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Intervista

Frank Siciliano, Dj Shocca, JM & Stokka: l’intervista

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22 luglio 2015, fa caldo, tanto.

Chi può, migra via da Milano in cerca di frescura, allontanandosi dall’interland e da questa gabbia d’acciaio e cemento. Per tutta risposta, io che dalla vita ci ho capito proprio tutto, mi dirigo verso Sesto San Giovanni tutto contento. No, non sono masochista. E’ che questa sera suona Frank Siciliano, accompagnato dalla maggior parte dei suoi compagni di scuderia.
La serata inizia con un ottimo Dj Set di Tsura e si apre, effettivamente, con un paio di cover di Frank Ocean eseguite da Alo, una vecchia conoscenza di stanza a Bologna e -soprattutto- una giovane e promettente voce del panorama italiano. Finalmente è il turno di Frank e del suo show: tra pezzi storici capaci d’entusiasmare gli spettatori e gli ospiti dall’alto livello artistico: Stokka, Ghemon, Mistaman, Johnny Marsiglia lo spettacolo fila liscissimo e, in men che non si dica, siamo tutti entusiasmati. Il tutto finisce presto, così da poter raggiungere il centro milanese abbastanza agilmente. Un piccolo flashback a qualche ora prima: finito il soundcheck, vengo gentilmente accompagnato verso l’angolo delle interviste.
Poco dopo inizio a chiacchierare con Frank Siciliano e alcuni della sua crew, ecco qua quanto n’è uscito fuori:

FrankSiciliano

Intanto benvenuto a LaCasaDelRap, com’è rito!
Molto lieto di esserci, ciao ragazzi!

Partiamo da una domanda molto inflazionata: Perché LUNA? Com’è nato l’acronimo e com’è nato il concept del disco?
Il concept del disco ruota intorno alla notte, il disco parte da qualche anno e avevo questa idea della notte. Ho iniziato a pensare a quale potesse essere il nome del disco e pensavo: “Okay, mi piacerebbe un nome corto, femminile, qualcosa che rappresenti la notte e che, possibilmente, sia anche l’acronimo di qualcos’altro”, ed è andata proprio così! Quasi in un sogno delirante poi abbiamo trovato LUNA che è diventato l’acronimo di “L’Ultima Notte Assieme” che, a secondo del proprio stato d’animo, può avere un’accezione sia positiva che negativa, volevo ci fosse una dualità nel nome del disco tanto quanto nei pezzi. Non sono qui in cattedra a dirti come gira il mondo, né sono qui per darti delle soluzioni ma solo per darti una visione che è alla base di come sono fatto io. Sapere come sei fatto tu mi aiuta ad aggiustare il tiro su quello che so io di quella cosa. La tua esperienza mi sembra molto più concreta di leggere qualcosa o di averla vista.

Le produzioni: il disco hai detto che è partito da qualche anno e suona molto classico…
Posso dirti che il disco suonerebbe così anche se uscisse oggi, le cose si sono evolute e anche i beat sono cambiati. Ci sono pezzi che ho scritto su uno, che ho provato su un altro e su un altro ancora, fino alla quarta che è stata la volta buona. La nostra idea è quella di fare un disco che non abbia età, tempo o che non sia possibile collocare in un periodo. Se ora facessi rap su una produzione trap, sapresti ricollocarla, mentre la nostra idea era proprio questa: non avere tempo, proprio come i pezzi nel disco. “Pelle, fumo e sogni” è il pezzo che si sbliancia di più, anche se credo copra un range abbastanza ampio di anni, visto che è una situazione che c’è ora, che c’era 10, 15, 20 anni fa e che penso ci sarà per un’altra decina d’anni visto l’andazzo che sta prendendo l’Italia (si ride). Nei pezzi non ci sono riferimenti temporali molto specifici, l’idea è di non essere facilmente collocabili.

