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“Digging New York”

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Giovedì sera la splendida cornice del teatro Quirinetta di Roma, già location di eventi di tutto rispetto ai quali siamo stati sempre con piacere, si è trasformata per circa un paio d’ore nell’asfalto del Bronx, nei tetti di Manhattan, nei panorami di Brooklyn.
È qui infatti che abbiamo assistito ad una nuova proiezione (perché non era la prima) dell’ultimo geniale ed emozionante docufilm made in Italy dedicato alla cultura hip hop: “Digging New York”. Un viaggio dentro la Grande Mela filtrato dagli occhi di un protagonista d’eccezione, Simone Eleuteri aka naturalmente Danno, Colle der Fomento, che per l’occasione debutta alla regia, al quale guarda le spalle la produzione di Daniele Guardia.
Un saluto semplice, sincero e sorridente da parte dei due quando si rivolgono alla platea in attesa intorno alle 21.30, per introdurre questo lavoro curioso non perché vestito di chissà quale stranezza, quanto nel vero senso della parola desideroso di andare a fondo, esplorare, conoscere quello che ha portato molti di noi – me compresa – a far parte di questa cultura che è appunto l’hip hop.

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Di solito siamo abituati a stare in posti molto affollati quando capitano situazioni del genere, ma questa volta il clima è più familiare e raccolto, per goderci la proiezione come si deve. Danno si scusa se durante il film vedremo scene piuttosto amatoriali, piene di rumori di fondo, ma poi ci dice che per entrare davvero nel mood di quello che ha vissuto, alla fine è meglio che sia così. Ha cercato la verità nelle strade, sono le strade che hanno visto nascere un movimento, un’ideologia, uno stile di vita, ed è giusto che la strada sia resa protagonista, raccontando i rumori della vita newyorkese fino a quasi percepirne le vibrazioni, anche se attraverso uno schermo.
È il momento di cominciare.
Su una sempre massiccia dose di lettering sviluppata da Masito per suddividere i sette capitoli di questo viaggio, la voce di Danno apre la proiezione stupendoci ben presto con un inglese piuttosto preciso ma dall’accento ancora inconfondibile. Il film è sottotitolato per la quasi totalità dei dialoghi, trattandosi di conversazioni tra il nostro protagonista e una serie di persone di grande rilevanza, ma anche semplicemente di chiacchiere con i passanti, con cui si cerca di ricostruire storie, ritrovare lo spirito, coglierne l’essenza, capire il perché della nascita di un movimento così rivoluzionario. Rivoluzionario per l’individuo, per la comunità, per il mondo, per la musica, per il nostro comportamento.

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Persone di grande rilevanza, dicevamo, perché Danno incontra alcuni importanti nomi durante la sua ricerca: l’elenco è molto lungo ma tra questi, immancabilmente va citato Mr Kaves dei Lordz of Brooklyn, Ricky Powell, Rockness (Heltah Skeltah), M-1 dei Dead Prez con il quale realizza anche un brano nel corso del suo viaggio, Polo de La Famiglia, ormai d’impianto newyorkese, Tony Touch.

Pionieri ma non solo, perché ci sono anche dei nomi nuovi, che ci aiutano ad unire pezzi del puzzle, raccontando sensazioni, esprimendo opinioni, o semplicemente facendo freestyle per respirare in musica l’hip hop di ieri, di oggi, di domani.
Jadon, YC the Cynic, Lounge Lo, Jo Jo Pellegrino sono solo alcuni, ma ognuno di loro è stato importante per trasferirci un’impressione e regalarci anche dei bei momenti giocando con le rime.
Anche il nostro Danno non si tira affatto indietro quando si tratta di freestyle, per cui lo vediamo cimentarsi nelle jam, nei locali jazz, agli angoli della strada, sul furgone che lo ha accompagnato in giro per la città, e sì anche in versione notturna (e ubriaca, tanto da chiamare una scena drunken freestyle su un’improbabile base club/trap di passaggio alla radio).

Scopriamo anche altri ambienti della Mela passando per le jam e i concerti di quartiere dove il cibo è sempre gratis e si incontrano personaggi che abbiamo sempre e solo avuto nel nostro stereo: Illa Noyz, gli MOP, Joey Bada$$, Marley Marl.
I luoghi prescelti per la ricerca dell’essenza dell’hip hop sono i principali che un qualunque rappuso come si deve visiterebbe durante un viaggio a NY: Staten Island, la culla del Wu-Tang Clan; il Bronx; Manhattan; Brooklyn; Harlem. Ognuno di questi legato ad una realtà fondamentale per la cultura, a dei nomi che hanno fatto sì che molto di quello che abbiamo oggi diventasse leggenda. Big L, ODB, Notorious BIG. Una caccia al tesoro quando si tratta di ritrovare graffiti scomparsi – quello del video di Can It Be All So Simple del Wu-Tang è coperto ora da un triste velo di vernice rossa, mentre altri sono ancora lì, come quello in memoria di ODB.

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Non solo una ricerca ma anche uno scambio, quando anche la cultura nostrana dal punto di vista del rap viene sempre presentata da Danno con orgoglio e accolta con rispetto, perché figlia di qualcosa di più grande che è proprio lì, nell’aria del posto, e che costantemente si rivela attraverso le parole di chi c’era.
Perché alla fine è proprio questo il punto e forse anche la chiave del film: l’hip hop non è morto, come si dice a un certo punto, non dobbiamo cercare qualcosa di scomparso. L’hip hop non può morire perché l’hip hop siamo noi. Quello del passato vive dentro di noi e nel nostro modo di parlare, di vestirci, di pensare. E finché ci saremo noi ci sarà sempre l’hip hop.

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Alla fine della proiezione un ultimo lungo applauso, la dedica del film ai Colle der Fomento (“la mia vita”, scrive Danno), un applauso più fragoroso quando appaiono subito dopo i nomi di Sean Price e Primo Brown.
La Casa del Rap consiglia fortemente la visione e inoltre di stare vigili perché sembra che presto il film verrà caricato online in diversi episodi (non è prevista la distribuzione ufficiale….per ora.)
E parlando con Daniele Guardia (produttore di Digging) si è anche chiacchierato di una parte due…

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Cristiana LaFresh
@CriLaFresh

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Caporedattrice di questo incredibile portale. Nostalgica q.b., senza mai smettere di guardare al futuro.
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