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Ladies First

Rea vive la musica solo e soltanto come una ricerca

L’arrivo dell’anno nuovo è un momento piuttosto importante per tutti, in quanto è la perfetta occasione sia per fare un resoconto di ciò che abbiamo vissuto, sia per darci nuovi obiettivi e continuare a crescere.

A gennaio 2016 iniziava l’avventura della rubrica Ladies First, uno spazio d’approfondimento che potesse colmare il vuoto, troppo spesso insoddisfatto, che accompagna le 4 discipline dell’Hip Hop Made in Italy per quanto riguarda il panorama artistico femminile. Una rubrica che potesse essere un aggregatore e non certo un separatore di generi. Nell’incipit dell’ultimo appuntamento del 2019, dedicato ai progetti di Miss/Dodge, abbiamo proposto una breve sintesi di quanto fatto fin qui. Con l’inizio del 2020, l’obiettivo dichiarato del progetto Ladies First de lacasadelrap.com resta quello di coltivare giorno per giorno un percorso che si pone come intento quello di dare la giusta dimensione e la corretta attenzione alle ragazze che, oggi come ieri, sono in prima linea nelle discipline del mondo urban.

In questi anni la scena è indubbiamente cresciuta sia per quanto riguarda i numeri sia per la qualità e, siamo convinti, che questo sia ancora solo l’inizio. La musica sta ricevendo (anche da parte nostra, che ci occupiamo di questo) le maggiori attenzioni, ma cercheremo di sforzarci di più cercando di intercettare anche altri aspetti artistici ed ambiti professionali come il Writing, la danza, la moda e l’immagine, tutte dimensioni importanti e che meritano di essere raccontate.Com’è nel nostro stile, però, ora basta con le parole e passiamo ai fatti!

Per dare il benvenuto al nuovo anno non può esserci nulla di meglio che presentare una novità. Grazie a DJ Myke, sempre sul pezzo, abbiamo avuto il piacere di scoprire Rea, nome d’arte della classe 2000 Sara De Michele, nata a San Benedetto del Tronto per poi trasferirsi a Torino.
All’ombra della Mole coltiva gli studi in Filosofia e psicoanalisi con la passione per la scrittura e il canto. I due mondi paralleli di rap e cantautorato compongono il suo attuale universo musicale. Da due anni Rea lavora con il produttore abruzzese Davide Grotta che, dopo l’uscita di Rea scienza – primo album indipendente pubblicato nel maggio 2018 – l’ha presa sotto la sua ala per dare vita alle sue idee più originali.
Nel frattempo, per Rea è iniziata una collaborazione proprio con DJ Myke. Dopo la vittoria dello #slidethatrhymecontest, il primo frutto di questo lavoro è l’inedito Chimera, disponibile da metà dicembre 2019 in streaming e in tutti digital store per Arcadia/Artist First.

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Eccoci Sara! Partiamo con le presentazioni: raccontaci un po’ chi sei e come è nata la tua passione per la musica.

Mi si chiama Rea da tre anni a questa parte, da quando ho scelto il rap e il verso per la mia poesia, ma il mio nome è Sara e fra i due nomi non c’è contraddizione; non ho alter-ego, maschere da aggiungere a quelle che già si è con se stessi. Rea perché colpevole, un epiteto per me e per gli altri, e – come ogni nome che si rispetti – non è una mia idea; l’ho accolto.
Non so da dove mi vengano l’orecchio e la voce per la musica, sicuro so da dove mi viene la mano, per la chitarra e il verso: scrivere viene sempre da una mancanza, dalla constatazione di una mancanza. Smisi di scrivere per consolazione quasi subito, più o meno quando mi stancai di stare così in basso, nel pantano del lamento. Autodidatta, senza manie. La mia libreria di inediti, soprattutto musicali, conta centinaia di opere, finite e incomplete, e alcune “finite” perché non più mie.
È qui che mi nasco cantante, quando so che la voce è il luogo di cose impossibili, che non si danno alla proprietà indiscussa di uno, ma che sono ovunque, che appartengono alla Storia.

Questa rubrica è nata con la volontà di far conoscere la personalità delle donne all’interno del panorama musicale urban italiano. Dalla tua esperienza, come vedi la situazione del movimento?