Punti a diventare un classico? “Notte blu” può essere considerata uno dei classici del genere in Italia e pare punti sempre a quello. Ti vedremo mai su produzioni attuali?
Difficile che faccia un pezzo con certe sonorità
*arriva Shocca, che aggiunge: “Molto difficile, ragazzi”
Beh sai, non ho queste esigenze. Il non-scegliere determinati beat non vuol dire che manchi una volontà di evolvere; si può evolvere in tanti modi: dai contenuti alle modalità, ai suoni e dovendo scegliere farei più una cosa 70s, la band suonata e andrei più in quella direzione.

frank siciliano 2

Beh, è una cosa che sta tornando, almeno in Italia
Certo, noi c’abbiamo la passione per questa cosa, nonostante siamo ancora convinti che certe batterie degli anni 90 in America suonino come nulla ha più suonato, perché fatte in una certa maniera, ache nei dischi degli anni 70 ci sono cose irrangiugibili. Come in tutte le cose, poi, c’è un periodo in cui si vuole un suono secco, freddo e un periodo in cui si vuole l’opposto. Noi, forse, siamo sempre dall’altra parte del pendolo aspettando si ritorni dalla parte giusta (si ride)

Dov’è stato scritto il disco? Tu citi Bologna e mi chiedevo: tu frequenti la scena locale attivamente? O sei un outsider che ne prende solo le cose buone come, ad esempio, Alo?
Sono un po’ un outsider, probabilmente, e devo dire che è colpa mia se ho pochi scambi con la scena più giovane. Ci sono anche meno possibilità perché mi ricordo che quando giravamo noi -perché, cazzo, abbiam girato l’Italia ogni cazzo di week-end per andare alle jam, ai party, ai club, quando avevamo vent’anni, per conoscere- erano tutti molti attivi e reattivi con quel che gli capitava attorno ed erano anche curiosi di conoscere. A parte alcuni personaggi che non ti permettevano di entrare e capire, spero di non essere diventato uno di quelli, so che la mia vita è un po’ cambiata: ho tante cose da fare fuori dal mondo Hip Hop e doverlo forzare mi riesce difficile. Vado e quando ho carpito una cosa che non posso perdere, che sia giovane o meno, la prendo. Poi noi non siamo gente che si trattiene: se spacchi e ti possiamo dare un aiuto nei tuoi progetti, siamo qua. Se spacchi, siamo qua. Non a caso ho chiamato Alo con me e vedremo cosa succede.

A proposito di Bologna: tu sei stato anche dal Cassero per suonare al gaypride e ti volevo chiedere: nel rap, spesso forse per una questione d’estetica, pare ci sia una chiusura verso la comunità LGBT. C’è qualcosa che si può fare attivamente per compiere uno step avanti?
Secondo me nel rap non c’è tutta questa chiusura come si dice.

Forse qua in Italia non lo respiriamo troppo, però in America, per esempio è molto più forte
L’America è l’America. In America dicono anche “God bless” ogni 2×3, quindi capiamoci. In Italia, alla fine, non c’è tutta questa grandissima chiusura nel mondo Hip Hop -c’è stata- ma che cazzo gli vuoi dire a chi usa “frocio” come fosse un insulto? Non ho potuto suonare al Gay Pride ma ci sarei stato molto volentieri. Personalmente ho partecipato a molti gaypride in Italia, siamo il fanalino di coda in questa cosa qui ed è davvero vergognoso. C’è una montagna d’ignoranti e ti direi -di pancia- che questi ignoranti possono fare a meno di venire ai miei concerti, di ascoltare la mia musica, possono stare lontani dalla Unlimited e credo di poter parlare per tutti, però quando si presenterà l’occasione di suonare a favore di questa cosa volentieri. Questa sera non è il contesto più adatto ma mi ha chiamato la LILA (Lega Italiana per la Lotta all’AIDS -ndr) ed io ho acconsentito volentieri. Sono sensibile a questi argomenti e spero che il prossimo anno il Cassero mi richiami e di poter suonare davanti al pubblico bellissimo del gaypride!

