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Ladies First

La Prima parte del celeste è solo l’inizio per Missey

Welcome Back! Come stiamo gente? Che voi siate confinati in isolamento o meno, la musica grazie al digitale non si ferma mai (fortunatamente!) salvo per la dimensione live che è stata sospesa (purtroppo…), ma prima viene la salute. Stiamo a casa.

In questa fase di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica da SARS-CoV-2 (questa è la sigla ufficiale che indica il Coronavirus) che causa la malattia COVID-19 è prevista “la sospensione delle attività lavorative per le imprese ad esclusione di quelle che possono essere svolte in modalità domiciliare ovvero in modalità a distanza”. Sulla base di queste direttive, in queste ultime settimane il mio Smart Working, che da sempre fa parte degli impegni di redazione, si è esteso anche al lavoro principale. Questa flessibilità, oltre a permettermi di calzare tutto il giorno Slider Nike Benassi, mi ha concesso di ascoltare in tranquillità taaanta musica come non facevo da taaanto tempo.

Tra gli ascolti più frequenti del mio mese di marzo c’è senza dubbio Prima parte del celeste, EP d’esordio di Missey pubblicato proprio il 6 marzo 2020 in digitale e su tutte le principali piattaforme streaming per Totally Imported.
La classe 1995, autrice di questo lavoro, nasce a Foggia e nel 2018 si trasferisce a Milano alla ricerca di nuovi stimoli di crescita e di miglioramento artistico e personale. Dopo varie partecipazioni ad importanti eventi per artisti emergenti, pubblica i suoi primi due singoli Kaldera e Oslo, brani che attirano immediatamente l’attenzione. Seguono altri singoli prima di arrivare a Prima parte del celeste, un progetto che racconta l’inizio di un percorso, quello di Missey che, in forte sintonia con i diversi producer che hanno preso parte al progetto, come Drenny, Lvnar, Iamseife, SHUNE, Laden Patiens e OMAKE, è riuscita a mostrare le numerose sfaccettature della propria personalità artistica, mantenendo tratti identitari forti.

Come di consueto, partiamo dalle presentazioni. Chi è Missey e come si è avvicinata alla musica?

Missey è una ragazza che si è avvicinata alla musica innanzitutto ascoltandola. Fin da piccola la musica tirava fuori il mio umore migliore, quindi mi piaceva anche cantarci sopra, ma ho preso in considerazione l’idea di farlo anche per gli altri solo a 17 anni. Ero un’adolescente timida e non avevo ancora trovato la mia “cosa”, la mia specialità, eppure sentivo di dover scoprire ancora qualcosa di me stessa, la percepivo nascosta dietro a tanta paura. Poi la mia prima esibizione live, casualmente in un evento scolastico. Lì ho capito che forse non dovevo più ossessionarmi nella ricerca di una specialità che mi caratterizzasse nella vita per sentirmi felice, ma semplicemente dovevo essere me stessa e se cantare mi permetteva di esprimermi al 100% superando ogni mia paura, ho pensato che fosse la “cosa” giusta nel mio mondo.

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Per noi la rubrica Ladies First è anche occasione per chiedere a chi ne fa parte qual è lo stato di salute della scena urban italiana. Come vedi la situazione al momento?

Penso che la scena al femminile sia fresca di nuove idee, ci sono davvero tante proposte differenti, tante ragazze che esprimono la loro unicità fiere, consapevoli e piene di volontà.
Madame per me è uno dei punti più alti di sperimentazione e coraggio di cui siamo testimoni oggi, sta riuscendo ad eliminare quella triste necessità di identificare il mondo femminile come un genere musicale a sé.
Non credo esista musica da ragazze e musica da ragazzi, credo che esista musica bella, fresca e che funziona, indipendentemente da chi ne è l’autore. Solo pensandola in questo modo si può spingere ancora di più una ragazza che oggi comincia a far musica, a sentirsi libera nella composizione e quindi nella posizione di poter dare il massimo risultato, senza sentirsi intrappolata dai soliti cliché.

Oltre alla passione, quali sono le ambizioni professionali che alimentano la tua voglia di fare musica?

Mi piacerebbe tra qualche anno vedere il mio progetto cresciuto e strutturato in modo più artistico, curato nei minimi dettagli e identificativo di un vero e proprio mood, quello un po’ onirico ed etereo che finora contraddistingue principalmente la mia voce; vorrei estenderlo e farci entrare dentro sempre più persone, perché quello che ho scritto e cantato finora, mi ha dimostrato che c’è tanta gente che sente e vede il mondo come lo vedo io, vorrei essere un’àncora per queste persone.
Sembro troppo ambiziosa se dico che col tempo vorrei essere capace di affermarmi solidamente nel panorama musicale nazionale, secondo il mio stile? Ma sono anche ben consapevole delle difficoltà a cui già sto andando e andrò incontro. Solo che fare musica mi fa viver bene la mia vita, quindi farò il possibile per realizzare quello che ho in testa.

Veniamo al tuo primo progetto: Prima parte del celeste. Un titolo particolare, qual è il suo significato?

