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Recensione

Ghemon, coerenza e destino di un album Scritto nelle stelle

ghemon scritto nelle stelle

Vi siete mai sentiti dire, o avete avvertito voi stessi, che qualcosa fosse accaduto o sarebbe dovuto accadere perché era “scritto nelle stelle”? Be’, pare che Gianluca Picariello a.k.a. Ghemon conosca bene questa sensazione e l’abbia conservata dentro di sé per un po’ di tempo. Era il 2012, infatti, quando avrebbe dovuto pubblicare un disco intitolato 440/Scritto nelle stelle, segnando nel firmamento musicale il suo definitivo abbandono della dimensione rap/hip hop per quella del canto. Al posto di tutto questo, però, hanno trovato spazio tre album in cui cantato e rime sono entrati sempre più in contatto, fino a che, in Mezzanotte, il primo ha quasi prevalso sulle seconde.

Proprio in quel cielo scuro di mezzanotte, per Ghemon sarà stato come se le stelle si fossero finalmente allineate. E lo avessero fatto per metterlo al centro di un universo musicale che aveva iniziato a plasmare da anni. Ecco, allora, che il rapper e cantautore ha deciso di lavorare non a un nuovo disco, ma al disco. Quello in cui il lato cantautorale non viene più oscurato dal lato MC e a cui dare quel titolo che da tanto aleggiava nella sua carriera. Scritto nelle stelle esce il 24 aprile 2020 per Carosello Records/Artist First e Macro Beats Records.

È un album vario, in cui tante costellazioni del microcosmo dell’artista si incontrano e si fondono come mai prima. Per scoprire in che atmosfere lo facciano non resta che immergerci nell’ascolto o, sarebbe meglio dire, non ci resta che scrutare il nuovo cielo di Ghemon.

Testi

Fare musica da post-depressione sarebbe potuto essere naturale dopo un album come Mezzanotte, in cui l’oscurità a cui rimanda il titolo non era quella esteriore, ma quella interiore di una malattia con cui si è dovuto fare i conti. Ora Ghemon, come artista, o anche Gianluca come persona, avrebbe potuto continuare a misurare se stesso in rapporto al mostro che è riuscito a sconfiggere. Ma ha deciso di non farlo, perché, per arrivare alle stelle tanto anelate, non si può portare il peso del passato per sempre, rischiando di restare intrappolati nel proprio malessere.

Perché passiamo tutti il grosso delle nostre vite
A raccontarci l’abitudine a certe ferite
Portiamo il peso del passato, ma nessuno dice
Che sarebbe meglio far saltare all’aria le valige

Io e te

Piuttosto che sul passato, quindi, i nuovi pezzi si focalizzano sul quotidiano che quel periodo buio di cui ha tanto parlato aveva fagocitato, per poi sputarlo fuori in tutta la sua straordinaria ordinarietà. I nuovi temi, infatti, ruotano attorno alle piccole cose giornaliere e ai pensieri che le attraversano. Ed è questo riunire sotto lo stesso cielo aspetti diversi dell’esistenza, che fa capire parte del racconto che Ghemon abbia voluto realizzare, anziché uno di post-depressione. Si tratta del racconto di quella che potrebbe essere la vita di ognuno di noi, che, anche quando migliora dopo un brutto momento, resta fatta di alti e bassi con cui imparare a convivere. E questo spesso a dispetto dei giudizi degli altri, che cercano solo di abbatterci e da cui non ci si deve lasciar condizionare, come dimostra il brano scelto, non a caso, come primo singolo.

Potrei accarezzare la mia imperfezione
Ma mi circondo spesso di persone
Che analizzano ogni errore sotto al microscopio
Incutermi timore è il solo loro scopo
In base a quel giudizio stare sull’attenti
Potrei in effetti badare solo ai difetti
E passare le mie notti a digrignare i denti
(..)