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Una domanda a bruciapelo: c’è la traccia preferita? O sono tutte tue figlie?
Non potrei dirlo

Beh, ma una domanda è una domanda
Hai ragione. Beh, forse L.U.N.A. è una traccia che amo particolarmente, ma anche “l’uomo allo specchio” perché è un pezzo che sento davvero mio, scritto per me più che per gli altri. Sono in una fase d’amore arrivata dopo il disco, sono uno che ci pensa e ci ripensa e appena uscito ci ho fatto pace. Non cambierei tante cose, qualcosa sì, ma non tante.

Parliamo della serata di stasera: hai portato con te 3/4 della tua crew. Avete festeggiato recentemente i 10 anni di attività. Ti senti di tirare un bilancio? 
L’anno scorso ci siamo resi davvero conto, nonostante lo pensassimo un po’ tutti, che quello che abbiamo costruito è solido: abbiamo avuto la risposta dalla gente. L’anno scorso sono arrivati i risultati di tanti anni di duro lavoro: il muro è alto, è solido e ci sono delle porte in cui la gente può passare.

A proposito: il genere si è sdoganato e secondo te questo aiuta a creare un suono del rap italiano originale o siccome c’è troppo rap ovunque allora tutta la faccenda perde d’identità e di significato?
Negli ultimi due anni, se parliamo di suono in Italia, abbiamo fatto un’evoluzione e -forse è la natura stessa della società in cui viviamo- suoniamo come gli americani e tanto quanto. Se 20 anni fa avevamo le paranoie che i nostri beats non suonassero come gli americani, adesso le possibilità sono diverse e le differenze si sono assottigliate. Se parliamo di cultura Hip Hop, invece, non so se ha senso parlarne ancora. Le nuove generazioni non vivono quello che abbiamo vissuto noi quando abbiamo approcciato l’Hip Hop. Non vivono l’Hip Hop, ma il rap. E’ una cosa brutta? Una cosa bella? Non lo so, ma quest’è. Non ha senso stare legati a quella cosa lì perché quella cosa lì non è neanche nostra -se non in parte-. Era nostra ai tempi delle posse, forse, quando c’era qualcosa di significativo, di nostro e di vissuto. Adesso tutto si è un po’ allontanato. Noi ci sentiamo di aderire a quell’idea per cui l’Hip Hop è nata: dell’esigenza del writer o del breaker, del fare un certo percorso per arrivare lì. Guardiamoci in faccia: non è più così e non può essere più così. Chi è bravo e chi ha voglia di evolvere deve sapere cosa c’è stato, sta alle persone che si approcciano ora informarsi su ciò che è stato. Che ci debba essere un’evoluzione è una cosa necessaria. Poi sappiamo che quando il rap va di moda e diventa business allora poi il tutto viene snaturato. Sta ai ragazzi riprendersi certe cose, nonostante poi vada di moda prendersi certe cose e avere un certo tipo di suono. In Italia aspettiamo sempre che sia l’americano a farlo, perché se lo fa l’americano a riprendere i beats anni 90 allora noi lo rifacciamo. A noi in US c’è sempre piaciuto quel tipo di suono, abbiamo nuovi trick, nuove musiche, 15 anni di esperienza e la nostra bandierina c’è.
Interviene Shocca: Aggiungo che questo ciclico ritorno dell’Hip Hop a calcare le scene non sono sicuro che sia proprio positivo perché questa volta è entrato come un fenomeno di costume e tu dirai: “figata”. Certo, è bello avere ragazzini del liceo che ti ascoltano, ma qual è il problema? Il problema è lo showbusiness italiano, perché in America lo showbusiness si appropria e saccheggia l’Hip Hop, ma tante cose tradizionali nei talk show si sono un po’ hiphopizzate, qui lo showbusiness italiano divora, nel senso: non è l’Hip Hop ad hiphopizzare “Amici”, ma è “Amici” ad amicizzare l’Hip Hop e questo è il problema

Tu hai parlato di esigenze: ecco da dov’è nata quella di raccogliere i brani che sono diventati LUNA? Come ti ha influenzato la tua capacità di videomaker nel pensare il disco? Come nella scrittura?
Ho separato le due cose. Se avessi pensato da regista avrei dovuto fare un disco che poteva essere un film, che raccontasse una storia lunghissima, ci ho pensato ma ho preferito seguire le mie esigenze momentanee e scrivere di ciò che vivevo. Per questo ci ho messo tanto: non amo raccontare qualsiasi cosa della mia vita e di quello che vedo. Non sono uno che fa il tweet su qualsiasi cosa, non sono un’amante di queste mini-opinioni nonostante mi piaccia leggerle.

