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Recensione

Il peso sulla testa non è quello della corona: Heavy Is The Head di Stormzy

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Michael Ebenazer Kwadjo Omari Owuo Jr, in arte Stormzy, è senza dubbio una delle figure di riferimento del panorama musicale UK. Attivo dal 2010, è passato dall’essere semplicemente un giovane rapper talentuoso ad infrangere, poco più che venticinquenne, numerosi record. È stato il primo artista grime a raggiungere la vetta della Official Chart del Regno Unito nel 2017; ha accumulato una pletora di premi, tra i quali un BBC MusicAward, due BET Awards, un MTV EMA; si è esibito come headliner al Festival di Glastonbury nel 2019 (uno dei più prestigiosi festival musicali del Regno Unito). E sono solo alcuni dei successi del rapper inglese.
Stormzy è considerato un portavoce generazionale in virtù del suo continuo attivismo politico: con il suo secondo album in studio, Heavy is The Head, ha alzato l’asticella, ribadendo il suo impegno sociale senza tralasciare la qualità e la fruibilità della sua musica. Attraverso HITH passa l’autorevolezza dello spessore artistico di Stormzy, nonché l’affermazione della sua figura di artista impegnato ma, allo stesso tempo, capace di dominare le classifiche. Quando ti carichi la responsabilità di portavoce delle minoranze ed attivista politico il peso sulla testa non è quello della corona, c’è molto di più.

TESTI

“If it’s for my people, I’ll do anything to help
If I do it out of love, it’s not to benefit myself”

Qualcuno diceva che “da grandi poteri derivano grandi responsabilità” e Stormzy sembra riuscire a gestire entrambi egregiamente. Big Michael trasferisce in ciò che scrive la consapevolezza dei propri mezzi e dei traguardi raggiunti e le responsabilità che derivano dalla sua figura di esempio per le persone delle quali si rende portavoce.
La tracklist è composta da sedici brani con sfumature che passano dall’introspezione in brani come Rachel’s Little Brother e Lessons, dove parla amareggiato della fine della storia con la sua ex Maya Jama, a singoli più leggeri e scanzonati come Own It con Ed Sheeran e Burna Boy. In Big Michael, traccia che apre l’album, traspare la sicurezza di chi, anche se non sa dov’è diretto, è consapevole dei propri successi: “Can’t tell where I’m headin’, could be Glasto’, could be Reading”. Ed è proprio la consapevolezza il filo rosso che collega tutti i brani. La consapevolezza dei propri dubbi, così come dei limiti,  delle capacità, degli obiettivi raggiunti. Non mancano pezzi più “ignoranti” e prettamente autocelebrativi come Top Boy: “Comin’ like I’m one of the goats, I’m that nice”; o come la hit Vossi Bop che gli ha permesso di stazionare per due settimane al primo posto delle classifiche inglesi. Heavy is The Head è un album molto maturo a dispetto dell’età di Stormzy; scritto con una consapevolezza diversa rispetto al suo predecessore Gang Signs & Prayer ma che conferma il rapper inglese come aspirante icona generazionale, con un’accezione quasi pastorale e con la sicurezza di chi ha fatti e numeri dalla sua parte.

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Voto: 8/10

STRUMENTALI

L’album presenta un gran numero di produttori, tra i quali spiccano i nomi di Illmind (che ha coprodotto Wiley Flow) , T-Minus, (Crown, Handsome) e Jimmy Napes.
Il numero di producer dona al disco una varietà molto interessante, alternando produzioni meno aggressive come Don’t Forget to Breathe, a banger come Audacity.  Se cercate il grime sporco e arrogante di Big for Your Boots, probabilmente non troverete pane per i vostri denti. Nonostante Big Michael non perda la sua integrità dal il punto di vista espositivo, anche viaggiando su tappeti tendenti all’R’n B (One Second), strizzate d’occhio alla trap o inni motivazionali come Do Better. L’elemento in comune di tutte le produzioni è la spaziosità che viene lasciata alla voce, rendendo Stormzy il solo ed unico protagonista. Nonostante ciò non sembra ci sia un’identità sonora vera e propria che coadiuvi tutto il disco. La sensazione finale è che probabilmente si sarebbe potuto dare più risalto alle produzioni; invece si è scelto di puntare molto di più sulla personalità di Stormzy rispetto a quella delle strumentali.

Voto: 7/10

STILE

Seppure si passi attraverso molte sonorità diverse, l’attitudine di Stormzy in questo album rimane quella grime del “suck your mum” (un modo di dire molto usato nella grime).
Come detto precedentemente, la consapevolezza della sicurezza nei propri mezzi e nella propria figura iconica, permeano una buona parte dei brani e lo stile di Big Michael rimane coerente anche  in quelli più “morbidi”. La maggiore maturità nei concetti e la presenza di tracce meno canoniche rispetto al genere principale di Stormzy non ne scalfiscono lo stile totale, anzi incrementano l’impatto del messaggio, anche quando il messaggio è “semplice” autocelebrazione.

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Voto: 8/10

Visual & Artwork

La copertina di Heavy Is The Head raffigura Stormzy con in mano il giubbetto anti-pugnale realizzato per la sua esibizione a Glastonbury, nientemeno che da Banksy. La foto, scattata dal celebre fotografo Mark Mattock, è stata esposta alla National Portrait Gallery di Londra a riprova dell’influenza e dell’importanza dell’artista inglese nella sua comunità.

Voto Finale: 7,7/10

Heavy Is The Head è un disco ricco di contenuti e di sonorità, sa essere divertente ma allo stesso tempo impegnato e può essere ascoltato con piacere anche da chi non è propriamente fan del genere. Che sia questo il definitivo passo nell’esportazione del Grime anche in territori dove non ha ancora attecchito? Ma soprattutto: “How’s the best spitter in grime so commercial?” non lo sappiamo, ma finché il livello è questo, non ci importa.

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