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NewsRecensione

Hail H.I.M. di Burning Spear è il protagonista della prima puntata di Reggae Vibes

Burning Spear Jamaica

Reggae Vibes è una rubrica che ripercorre la storia del Reggae in tutte le sue forme, attraverso i suoi capisaldi discografici. Ogni mese verrà presentato un’album musicale tra quelli che hanno segnato le tappe fondamentali per lo sviluppo di questa musica.

Premessa

La seconda metà degli anni ’70 rappresenta la pagina più triste per la storia della piccola isola al centro dei Caraibi, la Jamaica. In quel periodo, nelle strade di Kingston si sparava, si sparava tanto. I due maggiori partiti politici avevano cominciato ad armare i gangsters dei sobborghi per scatenare una sanguinosa e brutale guerra: da una parte c’erano i sostenitori delle politiche socialiste e dall’altra i filo-americani (ricordiamo che la Jamaica è tra gli Stati Uniti e Cuba). Ogni giorno si contavano decine e decine di morti, in un clima infernale che sembrava non potesse avere fine. In quel contesto, come reazione inconscia al clima di violenza, si sviluppò la cultura Rastafariana e, insieme ad essa, la musica che oggi noi chiamiamo Roots Reggae. I ritmi del Rocksteady (quello che veniva definito come il Jamaican Soul) cominciarono a rallentare, i giri di basso si fecero più profondi e i singers mandavano un solo messaggio forte e chiaro: pace e unità.

Burning Spear – Hail H.I.M. (1980). La recensione

Winston Rodney, in arte Burning Spear, può essere sicuramente considerato come uno dei maggiori esponenti di questa nuova ondata musicale. Dal 1975 al 1980 ha prodotto cinque album fondamentali per poter capire il Reggae nella sua più profonda essenza e spiritualità. Un ciclo che si apre con “Marcus Garvey” e trova il suo culmine espressivo nel capolavoro “Hail H.I.M.”, autoprodotto dall’omonima label Burning Spear Music e lontano dalle logiche del mercato internazionale discografico.
“Hail H.I.M.” è un inno alla cultura africana, un’annunciata rinascita dell’orgoglio nero in tutte le sue declinazioni. In questo disco, ogni verso di ogni canzone rappresenta una chiave importante per ricostruire il pensiero afro-centrico dell’artista o, più semplicemente, per offrire spunti di riflessione sulla storia, in un’ottica ben più ampia della mera musica fine a sé stessa.
Il suono è densissimo: oltre ai classici tappeti ritmici della musica jamaicana, i riferimenti ad altri generi musicali come il Jazz sono evidenti e proiettano questo lavoro verso un’idea di Reggae “completo”. La voce del singer jamaicano diventa un lamento, un pianto che rievoca la sofferenza degli schiavi africani nelle piantagioni americane. Alla base troviamo un perfetto mix di ritmi e atmosfere. Il flusso musicale è unico, sostenuto dal profondo basso di Aston Barrett (membro degli Wailers di Bob Marley), dalla ipnotizzante chitarra di Junior Marvin (anche lui facente parte degli Wailers), dai fiati che strizzano l’occhio ai session man americani e dalle percussioni tribali, che offrono un naturale ritorno al mondo della spiritualità.
Hail H.I.M.” si può definire un album fondamentale: rappresenta, infatti, il raggiungimento del culmine tra le produzioni di un’intera era musicale, segnando di fatto per sempre la storia della musica stessa. Era la fine degli anni settanta, in Jamaica si faceva Roots Reggae Music.

Leggi anche:  La playlist ragionata di Frah Quintale

Approfondimento a cura di Emiliano Rubebwoy Nonna

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