Sei un po’ della scuola di Umberto Eco? Mi pare viviamo in un’epoca del tutto-e-subito, che se una cosa si può fare allora va fatta. Tu scremi?
Sì, lo posso fare ma preferisco farlo con te al bar davanti a una birra piuttosto che con tutti e nessuno. Chi sono questi tutti che poi si sentiranno in dovere di rispondere? C’è un vero rapporto?

Come ti è venuto in mente di aggiungere la fiaschetta all’edizione deluxe del disco?
E’ perché siamo dei piccoli alcolizzati (ride). Io e Shocca cercavamo degli sponsor di vodka per fare questo tour, ne abbiamo trovati un paio ma non ci piacevano e abbiam detto “fa niente, viaggiamo con le nostre”. C’è un po’ d’ironia fra di noi, sulla nostra musica. E’ bello prendersi sul serio ma ci piace anche scherzare sulle nostre manie, sbevazzare ci piace e abbiamo pensato all’oggetto più fico e trasversale, che può piacere a un 15enne così come al 35enne. I tempi sono duri, sono stronzi e forse è meglio andare in disco o al club con una fiaschetta, visto quanto costano i drink

Ultima domanda: cosa hai ascoltato venendo qui?
Abbiamo ascoltato Radio24, in realtà. Abbiamo parlato di radio e ascoltato musica ma un po’ sparsa. Oggi c’era preso il trip di chi aveva rubato cose, tipo Robert Thicke e Marvin Gaye, o Zucchero e The Roots, chi ha rubato cosa. Abbiamo accennato a questa cosa delle radio commerciali che hanno un po’ rotto il cazzo con questo chiacchiericcio inutile; sfruttano gli ascoltatori e alla fine sono sempre loro che buttano dei temi del cazzo ogni giorno tipo “Oggi parliamo dei giochi che facevate da piccoli” e sfruttano gli ascoltatori che godono nell’avere 5 minuti di gloria mentre ci sono altre radio che propongono dei contenuti veri e proprio

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Sì, poi in Radio24 hanno Cruciani che addirittura insulta gli ascoltatori
Sì, lui è un personaggio trasversale ma, per esempio, c’è un programma di Ruggeri che fa dei piccoli flash di una mezz’oretta in cui approfondisce una piccola storia, dalla musica alla politica, e mi fa sentire un po’ più pieno. Non ho sempre voglia di alleggerirmi e sentire cazzate tutto il giorno. Poi c’è chi è bravo a farlo come La Pina, che ti tira dentro però c’è quello che finisce a dire “eh, la gnocca” e dici porcaputtana ancora?

Il tutto non finisce qua, in realtà, perché dopo l’intervista al buon Frank ho approfittato di tutti gli ospiti presenti al momento per intervistarli. Questo è quanto n’è uscito fuori!

Cominciamo dal fatto che è un po’ che non esce un tuo disco. Ci stai lavorando? 
Appena fatto, nel 2004, ho lasciato il tempo scorrere volutamente, avevo un sacco di richieste di beats nei dischi di altri, visto che il mio suono era il suono che andava per la maggiore. Come sai poi l’Hip Hop è celebre per le sue repentine evoluzioni, le cose vanno e tornano e in virtù di questo ho pensato di farlo uscire per il decennale, ma sono stato impegnato con la label. Ho sempre prodotto beats ma il tempo di dire “okay, mettiamoci sotto per farlo” ho sempre reputato non fosse sufficiente.

