altre sorprese bellissime. Il mio sito è martinbasile.it, e mi trovate su Facebook e YouTube. Oltre i videoclip ufficiali e quelli delle performance dal vivo, sul canale stanno uscendo anche i primi episodi de “I retroscena di Kalokagathia”, in cui, assieme ai miei ragazzi, racconto la genesi dell’album.

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Rapper, cantante, speaker radiofonico, sneakerhead e streetwear addicted, detentore della verità assoluta. Il tuo idolo vorrebbe essere me.
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