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Intervista

Morris Gola, Sprinter: quattro chiacchiere verso il futuro

Sprinter Copertina

Abbiamo da poco recensito Morris Gola e il suo Sprinter, uscito per La Grande Onda e distribuito da Artist First. Avevamo già cercato di analizzare i punti di forza e quelli di fragilità del lavoro artistico di Morris, ma per capire qualcosa in più abbiamo deciso di rivolgerci direttamente all’autore ponendogli qualche domanda.

Salite a bordo dello Sprinter di Morris Gola: il viaggio è appena cominciato!

Partiamo da chi è Morris Gola: come hai iniziato a fare musica e quali artisti ti hanno maggiormente ispirato?

Penso che la causa di tutto sia stata Dirrty di Christina Aguilera e Redman, che nel 2002 passava su Mtv. Avevo 11 anni ed ero rimasto shockato da tutto: da lei che faceva a pugni mezza nuda in un ring sudicio, da Redman che rappava in quel corridoio assurdo. Quello deve essere stato davvero il giorno zero, perché a più di 15 anni di distanza non mi sono mai allontanato più di tanto da quel mix di hip hop e r&b.
Poi ho iniziato a scrivere, nel 2004, in primo liceo. Giusto per collocarla nei tempi, in Italia era appena uscito Mr. Simpatia di Fabri Fibra e rappare era ancora da emarginati.

Diversamente da una scena che parla di gang, Sprinter unisce il concetto della lotta di classe all’arte. Qual è processo creativo di Morris e, nello specifico, come nasce Sprinter?

Anche andare a lavorare è da veri G! Sei sempre per strada a farti il culo e devi stare attento a un milione di attentati alla salute. Svegliarsi all’alba, non avere il tempo di fare colazione, mettere in moto un furgone quando tutti dormono, caricare, scaricare, cercare parcheggio, non litigare nel traffico e parlare sopra i clacson: questo è stato il processo creativo di Sprinter.
Ho cercato di mettere in luce gli sforzi della gente comune che porta il pane a casa, perché mi sembra assurdo che l’arte abbia smesso di farlo. Chi mejo de me?

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Andiamo più a fondo: come mai il brano di apertura è proprio I guai? 

I guai è la sintesi dell’EP. Dentro questa canzone è concentrato tutto quello che poi si sentirà nelle altre: le melodie più dolci, i flow aggressivi, i suoni freschi e il gusto classico. Rileggendo il testo, mi sono accorto che dentro c’ho messo chiaramente le mie due anime, una più impegnata e l’altra più cazzona, che fanno a turno come uno scambio di colpi. Mi sembrava un bel modo di introdurre l’opera.

Gli artisti non sanno più soffrire, ormai vogliono solo vincere, si sono scordati di quanto soffrire sia fondamentale per scrivere”. Cosa ne pensi di questa nuova scena? L’immagine ha superato i contenuti?

L’arte riflette sempre lo stato dell’umanità del momento storico che vive. Non è colpa dei piccoli se si espongono in quel modo. È colpa dei grandi che hanno creato un ambiente vuoto come questo. La generazione dei miei genitori è stata devastata da 20 anni di berlusconismo, di distrazioni e finto benessere, e quando questo periodo è finito si è trovata svuotata culturalmente, e con poco da offrire alle nuove generazioni. Se non riesci ad accudire a livello culturale una creatura, quella creatura crescerà insicura. Dietro questo spasmodico desiderio di apparire dei piccoli c’è un’insicurezza profonda come le buche de Roma.

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Ma allo stesso tempo credo che questa nuova scena sia brillante, sembra che abbia il mondo dello spettacolo nel sangue; molti sanno da subito quali sono le mosse giuste per entrare nel giro. Devono solo dare più attenzione alla cultura, guardare film e leggere libri, arricchirsi, essere più critici, sfidare intimamente le tendenze, capire che non sono loro il centro del mondo, e mescolare tutto questo con la loro abilità e freschezza. 

“Il trucco è rimanere bambino” poiché i sogni sembrano più facili da realizzare. Qual è il sogno ancora nel cassetto di Morris Gola?

Mi sono ripetuto quella frase per darmi coraggio. Se non stai attento la vita te mena e ti imbarbarisce, ho paura di non riuscire a preservare quell’innocenza che sta alla base dell’essere creativi. E per mantenere viva quell’innocenza c’è bisogno di fare sempre dei passi avanti, di non rimanere mai fermi nella stessa posizione. Io ho bisogno di fare ancora dei passi avanti. Il mio sogno è riuscire a ritagliarmi uno spazio nel tessuto culturale italiano, perché c’ho un sacco di cose da dire e da quaggiù ancora non riescono a sentirmi.

Sprinter presenta tantissime influenze, diversissime tra loro: come mai hai deciso di accomunare Motown, Beyoncé e realtà così differenti tra loro in un unico progetto?

In realtà questa versatilità è stato il mio fantasma. C’ho la fissa dell’identità artistica, e avevo il terrore che tutte queste influenze dessero vita a un progetto troppo eterogeneo, poco riconoscibile nello stile. Credo che usare il furgone come contenitore mi abbia aiutato molto a far stare insieme questi 6 brani, come voci diverse di uno stesso immaginario.

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Ultima domanda: quale il tuo prossimo progetto? Seguirà lo stesso iter creativo di Sprinter o ci dobbiamo aspettare qualcosa di nuovo?

L’iter creativo di Sprinter mi ha distrutto. Spero di non affrontare mai più un inferno del genere in vita mia. È stato caotico e doloroso. Dal lato artistico è una buona cosa, perché l’arte succhia sempre linfa vitale dal dolore dell’uomo. Però ho raggiunto il limite, e ho bisogno di ritmi più umani.

Sto sfruttando questo schifo di periodo di quarantena per scrivere cose nuove con un approccio nuovo. Sicuramente uscirò dal furgone, voglio chiudere questa parentesi per affrontare temi più intimi. Voglio dare voce a un lato di me che in quest’ultimo progetto è rimasta in silenzio, cioè quella legata ai suoni della mia terra e all’aspetto sensuale delle cose. Voglio ritornare sulle mie origini, approfondire il ruolo delle donne nella mia vita e nella società. Vediamo che esce fuori.

Conosci meglio

La musica mi accompagna sin dall'infanzia. Ho studiato la musica classica e lavorato sull'elettronica. Ogni suono è un colore sulla tela della quotidinità: "una vita senza musica non è vita."
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