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Intervista

Seck presenta il suo primo ep: Il paese delle stelle

Seck

Seck, al secolo Cristiano Maffa, è il ragazzo della classe accanto, quello che trovavi ogni giorno fuori da scuola, immerso nella musica. Lo è letteralmente, cresciuto tra un parchetto e le rime del suo collettivo Raza Blunt, divenuto oggi il collettore monzese di talenti per eccellenza.
Guidato dall’ambizione che spinge l’uomo ad inseguire se stesso, in questi anni Seck è cresciuto personalmente e musicalmente, lavorando sulle proprie imperfezioni. Ora è il momento per lui di mostrarsi, e dimostrarvi, quanto ha maturato dal giorno zero.
L’8 novembre è uscito il suo primo ep Il paese delle stelle per Malamente/Artist First. Qui lo racconta, presentandoci il suo mondo.

Hai alle spalle diversi lavori, ma questo è il tuo primo ep ufficiale, il progetto con cui ti introduci al pubblico. Partiamo quindi dalle presentazioni generali. Com’è composto il mondo di Seck? Cosa cerchi di comunicare (o di spiegare a te stesso) attraverso la musica?

Il mondo di Seck è composto da diverse persone, ognuna a suo modo fondamentale. Mindset, che lavora con me da sempre, dall’inizio. Anthem, che mi ha sostenuto fin dal primo pezzo. Waya, Frankindeed, Pitto, che mi hanno dato un’occasione. Indiehub, che ha creduto nel progetto e mi ha dato la possibilità di esprimermi.
Infine la mia famiglia, che, nonostante tutto, non mi ha mai fatto mancare nulla.

Quello che cerco di comunicare nei miei pezzi è la capacità di rimanere forti, ma vulnerabili allo stesso tempo. Spesso ci nascondiamo dietro un alter-ego, un personaggio che se alimentato finirebbe con l’uccidere la persona. Voglio incitare chiunque mi ascolti ad essere se stesso, a non seguire un modello che nasconde le imperfezioni e le paure. Vorrei convincerli che tutti hanno una chance per essere felici. Perché alla fine è questo che rincorriamo, no?
In particolare, ogni brano grida qualcosa. In X mi immagino di morire appena tagliato il traguardo, ammetto di avere paura.
Non mi fido di te è l’amore in un momento storico in cui tutto sembra scorrere più velocemente. Per questo “ora che l’amore è su Instagram le storie durano solo una notte“.
In Settembre, invece, racconto di “persone che parlano dell’amore come se l’amore fosse solo un’impressione”. Non si vive di apparenza, ma di carattere ed empatia.

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Cosa pensi ti contraddistingua? Cosa ti rende un individuo singolo piuttosto che parte di una massa?

Sono me stesso, un individuo, per via delle scelte che ho fatto nella mia vita. Credo che ogni persona lo sia, nel momento in cui si comporti in funzione di ciò che realmente pensa e non di quanto gli venga mostrato o cercato di impartire. Non è questione di essere ribelli, semplicemente di rimanere se stessi.

Cosa invece non è e non vuole essere Seck?

Seck non vuole essere una cometa, ma una stella. Non vuole essere una notizia sul giornale che morirà nella spazzatura. Non vuole essere qualcun altro.

Da queste prime domande emerge la necessità di identificare il mondo di un artista. Come esseri umani è però impossibile essere solo “un tipo” di persona, una maschera goldoniana, si è persona a 360°. Dalla tua evoluzione questo emerge chiaramente.
Nel 2014, con In the box Vol. 1, le rime erano secche, crude, così come i beat. Ora l’insieme appare più pensato, rifinito.
Si passa da “voglio fama, troie, soldi” a “vedo gli amici perdersi tra droghe soldi e macchine, non mi sento così, sono diverso”.
Sembra sia avvenuto un passaggio dal vivere un presente troppo veloce, al fermarsi per una maggiore introspezione.
Com’è cambiato il tuo modo di raccontarti a te stesso in questi anni?

