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Intervista

Rancore, l’Eden di Sanremo è del rap italiano

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Se siete su lacasadelrap.com, di certo non avrete bisogno che io vi presenti Rancore. Se non conoscete la sua storia, vi consiglio di andare su Spotify per ascoltarla attraverso la sua discografia. L’ultima volta che abbiamo parlato con Ranco è stato circa sette mesi fa, in occasione di una piacevole intervista, verso la fine del suo tour e dopo la prima esperienza sanremese. Ultimamente, lo abbiamo visto prendersi un premio sul palco del Festival come miglior testo per il brano Eden, che abbiamo già analizzato “mela per mela”.
Non resta che fare un update, un aggiornamento di quello che è successo in questi ultimi mesi e di quello che sta succedendo, ora che è immerso in un frullatore mediatico dal quale, siamo sicuri, non ne uscirà distrutto, tutt’altro.

L’ultima volta che ci siamo sentiti è stato 7 mesi fa, eri reduce dell’ospitata sanremese con Daniele Silvestri e Manuel Agnelli e stavi chiudendo un tour che mi permetto di definire “fortunato”. Da quell’intervista fino a Sanremo 2020 cosa è successo?

Intanto, abbiamo concluso quel tour di cui parlavi, concludendo un ciclo che poi è durato più di un anno, in cui abbiamo portato in giro in tutta Italia Musica per bambini.
Dopo quel ciclo ho iniziato, nel caos, ancora prima di finire tour, un nuovo ciclo di scrittura che mi ha portato poi a collaborare e a conoscere Dardust, prima di quest’estate e prima ovviamente di sapere di Sanremo.
Abbiamo iniziato a lavorare su Eden, che inizialmente era semplicemente una produzione nata da un paio di incontri in studio. Poi ho iniziato a scriverci e appena è uscito fuori il pezzo – che abbiamo percepito con un messaggio e con la sua importanza – abbiamo deciso successivamente di portarlo a Sanremo.
Di quello che è successo nel mezzo, dall’ultima intervista a prima della partecipazione al festival, è stato un po’ chiudere il ciclo di Musica per bambini.
Capire anche dalle esperienze fatte come trarne i lati più positivi e aumentare anche la propria esperienza, la coscienza di quello che si sta facendo. E poi un nuovo ciclo di scrittura che, nonostante ancora in una fase embrionale, ha già i due primi fuochi, Eden e Luce, quest’ultima nata in occasione della cover da presentare a Sanremo.

Miglior testo! Come è stato ricevere questo riconoscimento per un autore come te?

È stato fantascientifico, te lo dico!
Oltretutto, al di là che abbia vinto un pezzo rap, proprio nell’anno in cui le polemiche intorno a questo genere sono state talmente tante, finire questa storia con un premio a un brano rap è stato assurdo, molto interessante e anche divertente a tratti.
Diciamo che nella media del rap italiano ho comunque una complessità non indifferente, forse tra i rapper italiani faccio parte del ventaglio di quelli che non scansano la complessità, anzi la accolgono. Eden è un labirinto di concetti, scritto con lo studio che sto facendo negli ultimi anni, cioè creare veramente un labirinto, un codice. L’unica differenza è che questa volta, te lo dico all’inizio, “questo è un codice”, così almeno sei pronto. Che abbia vinto un codice, il premio del testo, resta molto particolare come cosa, sicuramente un elemento forte, di rottura. Non tanto per Sanremo, ma per la musica italiana, perché significa che nuovi linguaggi riescono a modificare un po’ il sistema, quindi che un contenuto riesca un po’ a modificare il contenitore.

Quello che un po’ mi ha colpito e un po’ mi aspettavo, è che hai dedicato questo premio al Rap Italiano.