Però ci stai lavorando!
Sì, ma non ho una deadline precisa, voglio che esca naturale come al tempo, in cui era solo divertimento. Non voglio mettere dei paletti particolari perché altrimenti non verrebbe all’altezza del primo

Come scegli i tuoi ospiti? Come viene in mente il flash che ti fa dire: “E’ per lui”?
Ho provato a iniziare un beat pensando a un MC, ma non ha mai funzionato in virtù del mio modo di essere e produrre. Mi succede a metà, oppure quando inizia a prendere forma, se non alla fine allora dico: “cazzo, questo è per Johnny!”. Non mi succede mai a priori, perché voglio sempre tenere una finestra aperta. Lavorando con i campioni è il sample che ti guida sempre dove vuole lui. Sei tu che lo trovi e poi lui ti traghetta dove vuole. Con gli arrangiamenti completamente suonati è completamente diverso.

Tu sei uno di quelli che alle produzioni si riconosce. Come si è evoluto questo processo negli anni? Come ti sei reso originale?
Non è stata una cosa studiata a tavolino. Come la maggior parte delle cose che faccio riguardanti la mia musica, cerco di studiarle meno possibile perché voglio sia soltanto cuore, istinto, emozione. Vorrei dare un ritratto del momento e di quanto mi piace questa cosa, se dovessi pianificare le cose e tentare d’indirizzarle a priori allora perderei un po’ di quell’originalità, di quel modo di far suonare le cose, del campione che non deve essere marcio ma caldo, devastato ma non volutamente fino a degradare le cose. Come tanta musica di adesso iperpulita, dove si usa un beat-crasher e devasti. Devo trovare quei loop che mi diano quella sensazione da “eccolo qua, cazzo!”. Da lì si sviluppa tutto e deve essere un colpo di fulmine tra me e il vinile

C’è un genere che ti piace campionare di più ora, rispetto a prima?
Chiaramente i beats più classici e famosi che ho fatto si ispirano e attingono al soul. Con gli anni, facendolo tanto, ho cercato nuovi stimoli e potrei dirti il prog-rock italiano del quale sono orgoglioso perché non è stata una scena prolifica ma che ha segnato la musica di tutto il mondo. Quel suono oscuro, psichedelico, ma non troppo, anche astratto. Inoltre i brani durano molti minuti e puoi saccheggiare varie sezioni, farne il cazzo che vuoi. Un amore che mi è sempre rimasto poi è un certo tipo di Jazz che vira verso la fusion, senza essere troppo scolastico. Giri di piano meravigliosi, con accordi complessi e lì le cose sono più difficili da campionare perché è molto molto tecnico, con accordi molto pieni. Quando trovi un bel giro è una botta di culo e devi farlo. “Bolo by night RMX” è stato fatto così: ho preso uno dei giri più semplici

Concludendo: per stasera?
Siamo fomentati come delle merde. Questo caldo lo mandiamo a fanculo perché poi sarà ancora più caldo e morirò.

Continuiamo con Johnny Marsiglia

Cominciamo dal tuo ultimo disco: Come hai scritto “Fantastica Illusione”? Viene dopo “Orgoglio”, che è stato un ottimo biglietto da visita. Lo stacco si sente, come ci hai lavorato? 
Intanto va detto che con Joe abbiamo deciso di lavorarlo a stretto contatto, quindi lui è salito su per un annetto da me, all’epoca vivevo a Varese, e faceva i beats mentre io provavo le strofe. Ogni tanto, racconto questo piccolo aneddoto, mi manda questi messaggi vocali di pezzi che mi sono dimenticato o che non abbiamo usato, di robe che, siccome ne abbiamo fatte tante, non abbiamo usato.

