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Intervista

Te Lo Dico In Rap è il nuovo libro di Kento: l’intervista

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In occasione dell’uscita di Te lo dico in Rap, il nuovo libro di Kento (di cui abbiamo fatto una bella recensione qui), edito da Il Castoro e illustrato da AlbHey Longo, la redazione de lacasadelrap.com ha avuto la possibilità di fargli alcune domande in merito alla sua attenzione per le generazioni più giovani, ma non solo…
Buona lettura!

Dopo la tua autobiografia Resistenza Rap, che cosa ti ha spinto a scrivere Te lo dico in rap,  primo manuale di rap, pensato e rivolto a un pubblico di giovanissimi/e?

Principalmente la considerazione che mancava in Italia un libro del genere. Negli Stati Uniti ci sono numerosi esempi di editoria Hip-Hop dedicata ai più piccoli, ma dalle nostre parti no, e mi sembrava importante – in questo momento storico – colmare questa lacuna. L’Hip-Hop italiano è ormai forte e maturo abbastanza per parlare a tutte le generazioni con credibilità ed autorevolezza. E il sostegno di un editore esperto nel settore dei libri per bambini mi ha dato tutti gli strumenti e le prospettive di cui avevo bisogno per scrivere un’opera di cui sono molto fiero e che sento come uno dei punti più importanti della mia carriera.

Il libro si sviluppa attorno a un’idea forte e interessante, ossia quella di usare il rap, non solo come linguaggio poetico di narrazione della realtà contemporanea e personale, ma anche come strumento ludico-didattico e educativo. Quanto può essere importante per le nuove generazioni esprimersi con il rap? E perché ?

Molto spesso i ragazzi si esprimono col rap naturalmente, giocano con le parole ripetendo e cambiando quelle che hanno sentito in radio. Nascono e crescono immersi inconsapevolmente in questa forma di espressione. Da un lato, questo fa in modo che non ci siano barriere all’ingresso: quando vado nelle scuole e dico “scriviamo una strofa” o “facciamo freestyle” tutti sanno di cosa parlo: non devo perdere tempo in spiegazioni e quindi possiamo subito entrare nel vivo. Dall’altro lato, come è facile immaginare, si perde sempre di più la conoscenza delle matrici storiche, culturali e sociali dell’Hip-Hop: se per noi che abbiamo cominciato a interessarcene è scontato sapere che certe cose sono successe nel Bronx degli anni ’70, per i piccoli ovviamente non è così. E trovo che anche questa sia una lacuna da colmare.

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Lavorando su Te lo dico in rap, un manuale per bambini/e ma anche per ragazzi/e, è molto probabile –correggimi se sbaglio – che tu sia dovuto tornare prima bambino, poi ragazzo e quindi adolescente. Che cosa ricordi queste diverse età della tua vita? Come influiscono sul tuo essere rapper, scrittore e attivista?

Mah, fortunatamente non smetto mai di essere bambino e adolescente, è uno dei privilegi che ha chi vive d’arte, e me lo tengo ben stretto! Della mia infanzia ricordo soprattutto l’emigrazione al Nord della mia famiglia, esperienza che per prima mi ha insegnato l’attaccamento alle radici e il rispetto per chi lascia la propria casa alla ricerca di una vita migliore. Dell’adolescenza, sicuramente il mio innamorarmi della cultura Hip-Hop e del rap come mezzo espressivo. Entrambi dei punti di riferimento fondamentali ancora oggi per la mia scrittura in tutte le forme in cui la pratico.

Quando ho iniziato a scrivere per la redazione de lacasadelrap.com mi è stato detto  –cito testualmente – che avevo “iniziato a scrivere per gente del malaffare”. Secondo te perché questo codice espressivo orale è percepito così negativamente in Italia? Come si potrebbe modificare questa immagine, senza nascondere i lati problematici di questa cultura che è oggi un fenomeno globale e quotidiano ?

Un tempo ti avrei detto che un commento del genere è una medaglia al valore perché – finché il rap era una controcultura – significava essere dei ribelli, dei non-allineati. Adesso non ti dico che non sia più del tutto così, però siamo in una situazione così complessa e articolata che – nel rap – trovo il potere e il contropotere, il capitale e il suo contrario… così come nella società italiana in generale. Penso che, da parte nostra, ciò che dobbiamo (principalmente a noi stessi) è affrontare seriamente le criticità del movimento Hip-Hop senza per questo smettere di amarlo, supportarlo e sentirlo nostro così come è da sempre. Tante generazioni di rapper sono arrivate e andate via… e noi siamo ancora qui. Significherà qualcosa, no?

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Che cosa diresti a un genitore, o un educatore, oppure ad una persona che vorrebbe leggere il tuo libro Te lo dico in rap per regalarlo ad un ragazzino, oppure ad una ragazzina che ascolta sia rap sia trap? Oppure che vuole  avvicinarsi alla caleidoscopica subcultura Hip Hop perché la conosce poco e verso la quale, magari, ha dei pregiudizi molto negativi, legati al fatto che sente dei testi molto espliciti, materialisti, violenti, sessisti,  o semplicemente fastidiosi…

Che i pregiudizi si possono scardinare solo con la conoscenza e che non è mai troppo presto per sviluppare un ascolto critico e una coscienza consapevole.

Quali progetti hai in serbo per il prossimo futuro e in che ambito? Puoi rivelarci qualcosa?

Nei prossimi mesi sarò in giro per tutta Italia a presentare il libro, oltre che impegnato nei consueti concerti. A breve ufficializzeremo anche l’uscita dell’album ma purtroppo non posso ancora dirvi niente al riguardo…

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