Seck è cresciuto in fretta, senza sporgersi mai troppo. Il Seck di In the box era un ragazzino che faceva pratica, che si metteva alla prova per capire se stesse solo perdendo tempo. Crescendo impariamo a conoscerci e a conoscere quello che ci circonda. Io ho scoperto un me stesso diverso, determinato a realizzarsi, “capace di guardare attraverso”.
Si arriva a fare delle scelte, di cui bisogna essere consapevoli. Io ho fatto le mie con in testa un piano preciso da seguire. Ci sono anni in cui ogni cosa che ti succede ti segna. Io ho scelto di fare musica e di provare a farcela, qualche amico invece si è perso.

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Vieni dalla provincia. Per me Monza è sempre stata la metafora dell’ambizione. Una città non così piccola da potersi arrendere all’essere solo un paesino di periferia, ma neppure abbastanza grande per avere il respiro di una metropoli come Milano.
Come hai vissuto e quanto ha influito la tua città e l’ambiente in cui sei cresciuto sul tuo modo di intendere la musica?

Ha influito molto positivamente. Ho scritto una marea di canzoni sugli spalti dell’autodromo. Chi mi conosce lo sa. Non sapete quante volte ho immaginato un mio concerto lì. Monza, la mia città, è fatta di ego, apparenza e paesaggi bellissimi. Ovviamente senza forzare una generalizzazione.

Nel disco vediamo la presenza di nomi che ti accompagnano fin dalle prime uscite, ma anche di produttori ai quali ti sei affiancato più recentemente.
Come sono nate queste collaborazioni? Come hanno modificato il tuo sound?

Le collaborazioni sono nate insistendo, per ottenere la mia possibilità. Sono stato un giorno intero sotto casa di Waya per convincerlo a darmi due ore di tempo in casa sua, ed è nato il primo progetto. Ho scritto per un anno a Pitto, così tanto da sfinirlo. La prima volta in studio con lui, nel giro di due ore, è nata Hotel. Frankindeed crede in me da sempre.
In generale, ho cercato e trovato persone che danno importanza al rapporto umano prima che a quello lavorativo. Queste collaborazioni mi hanno reso più maturo e consapevole, sia nella scrittura sia nel modo di pensare. Ogni produttore mi ha influenzato nel sound, anche solo parlandomi. Poi ho sempre voluto sperimentare.

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Classica domanda sul titolo del disco, il mood generale del progetto. C’è uno specifico Paese delle stelle che ha ispirato la scrittura dell’ep? O lo consideri astrattamente uno stato mentale?

Il Paese delle stelle esiste, si chiama San Saba, un paesino di mare in provincia di Messina.
È il mio posto nel mondo, il mio porto sicuro, dove conservo il cuore. Ognuno di noi dovrebbe avere il suo Paese delle Stelle.

Nei testi parli di una società che richiede costantemente una performance, un’eterna storia Instagram. Anche ora, in questa intervista, per te come per me, stiamo eseguendo una performance alla fine.
Credi che la scrittura di questo disco abbia esorcizzato l’ansia del dover dimostrare qualcosa agli altri ed a te stesso?

Certamente. Con questo ep sentivo il bisogno di dimostrare a me stesso, ma soprattutto alla mia famiglia, che non è stato tutto un gioco.
Sento di aver fatto davvero passi da gigante e non è facile far comprendere il tuo impegno a chi ami.
Ovviamente ho paura, ma anche tanta fame. Ho convinto chi mi circonda a credere in me ed ora so che, se anche mi perdessi per un attimo, avrei qualcuno a ricordarmi perché non arrendermi.

Qual è stato lo stimolo più grande per la scrittura? E cosa ti aspetta dopo l’8 novembre?

Direi ogni persona che ha partecipato con la mia stessa energia al progetto e che mi ha stimolato ad aprirmi. Indiehub mi ha aiutato e sostenuto tanto.
A livello emozionale, quella che ora chiamerò Venice: mi ha affascinato, sostenuto, a tratti amato e odiato. Dopo l’8 novembre mi aspetto sicuramente delle risposte, tanta musica e una lunga strada ancora da percorrere.
Sicuramente corro e non mi fermo.

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