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Recensione

Mahmood ci canta di una Gioventù Bruciata

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Arrivati a fine 2019 è giunto QUEL momento dell’anno: il riepilogo di ciò che è stato pubblicato nei mesi precedenti. Bene, noi facciamo mea culpa, e durante questi ultimi 30 giorni daremo spazio a quei dischi che non siamo riusciti ad approfondire nel momento della loro uscita. Per rinfrescarvi un po’ la memoria, in vista delle abituali classifiche di questo periodo… 

…oggi abbiamo deciso di parlare di Alessandro Mahmoud, che tutti conosciamo col nome di Mahmood. L’artista è entrato di prepotenza nelle radio, in tv e soprattutto nelle nostre teste, specialmente dopo il brano Soldi – e relativi remix – che lo ha visto vincitore dello scorso Festival di Sanremo e secondo all’Eurovision Song Contest 2019, facendosi conoscere per il suo stile decisamente particolare ed i ritornelli coinvolgenti. 

Lo scorso 22 febbraio 2019 per Universal Music Italia è uscito il suo primo album, Gioventù Bruciata, che vede solo due featuring: Fabri Fibra in Anni 90 e Guè Pequeno nella bonus track Soldi. Vediamo ora come se l’è cavata il giovane artista.

Testi

C’è molto Alessandro nei testi, che sono spesso autobiografici e molto personali. Tra i temi più calcati ci sono le dinamiche ed i conflitti familiari, l’amore, l’integrazione. L’autore infatti è di origini italo-egiziane, ed ha purtroppo più volte vissuto la discriminazione sulla sua pelle, anche in seguito alla sua vittoria a Sanremo.
Ma il tema sicuramente più presente nel disco è il rapporto con il padre. I genitori di Mahmood, infatti, hanno divorziato quando lui aveva solo 5 anni, e nelle tracce la figura paterna viene menzionata spesso, e molti sono i ricordi del piccolo Alessandro come ad esempio Mettevi in macchina le tue canzoni arabe, e stonavi, poi mi raccontavi vecchie favole” oppure “Mi chiamerai sotto casa quando tutti dormiranno, con la voglia di fare lo stesso sbaglio, ma ora non ti assomiglio più”. Molto interessanti nei suoi brani anche i continui riferimenti a luoghi e zone di Milano, città dov’è cresciuto.
Nel complesso, l’artista ha la capacità di trattare con leggerezza e spensieratezza temi forti, palesemente importanti e densi di significati personali, anche grazie al ruolo centrale dei ritornelli.

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Voto: 8,5/10

Stile

Mahmood ha uno stile unico, non si può negare. Il suo timbro vocale molto personale, è paragonato da alcuni a quello del cantante Marco Mengoni. Tratti caratterizzanti sono i suoi vocalizzi ben controllati e la sua estensione vocale che gli permette di spaziare fra acuti e suoni gravi come se nulla fosse, facendo sentire tutta la sua potenza.
La sua voce è la protagonista perfetta dei tormentoni (estivi e non), ma si sposa bene anche con le malinconiche rime introspettive e personali dell’artista.

Per quanto riguarda la copertina dell’album, Mahmood cita James Dean, attore con cui condivide un mood sostanzialmente malinconico, e la scena del latte del film del 1955 (appunto, Gioventù bruciata).

Voto: 8/10

Strumentali

Ritmi elettronici abbracciano suoni più arabeggianti, creando delle sonorità molto fresche ed interessanti, è davvero difficile non muoversi quando si ascolta un suo brano, che sia una ballata come Il Nilo nel Naviglio o un tormentone tutto da cantare come Soldi o Milano Good Vibes. Le produzioni sono firmate da vari artisti, fra cui Dardust, Charlie Charles, Ceri, MUUT e Francesco Catitti, e riflettono molto lo stile e la personalità di Mahmood. Avendo lui uno stile vocale così ben definito, le strumentali giocano un ruolo fondamentale per non far risultare i brani troppo simili e omogenei fra loro, e in questo disco ci sono riuscite molto bene.

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Voto: 7,5/10

Voto finale: 8/10

Nel complesso, l’album è riuscito a reggere le aspettative che si erano inevitabilmente create dopo l’enorme successo al Festival e dopo aver sentito e visto Soldi in tutte le salse, fra cui tantissime parodie sul web. Mahmood si rivela davvero un gioiellino nella scena rap italiana, e non vediamo l’ora di sentire qualcosa di nuovo col suo stile inconfondibile.

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