Usciranno prima o poi questi pezzi?
C’è qualcosa di valido, probabilmente qualcosa la buttiamo fuori. La differenza con Orgoglio, che è stato un disco che abbiamo fatto a distanza, è che a Fantastica Illusione abbiamo cercato di dargli un concept, un capo e una coda. Dopo un annetto che il disco è fuori, ne siamo ancora contenti. Inizialmente qualcuno ha storto il naso, perché non è un disco diretto come Orgoglio. Ci ha dato più soddisfazioni, però, perché dopo un anno e mezzo stiamo continuando a chiudere date, portando il disco in giro. Abbiamo cercato d’introdurre quei suoni che ci ispiravano e ci influenzavano. Abbiamo seguito il nostro istinto e ci siamo lasciati guidare da quello che ci piaceva e ne siamo contenti. Alcuni dischi vanno ascoltati in determinati momenti, perché magari riesci a entrare meglio nel mood. Se vuoi fare festa non è proprio quello il disco adatto.

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Una domanda sui live: tu ultimamente hai girato con The Night Skinny e hai suonato assieme a gente come Lord Bean. Che effetto fa, per un appassionato del genere? Hai carpito qualche segreto per quel che riguarda la scrittura?
Sì, a parte che quando TNS mi ha proposto questa cosa e mi ha detto che ci sarebbe stato anche Bean è stato un onore. Come ben sai è uno di quelli che hanno fatto molto bene, in passato e comunque è una persona molto interessante. A volte siamo nel camerino, prima di suonare, e ti racconta delle storie o degli aneddoti, c’ha tantissime esperienze in tantissime cose. Sul palco, nonostante sia stato fermo per molto tempo, ci mette l’animo ed è molto pulito, megapreciso. Ci tengo a dire che un rapper forte dal vivo deve essere megapulito e megacomprensibile.

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Come sul disco
Esatto, non deve fare casino o sbraitare al microfono. Un rapper forte, dal vivo, ti rappa limpido tutto quello che fa. Per me Bean è uno di quelli che mi ha più sorpreso da questo punto di vista. Ma qual’era la domanda?

La domanda era: hai rubato qualcosa da Bean? Per la scrittura, magari
Ecco, ti dico una cosa: ce lo siamo anche detti, tra l’altro, che io e lui abbiamo un metodo di scrittura simile. Lui è uno a cui piace giocare con la tecnica, le rime interne e diciamo che nonostante lui abbia pubblicato la sua roba anni prima della mia, è possibile trovare un filo comune

State lavorando a un nuovo disco con Big Joe? O con Louis Dee?
In realtà ci sono un po’ di cose in cantiere: ho fatto un po’ di pezzi miei, un po’ di pezzi con Louis, un po’ di pezzi con Skinny, un po’ di pezzi da solo con Joe e ci sono un po’ di cose a cui sto lavorando. Non c’è nulla di concreto e non mi sbilancio, ma non sono fermo. Voglio fare un’altra roba che sia la giusta continuazione a quanto fatto finora.

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Pensi di staccarti da Joe? 
Sicuramente sarebbe una cosa stimolante. Negli anni ho conosciuto un sacco di gente e di producer con cui mi piacerebbe collaborare, poi con Joe c’è sempre un rapporto speciale. Quando vado in studio da lui, magari suona il piano o la batteria e mentre mette il basso io scrivo la strofa. C’è un modo di lavorare simbiotico su questa roba e mi troverò sempre benissimo con lui. Anche se farò qualcosa da solista, sicuramente ci sarà un altro capito di Johnny Marsiglia & Big Joe

Tornando all’approccio live, tu sei uno molto pulito, come ci hai lavorato? Quanto lavoro c’è?
C’è tantissimo studio. Quando posso ancora vado a vedere live di rapper che considero forti ed è guardando ciò che fanno quelli forti che si impara. Ho cercato di studiare i live degli americani e di alcuni italiani fortissimi. Dal vivo il livello è molto alto e l’ultima volta che sono andato a vedere Kaos ricordo che sono rimasto scioccato da com’è lui ancora adesso, dall’approccio che ha. E’ incredibile, dopo tutto questo tempo, la sua energia, la sua attitudine e la sua precisione nella voce. Ha un controllo della voce pazzesco. Lui è uno che mi impressiona molto

Chiudendo, sei pronto per stasera?
Sì, Frank mi ha chiamato per suonare “Pelle, fumo e sogni”, “Fuori Piove” e infine un pezzo mio solista che non voglio svelare. Sono bello carico!