Ho raccontato ad amici svariate volte il significato di questo titolo, rimanendo sempre – forse – troppo confusionaria. Sono convinta che a volte, quando sei tanto dentro alle cose, ti ci perdi…
Questa volta voglio essere precisa: vivo nella periferia di Milano e amo questa zona dalla prima volta che ci son stata, uscendo dal centro spariscono un po’ di palazzi, mentre i parchi e i tramonti vincono su tutto. Eppure in questi ultimi anni, dopo essermi trasferita qui, i tramonti fuori dalla mia finestra hanno seguito tutte le mie delusioni, difficoltà e sfide nello sviluppo del mio percorso artistico e capitava che a volte fossi così sfiduciata e triste che, guardando fuori, mi chiedevo perché non riuscissi più a sentirmi meglio semplicemente osservando il panorama.
Mi sentivo ingrata e chiusa dentro alle mie stesse insicurezze, incapace di gioire di qualsiasi cosa ci fosse fuori.
Quando ho chiuso l’EP, però, ho sentito che qualcosa era cambiato, stavo osservando davvero il cielo che avevo di fronte, e mi stava affascinando. Il celeste che si mischiava all’arancione del tramonto aveva un nuovo sapore, sentivo di aver portato a casa una soddisfazione e che per questo motivo riuscivo di nuovo a rallegrarmi delle piccole bellezze esterne a me. Così ho deciso che non potevo non riprovare mai più quella sensazione, che la musica che avevo creato doveva essere solo l’inizio, solo la prima parte.

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In questo EP ritieni di aver raccolto il meglio delle tue capacità vocali e del tuo stile?

Ho dato il massimo nella costruzione di questo EP, ho fatto una scorpacciata di eventi che innescassero in me determinate emozioni, che di fatto mi hanno dato modo di scrivere quello che ho scritto e di capire come cantarlo.
Ho costruito il progetto assieme al mio produttore artistico OMAKE, alternando momenti molto dilatati e intimi in cui la voce conduceva, ad altri più energici e dinamici, in cui volevo riemergesse invece la mega fan dell’R’n’B e Soul americano, che smette di essere super composta e sta sul beat in modo più forte e con un flow più serrato.
Nel complesso è nata una narrazione che dal primo brano all’ultimo credo riesca a rappresentarmi in maniera molto fedele a livello sonoro: è un’analisi e indagine su quali stati d’animo attraversa un individuo quando soffre e vorrebbe non soffrire, quando muore dalla voglia di rialzarsi eppure si vorrebbe fermare, fino a quando è di nuovo in piedi e torna il sereno. Io credo di aver modulato la mia voce affinché desse questa percezione di inquietudine, tensione e serenità in tutti i brani.

Un ruolo importante lo hanno certamente i produttori. Con chi hai lavorato? Hai qualche aneddoto da studio che ritieni utile condividere per spiegare un po’ il processo creativo?

Ho avuto il piacere di lavorare con Iamseife, Lvnar, SHUNE, OMAKE, B.W.B. e Laden Patiens e con ognuno di loro il processo di creazione si è sviluppato in modo diverso.
Ad esempio Mancava il tempo, prodotta dai B.W.B., è stata una bella sfida per me in studio, poiché dopo aver registrato le prime linee melodiche, mi son resa conto che non funzionavano, non erano d’impatto come il beat e gli stessi B.W.B. erano un po’ dubbiosi. Allora, così come ogni tanto capita nei casi disperati, abbiamo deciso di rovesciare la mia registrazione e di capire se le parole disposte al contrario potessero suggerire una linea vocale migliore, più interessante e curiosa. In questo modo, il reverse della registrazione mi sembra figo a livello sonoro, le parole le avrei dovute ovviamente cambiare e adattare, ma decido di registrare di nuovo il pezzo.
Ecco, diciamo che organizzare respirazione, silenzi e pause sulla base di una metrica cantata in reverse, in cui ogni parola è posta al contrario, si rivela impossibile e soprattutto non cantabile da una voce molto acuta: sembra un fischietto e i B.W.B. si rendono conto che le parole non si colgono. Così, risate e nervosismo a parte, decidiamo comunque di non eliminare la traccia originaria – il reverse è presente tutt’oggi nel brano Mancava il tempo pubblicato -, mentre per le strofe, al limite della pazienza, decidiamo di imitare ancora il flow del reverse iniziale, abbassato di tonalità. Alla fine infatti la semplicità premia, perché quest’ultimo tentativo funziona e svolta il pezzo.

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Questo tuo Mood R’n’B/Soul è molto identificativo. Quali sono le tue influenze? Artisti e/o album di riferimento?

Posso proporvi qualche progetto che mi ha influenzata:
New Amerykah Pt II di Erykah Badu
24K Magic di Bruno Mars
The Archandroid di Janelle Monae
The Golden Echo di Kimbra
Process di Sampha
A seat at Table di Solange
Saturn di Nao
LP1 di FKA Twigs

Unica collaborazione dell’EP nel brano Hikikomori. Com’è nato questo pezzo, dal tema sempre più attuale?

Questo pezzo nasce dalla paura della solitudine, una paura che conosco bene, pur trovandomi spesso anche nella situazione di non voler parlare con nessuno. Il titolo Hikikomori è nato dalla strofa di Canntona, unico featuring scelto per questo disco, eppure subito dopo avermelo scritto, ho sentito questo titolo molto vicino anche a me.
Spesso, in alcune situazioni sembriamo davvero voler rimanere soli, davvero inavvicinabili, siamo circondati da amore eppure la paura improvvisa della solitudine riesce a sovrastare tutto e chiuderci nelle nostre piccole stanze mentali, senza finestre. La consapevolezza di questo significa però per me anche un’apertura: smetti di essere un Hikikomori quando torni a comunicare con qualcuno e hai paura di perdere qualcosa, solo se in quel qualcosa hai trovato ciò che ti fa star bene. Quindi il brano Hikikomori è una spinta, uno stimolo alla fiducia nel far tesoro dei momenti in cui sembra che – nulla ci possa mancare -, vivere di quelli e non della paura di perdersi.

Chiudiamo provando a dare uno sguardo al futuro. Questo EP è senza dubbio un “primo passo”, ma in quale direzione e qual è l’obiettivo?

Prima parte del celeste è un primo passo verso le infinite possibilità di sperimentazione nella musica, nella mia musica: cercherò sempre più innovazione nel mio progetto, con l’obiettivo di fare arte.

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