Sono una donna sì, e questo più che essere un’evidenza biologica è qualcosa che nel mondo significa molte cose diverse dal semplice dato di fatto. Professo una filosofia della differenza, mi piace ciò che esplode nelle sue corde più calde e più crude, ma l’impeto del linguaggio femminile non conosce facilmente scorciatoie: o imita o crea.
L’imitazione del modello dominante è il motore del mondo, da sempre. Alcuni innestano il seme della rivoluzione goccia a goccia, silenziosamente (senza chiasso), altri invece propongono nuovi modelli (ed è la strada più ardua).
Cosa penso? Che nell’Italia del 2020 ci sia da fare, da inventare, o semplicemente, da lasciar fare. Il rap nasce maschio, storicamente e senza troppo chiederselo; era ed è un rap di denuncia, di rivalsa. E qualcuno abdica alla lotta scivolando in un “conscious soteriologico”, che chiamerei così senza vergogne.
Io sono amante delle vie di mezzo estreme, ossia dei margini.

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Oltre alla passione, quali sono ambizioni che alimentano la tua voglia di fare musica?

L’ambizione più grande è riuscire nell’intento più profondo di un artista che dimentica di esserlo, che non vuole esserlo: la musica come ricerca, la musica solo e soltanto come ricerca.
Mi mette a disagio la comunicazione, per quanto necessaria; mi mette a disagio l’intimità! Ecco il dramma della musica.
Alcune zone dell’arte – anche odierna – sono un dolce asilo mediatico per l’universo economico dominante.
È quindi facile slittare da artisti a beni di consumo, dove il tuo prodotto artistico cos’è? Una dipendenza, algoritmica e di valori. La mia ambizione allora è sparire come personaggio, non nascere mai come personaggio! È una “graziosa utopia”, ma qualcosa se ne può fare. Vorrei che la musica parlasse di pancia e la facesse finita con questo “legittimatissimo” e docile brigantaggio. Che esploda, che impazzisca sublimemente.

Chi e cosa ti ispira nel fare musica?

L’incontro con le persone, il mio modo di elaborarlo, i sogni che faccio di notte, le scoperte alla voce e alla chitarra, i cambi di flow del giorno, le scelte che mi rendono quello che sono.

A metà dicembre è uscito il tuo singolo con DJ Myke. In che occasione hai conosciuto Myke e in quale contesto ha preso forma la collaborazione?

Vincendo a marzo del 2019 lo #slidethatrhymecontest sulla strumentale di Tengo il respiro ho scaraventato via tutte le mie vecchie paure e… Boom!. I sogni hanno fatto da sé, senza che io sapessi bene cosa cercassi da questa nuova esperienza con uno dei DJ più mostruosi d’Italia.
S.U.N.S.H.I.N.E. EP, Acustico, Elettrico, Silenzio sono stati i miei primi terreni di battaglia con me stessa e con le rime; sapevo che qualcosa di grosso nella scena rap/urban – ma anche oltre – accadeva proprio allora, per sempre. Quando ho conosciuto Myke covavo già quello che avrei scritto a maggio e pubblicato a dicembre, questo sì, sapevo che quella sarebbe stata l’occasione giusta per affrontare la mia…

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Il brano si intitola Chimera. Com’è nato? Cosa rappresenta per te questa prestigiosa collaborazione?

È nato nei panni di una canzone chitarra e voce, dove spogliandomi del mio costume rivelavo di averci lasciato il cuore, intoccabile inarrivabile per chiunque. Poi l’ho urlata e sfinita su una strumentale trap, non sapevo più come renderla invisibile ma importante, nuova.
Myke invia sempre molte idee, tutte diverse, assurde… Dell’idea di beat che ho scelto per Chimera mi è rimasto uno scarno ricordo.
La canzone è diventata quello che è solo quando ci siamo conosciuti davvero, a Milano, nel suo Craven Studio.
Tutto questo rappresenta per me una conferma e una sfida, un impressionante salto nel vuoto, una possibilità per le mie ambizioni, per quello in cui credo.
La musica come ricerca, come scarica vitale, come denuncia, come ambizione esistenziale.

E ora: quali sono i tuoi piani per il 2020? Quando potremo ascoltare qualcosa di nuovo?

Ecco, vi lascio nel mistero…

Direi che possiamo chiudere con i tuoi contatti. Dove possiamo restare aggiornati?

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