Concludiamo con Stokka

Partiamo da “Struggle Radio”. Come ci avete lavorato?
“Struggle Radio” è un progetto che nasce con un approccio ben preciso: fare un prodotto grezzo, diretto, standardizzato su quello che è stato il nostro suono e farlo uscire solo tramite vinile e mp3, non fare il cd, fare delle canzoni con uno spirito che solo i beats di Roc potevano darci. Devo dire che è un disco che ci ha dato molte soddisfazioni, siamo ancora in tour e siamo contenti perché è stato recepito dalla gente come doveva. Abbiamo fatto un solo video, volutamente, volevamo fare una roba priva di tutta la programmaticità che c’è adesso ed è stato quello il mood di SR

Quanto lavoro c’è dietro un vostro live?
Ti dirò, per quanto riguarda i live, io e Buddy non siamo i tipi che provano il live e si vedono per provare. Suoniamo insieme da così tanti anni che ci basta conoscere i pezzi, poi ognuno di noi sa come muoversi. E’ chiaro che ogni volta che fai il live ti confronti e dici: “questo no, questo è andato, facciamolo così, modifichi il tiro” e allo stesso tempo ci sono canzoni che in determinati live facciamo e che in altri no. A seconda della situazione aggiustiamo il tiro. In linea di massima, dopo più di 10 anni, ci basta uno sguardo per capirci.

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Com’è cambiato il tuo modo di scrivere? Com’è che Stokka scrive una strofa?
Il mio approccio è sempre lo stesso: carta e penna. Ai tempi di Block Notes io e Buddy ci dicevamo: “dai facciamo una canzone su quelli che partono e facciamo Fuori di Qui”, da #Bypass in poi invece ci siamo affidati alle emozioni, abbiamo un po’ scurito e un po’ oscurato il significato più semplice di certe canzoni però è un’idea che abbiamo avuto sempre in testa, da quando ascoltavamo Melma&Merda, questi gruppi che ci davano questi immaginari astratti ma che ci davano un sacco. Noi ci rifacciamo a quella roba là e questo è stato recepito bene da molti, male da altri ma è quello che ci piace fare e ce ne fottiamo.
Per scrivere una strofa seguo sempre un paio di regole da quando ho 15 anni, ad esempio: se inizio a scrivere una strofa la devo finire, difficilmente lascio strofe a metà o le compongo pensandoci per settimane. Ho il mio stato mentale, mi metto lì e scrivo dall’inizio alla fine. Se non la finisco, la butto, è raro che faccia una strofa a puntata. Questo è perché mi piace essere in quel viaggio di scrittura.

Nonostante tu le scriva di getto però ci sono più livelli, è comunque ragionato.
Certo, ci sono idee comuni con Buddy. Specie da quando viviamo in due città diverse. Da circa 4 anni io vivo al nord e lui al sud. Questo ha fatto sì che magari io scriva una canzone e gli dica “guarda man, ho scritto questo ed è questo che volevo dire”, lui dà la sua visione. Poche robe sono state scritte in studio in un quarto d’ora come “Gold”. Solitamente l’uno o l’altro scriveva sul beat che aveva scelto e poi veniva fuori una canzone

Come ti senti per stasera?
Io sono molto contento di essere qui per il live di Frank. E’ un progetto in cui, dal punto di vista discografico, ho creduto in prima persona e per me è molto importante. Sta raccogliendo le sue approvazioni e credo sia un progetto che ha ancora tanto da dare: Frank da una parta è una sicurezza stando in questa storia dell’Hip Hop da tanti anni, dall’altro stando al suo primo disco solista c’è tanta gente che non conosce, e secondo me dovrebbe conoscere, LUNA. Nella maniera più distaccata possibile dico che è uno dei dischi più fichi di questo 2015 e sono preso bene per stasera. Spero venga della gente infottata che voglia ascoltare le canzoni.

 

Raffaele Lauretti
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Scrivo di rap e studio filosofia. Nel tempo libero mangio la carbonara.
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