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Intervista

Mellow Mood – “2 The World”

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2 The world è il gemello di Twinz, cosa distingue i due lavori e quale è, invece, il filo conduttore tra i due dischi? Era già prevista l’associazione tra i due album oppure l’idea è nata dopo la pubblicazione di Twinz? Cosa vi ha spinto a tornare nei negozi di dischi a soli dieci mesi dall’ultimo lavoro?
Quando nel 2013 avevamo esaurito il tour di Well Well Well ci siamo ritrovati con la voglia di fare un disco nuovo e una gran quantità di provini (più di venti in totale), e per un po’ abbiamo fantasticato sull’opportunità di far uscire un doppio album, che però ci è sembrato troppo ingombrante. Così d’accordo con Baldini e La Tempesta abbiamo scelto per un’uscita in due capitoli, da far uscire a meno di un anno di distanza. La cosa era pianificata dall’inizio: anche il fatto di aver pubblicato nel 2013 due singoli (Dig Dig Dig ed Extra Love) appartenenti uno ad un disco, uno all’altro, voleva anticipare un po’ questa cosa. Ovviamente poi 2 The World ha avuto dieci mesi di “gestazione” in più, ma sostanzialmente i due dischi sono parte dello stesso concetto.

La scelta delle collaborazioni prestigiose e internazionali si inserisce in un’ottica di promozione del vostro brand a livello globale?
Beh è inevitabile che suonando in giro per il mondo si incontrino artisti provenienti da altri Paesi e scatti la scintilla che ci porta a collaborare. Ma non parlerei di “promozione del brand” quanto di apertura di orizzonti.

A questo proposito, quando avete deciso di cantare in Patois? E’ stata una scelta stilistica oppure una decisione nell’ottica di una maggiore diffusione della propria musica?
Coi Mellow Mood non ci sono grosse pianificazioni promozionali della nostra musica, forse siamo un po’ ingenui da questo punto di vista. Abbiamo iniziato da subito a comporre in inglese, e successivamente in patwa, semplicemente perché quello era (ed è in gran parte ancora oggi) il reggae che ascoltavamo. In FVG non abbiamo avuto una scena reggae di veterani quando abbiamo iniziato a suonare, come invece è successo a Torino, Roma o in Salento. Avevamo il Rototom Sunsplash però: quindi era più facile andare ad ascoltare Sizzla che gli Africa Unite in un certo senso. Il patwa è la lingua che ci ha fatti innamorare del reggae e con quella ci confrontiamo tutt’ora.

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L’arma del cantanto in in patwa/inglese può essere a doppio taglio: ti dà maggiore visibilità e possibilità di successo internazionale, ma è difficile da realizzare e può renderti ridicolo se non padroneggi bene la lingua? La consigliereste a una band emergente italiana?
Direi che una volta che si è su Internet le barriere nazionali svaniscono, e per un ragazzo di Città del Messico o uno di Pordenone è ugualmente facile (o difficile) ascoltare la mia musica. È vero che l’inglese ed il patwa ci aiutano in questo, ma non abbiamo mai fatto scelte di marketing a riguardo ahaha! È solo che il reggae in patwa ci piace. Se uno è appassionato di opera, in che lingua la ascolta? Italiano (o tedesco), anche se nasce e cresce a Pechino.

Come avete imparato il dialetto giamaicano, soltanto ascoltando i dischi?
Beh ovviamente è una cosa che si deve studiare. Non meno studio di quanto serva per la batteria, le tastiere o qualsiasi altra cosa si voglia fare bene nella vita. Il patwa non è un inglese “sbagliato” o “ignorante”, ma una lingua creola con delle regole ben precise. C’è lo studio e c’è la pratica, ma soprattutto la passione.

Il vostro successo, anticipato dal caso Alborosie – e in Germania da quello di Gentleman – sembra aprire definitivamente le porte al reggae europeo nella Isla, è un progetto che avete da tempo oppure siete stati costretti a cercare altri mercati vista la crisi della discografia in Italia?
I giamaicani sono curiosi per natura, e sono contenti quando sentono qualcuno proveniente dall’Europa che condivide il loro amore per il reggae. Noi invece ci siamo innamorati della musica giamaicana, e ovviamente ci abbiamo sempre voluto andare. Se uno è appassionato di Federico II prima o poi a Castel Del Monte ci va, no?

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Quali sono, secondo voi, le nuove leve del reggae nostrano? Quali artisti stimate nel BelPaese?
La scena italiana è forte di ottimi artisti giovani. Ovviamente Forelock ed Andrew I sono a noi vicini anche per la militanza nel progetto Dubfiles di Paolo Baldini; ma oltre a loro anche KG Man e tanti altri. Mi è piaciuto molto l’ultimo disco di Lion D, thumbs up!

Quali sono i tre artisti più importanti nella vostra formazione musicale?
Oh, non riusciremmo mai a limitarci a tre soltanto. Dai, ti dico Rammstein, U2 e Slipknot: perché abbiamo capito che quella roba lì non la vogliamo fare.

Citate cinque dischi che hanno cambiato la storia della musica reggae
Eh, anche qui limitarci a 5 è dura. Exodus è un disco perfetto. È l’Abbey Road della musica in levare, gigantesco.

Cosa vi piace di più nell’interazione artistica con Paolo Baldini, cosa aggiunge al vostro suono?
Paolo è il sesto Mellow Mood. È il nostro architetto sonoro fin dall’inizio, ci ha sempre aiutati, spronati e consigliati in tutto quello che abbiamo fatto. È un genio a nostro parere, ed un buon amico; una persona meticolosa ed assolutamente competente, oltre ad un “workaholic” come noi… La sintonia è inevitabile!

Quali novità porterete ai concerti nel nuovo tour, a parte il batterista che noi conosciamo molto bene?
Arrivati al quarto disco ci possiamo permettere di avere materiale a sufficienza per strutturare un bel concerto pieno di “momenti”. La cosa che più ci piace è fare in modo che chi viene ai nostri concerti viva un percorso emotivo della durata di un’ora, un’ora e mezza. Non riusciremmo a fare pezzo/stop/pezzo/stop, cerchiamo di strutturare lo show come un unico viaggio.

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Date molta attenzione ai clip, che sembrano molto belli e curati, quanto è importante per voi investire nell’immagine e in un buon video?
Beh se la canzone è bella merita un bel vestito no?

A lavoro finito, c’è sempre qualche cosa che rifaresti. Quale brano del nuovo album registreresti nuovamente?
Direi che siamo soddisfatti di questo 2 The World. Poi ovviamente sentiamo che tutto quello che abbiamo fatto nel passato è – appunto – passato, e meriterebbe di essere lavorato di nuovo, da capo. Però meglio concentrarci sul futuro. Per ora ci concentreremo su questo lungo tour!

E’ ancora possibile vivere di musica in Italia?
Direi di sì, ma le cose sono molto cambiate negli ultimi anni. Non siamo più negli anni ’90, le vacche sono un bel po’ più magre ora… Probabilmente nessuno di noi comprerà una villa e gireremo sempre in utilitarie scassate. Ma l’idea di svegliarsi alla mattina sapendo di fare quello che più ci piace è gran parte del nostro stipendio.

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Classe '89, divoratore seriale di dischi e serie tv. Scrivo di rap per passione. Faccio l'hater per hobby.
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