Perché l’ho dedicato al rap italiano? Perché effettivamente sono 15 anni, che per quanto ti possa parlare di cantautorato 2.0, di poesia, alla fine comunque è rap italiano quello che faccio. Vengo da quello, ho pensato un po’ tutta la storia del rap italiano dall’inizio, a quanto è lunga, quanto è bella, quante sfaccettature ha avuto e quante ancora oggi ha, e non ho potuto fare a meno di pensare che quel premio così inaspettato, al di là della mia evoluzione personale, potesse essere in parte un’evoluzione anche un po’ per il rap italiano. In realtà anche un po’ per Sanremo, perché in entrambi i casi c’è stato un collegamento, un’apertura, una connessione.
Quindi, l’aspetto più tradizionale dei palchi italiani è stato compromesso da un linguaggio nuovo che ha preso il coraggio di salire su un palco così tradizionale e di farsi capire. Questa per me è un’enorme soddisfazione, che va oltre il livello personale, che ovviamente è il motivo principale di essere contento del premio, però c’è anche un motivo un po’ più allargato.

Durante la nostra ultima chiacchierata, dopo il tuo primo Sanremo (2019) e la fine del tuo Musica per bambini tour, mi dicesti “sono ancora nell’underground”. Se ci fosse veramente bisogno di questa inutile etichetta, adesso come ti definiresti?

La risposta era già nella tua domanda. Io non ho mai dato etichette, motivo per il quale non mi sono mai fatto nessun tipo di problema.
Quello che so è che, indipendentemente da tutto, nell’underground ero comunque un outsider, in televisione resto comunque un po’ un outsider, quindi fondamentalmente non c’è un luogo nel quale riesco ad identificarmi, né dal quale mi sento così distante, come la sensazione che un contenuto possa entrare come l’acqua in qualunque contenitore, se sa cambiare la sua forma e se sai anche avere il coraggio di cambiare il contenitore stesso.
L’importante è il motivo per il quale fai le cose, perché tu stai facendo quella cosa, perché stai dicendo quella cosa e perché la stai portando lì. Se tu hai un motivo, le cose le puoi fare un po’ tutte e in qualunque posto.
Purtroppo oggi facciamo un sacco di roba, tutti quanti, in questa frenesia del mondo moderno. Non sempre sappiamo i motivi per i quali facciamo le cose.
Mi sto concentrando nel capire sempre un po’ i motivi, perché sono poi quelli che mi danno la direzione in ogni singola scelta.

Personalmente non noto nessuna differenza tra Rancore sul palco dell’It’s The Joint, e Rancore sul palco di Sanremo.

Sono contento che mi dici così e sono due eventi che sono accaduti anche molto ravvicinati, non so se hai notato.
Sono veramente contento, perché significa che la mia identità, grazie anche all’esperienza, è solida, monolitica, non è il vento che ho intorno a modificare la forma. Questo è importante per me.

Il 28 febbraio uscirà un vinile 7” che conterrà Eden e Luce, eviterei di chiederti quando uscirà un disco nuovo, ma un piccolo aggiornamento sui “lavori in corso” è d’obbligo!

Sono in una fase di scrittura nuova, i primi due fuochi sono Eden e Luce.
Navigo a vista, in generale lascio sempre un po’ nel mistero le cose.
A questo giro, il mistero non è troppo voluto, ma è un mistero anche per me, quindi diciamo che non facendo i dischi per motivi discografici e – figurati – sanremesi (non avendo mai partecipato a Sanremo), fondamentalmente ora sto cercando di costruire un nuovo mondo e come tutti i mondi, ci vuole un attimo.

Per quel che riguarda il lato discografico, capiamo benissimo. Ma per la parte live sicuramente farai qualcosa?

Qualcosa accadrà, ci saranno degli eventi, probabilmente delle puntate a volume unico.
Però anche nel live, avendo un aspetto forte della teatralità che porto, quindi scenette, costumi, maschere, luci, è come se lavorassi a un disco, come se dovessi creare un’altra storia ancora e quindi ci saranno delle belle sorprese sicuramente. Ma ogni sorpresa nel momento giusto e nel momento in cui si è creato questo nuovo mondo.
La cosa certa, è che nel prossimo periodo, prima dell’estate e durante l’estate, ci saranno comunque degli appuntamenti per condividere un po’ di cose e poi prepararsi a una battaglia ovviamente molto più grande: quella del disco.

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Amo la versatilità dell’hip hop: l’essere arte e ispirazione per gli “hustler”, nel senso buono, mi ha portato davanti al microfono, che sia su un palco o in una radio, collaborando nel tempo con etichette, artisti e organizzatori di eventi nel panorama urban a 360°. Fino a qui, direi, “tutto bene”.
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