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Intervista

Barry Convex: Oltre il futuro che parla, una nuova storia

In data 10 aprile è uscito Oltre il futuro che parla, nuovo EP di Barry Convex per Full Clip. Dopo diversi anni, il rapper romano è tornato nella scena con un disco controverso e dalle tonalità tipiche della Golden Age del rap italiano.

Data la non facilissima lettura delle tematiche affrontate nel disco, abbiamo deciso di rivolgergli alcune domande così da poter capire quanto la storia della persona abbia influito sul futuro presente dell’artista.

Hai iniziato nei ‘90, nella Golden Age del rap italiano, creandoti una tua identità artistica precisa. Come è cambiato il rap game da allora ad oggi? Come è cambiato Barry Convex?

Si, di tempo ne è passato un bel po’. La mia impressione è che il gioco del rap sia molto cambiato da allora, in meglio. Dalle cose più “commerciali” a quelle underground, ognuno oggi ha il suo spazio, perché i mezzi digitali danno la possibilità agli artisti di arrivare più facilmente al pubblico. Nei ‘90 questa cosa non c’era, chi stava “sopra” se la passava bene, chi faceva robe underground non arrivava a fine mese. Al di là dell’aspetto economico, vedo anche una maggiore diversificazione musicale, e anche questo è un bene. Per citare il Colle, forse il cuore della tua domanda era “che cosa hai fatto tutto questo tempo?” Dopo l’ultimo disco pubblicato nel 2007, una serie di scelte personali mi hanno portato ad allontanarmi dal rap game: mi sono trasferito a Milano, sono entrato nel “mondo” del lavoro… Ma non è questo punto. Non è stata una scelta “consapevole” per cui un giorno mi sono detto ok, ora smollo. Infatti, per un po’ ho continuato anche a scrivere, ma a dirla, tutta le cose che facevo non mi convincevano per niente. Quindi piano piano ho rallentato fino a fermarmi del tutto, anche se poi il rap ho sempre continuato a seguirlo, da ascoltatore.

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La “svolta” è arrivata quando, circa 3 anni fa, un amico che non vedevo da molto tempo mi ha fatto una domanda apparentemente stupida: che fine ha fatto Barry Convex? Questa domanda ha messo in moto uno strano meccanismo dentro di me. Nelle settimane successive mi sono reso conto che nel corso degli anni mi ero progressivamente allontanato da quello a cui tenevo di più, ovvero giocare con il mio immaginario, creare delle storie per poi raccontarle, con il rap o attraverso altre forme artistiche. Da quel momento sono tornato a scrivere, mi sono riavvicinato al rap con umiltà ma, al tempo stesso, con la voglia di spaccare tutto, tipica di un quindicenne. Ho quindi registrato alcuni provini da Kiave, al Macro Beats studio, un paio di anni fa, ma oggettivamente il risultato era ancora acerbo rispetto alle mie aspettative. In studio ho re-imparato parecchie cose. Lo scorso anno poi, casualmente, ho incontrato ragazzi di FullClip e sono tornato nuovamente in studio. Prima per fare un solo pezzo, poi, visto che anche loro li conosco da una vita e l’atmosfera in studio è carica di vibrazioni positive, ho registrato una decina di pezzi. Senza pensare al dopo.
Avevo delle basi fiche e volevo fare il rap. Punto. Quando abbiamo capito che i brani avevano un loro perché abbiamo deciso di far uscire questo EP. Più o meno è andata così. Nel viaggio poi si è aggiunto anche il duo di produzione Angelo Street Beat e Francesca Franz, che fanno dei beat bellissimi con un sapore molto “classico”. Loro hanno prodotto il primo pezzo del disco, che credo sia tra quelli meglio riusciti dell’EP.

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Gli artisti ormai sono sempre più opinion leader piuttosto che scrittori. Mi viene da chiederti, dunque, con chi vorresti collaborare?

Mah sai, di questo argomento potremmo parlarne per ore, motivo per cui taglio corto. Questo fatto che uno debba ostentare qualsiasi cosa per farsi notare, e che poi effettivamente tutti lo notano e ne parlano, si crea hype, mi sembra un roba da sub umani. Un circo dell’assurdo, senza senso. Anzi, a dirla tutta il senso c’è: mi sembra una situazione che potresti trovare nei romanzi di Philip Dick. Affascinante da leggere, devastante se invece si tratta di realtà. Non solo nel rap, parlo in generale. “Non conta i dischi che vendi, le tipe che stendi ma solo le mazzate che prendi e mo è meglio che scendi”. Ecco, questa cosa la diceva Neffa nel ‘96 nel disco Fastidio, di Kaos. Io la penso così. Sia chiaro, ho appena fatto una generalizzazione, che descrive un trend ben presente nella nostra società. Ogni caso poi è a se stante: non voglio fare di tutta l’erba un fascio.
Con chi vorrei collaborare? Sono tanti gli artisti che mi piacciono, anche tra le nuove leve. Ma il “con chi” credo sia secondario rispetto al “cosa”. Se continuerò ad evolvermi in quello che faccio le collaborazioni arriveranno. Voglio continuare a fare bella musica con coloro che si accolleranno il mio viaggio.

Nel disco è presente il messaggio che sia necessario reinventare il presente: pensi che la musica possa rappresentare un elemento ri-costruttivo riguardo a tutto quello che ci circonda?

Hai centrato il punto: il futuro è oggi. Ci siamo dentro da un pezzo ma ancora non ce siamo accorti. In un pezzo registrato un paio di anni fa dicevo: “ E yo rubato, decriptato e riclassificato come la bomba di un attentato il futuro adesso è tornato, scuro e suprematista come gli Stati Uniti che hanno eletto un presidente neo nazista”. Detto questo, la musica secondo me non deve essere necessariamente militante, o indicare un futuro a cui tendere. La musica e l’arte dovrebbero stimolare le persone a porsi delle domande, a liberarsi dalle convenzioni, dai luoghi comuni, andare oltre, questo sì. Ovviamente con un certo gusto estetico, ça va sans dire.

Il disco che presenti al pubblico è molto particolare: come è nata l’idea? Sei spaventato che il pubblico non riesca a cogliere a pieno l’intero progetto musicale?

No, non sono spaventato. Se qualcosa non emergerà sarà perché non sarò stato abbastanza bravo io a farlo emergere. Sarebbe un buon insegnamento per me. Imparare dai propri errori è fondamentale. Certamente non sento il bisogno di dire “gang” o “eskere” per essere più popolare: non mi interessa! Quello su cui ho il massimo focus è continuare a giocare con il mio immaginario e raccontarlo con il rap, evolvendo di volta in volta il modo in cui mi esprimo. Se questa cosa avrà un seguito bene. In definitiva questa cosa la faccio perché mi fa stare bene.

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Stai già lavorando al prossimo progetto? Cosa dobbiamo aspettarci nel futuro da Barry Convex?

Si, certamente. Ho già diverse basi su cui ho scritto cose che mi piacciono parecchio più delle cose che ho fatto fino ad ora. Quindi bene. L’evoluzione continua.

Conosci meglio

La musica mi accompagna sin dall'infanzia. Ho studiato la musica classica e lavorato sull'elettronica. Ogni suono è un colore sulla tela della quotidinità: "una vita senza musica non è vita."
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