Potrei farlo, però non devo
No, no, non devo

Questioni di principio 

La volontà e determinazione di non essere schiavo del parere altrui è, infatti, l’altra parte del racconto. E se questo, rispetto all’album precedente, si è diversificato nel contenuto, lo stesso si può dire della forma. Non che il modo di scrivere di Ghemon non sia più maturo ed estremamente personale, ma l’emotività che lo ha sempre contraddistinto, in questo caso, giunge alle orecchie dell’ascoltatore attraverso percorsi spesso meno contorti del solito. D’altronde, una scrittura più agile sembra più adatta a percorrere le tante traiettorie celesti che ha voluto tracciare nel suo universo musicale.

ghemon-scritto-nelle-stelle

Strumentali

I tanti temi affrontati corrispondono ad una grande varietà di suoni e di collaborazioni per realizzarli. Tra i producer troviamo il siciliano Gheesa, nome di spicco della Macro Beats Records, 1/5 della band barese Think About It, cioè Sup Nasa e anche due tra le più miracolose mani della discografia italiana, ovvero quelle di Big Fish. Ma non solo, perché lo stesso Ghemon ha voluto cimentarsi nella produzione, affiancato dal suo pianista/tastierista Giuseppe Seccia.

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Ed è con questa molteplicità di interventi che, anche a livello strumentale oltre che testuale, l’artista dimostra che nella sua musica esiste più di una costellazione. Sembra, infatti, che si sia reso conto che Mezzanotte affrontasse non soltanto una sola parte della sua anima, ma anche un numero ristretto di sonorità rispetto a quelle che lo hanno formato ed ispirato. Per questo, ha deciso finalmente di esplorarle tutte. L’hip hop che lo ha accompagnato fin dai primi passi, allora, si fonde armoniosamente con tanti altri generi, dalla nuova wave R&B americana al future jazz, passando per il neo soul e il funk. Insomma, ci si libra in un cielo che, per quanto meno scuro dal punto di vista dei testi, è molto più black da quello musicale rispetto a qualsiasi lavoro precedente.

Stile

Che l’ultima fatica discografica di Ghemon non sia interamente un disco rap/hip hop, ma anche un disco rap/hip hop, lo si capisce, prima che dalle sonorità, da come è costruita la maggior parte dei testi. Risulta evidente che la già citata trasformazione della scrittura non sia legata solo ad una questione concettuale. Questa, infatti, è avvenuta anche per amalgamarsi a sonorità diverse da quelle dell’hip-hop, cioè quelle della black music. Se Ghemon ha disinnescato parte dei suoi consueti incastri, è stato per la necessità di adattare una lingua come l’italiano, densa di sillabe e povera delle musicali parole tronche, a ritmi abituati a lingue anglofone che sono totalmente differenti.  D’altronde, è in questo modo che il rapper, o dovremmo dire il cantante, sta riuscendo ad andare oltre le peculiarità del rappato che già da un po’ percepiva come limitazioni alla sua espressione artistica.

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Il desiderio di allontanarsi dal mondo del rap, in un periodo in cui questo genere ha raggiunto un’enorme esposizione mediatica, può apparire insolito ai più, ma non a chi segue Ghemon dai suoi inizi. L’essere in controtendenza rispetto al resto del panorama caratterizza da sempre la sua produzione artistica, indipendentemente dal nome degli scaffali in cui poter collocare i suoi dischi oggi. Basti pensare che abbia cominciato a fare musica rappando della sua interiorità, in un periodo in cui la maggior parte della scena italiana subiva il fascino del g-rap.

Non deve stupire, quindi, la scelta di cantare quando tutti sembrano voler ascoltare chi rappa. Non deve stupire neanche se sia innegabile che la tecnica del cantato sia ancora inferiore rispetto a quella del rap, perché ciò conferma la volontà di seguire una strada che si è sempre desiderato percorrere, nonostante sia piena di ostacoli. Per quelli che si stupiscono di tutto questo, Ghemon sembra avere già la risposta pronta:

Mi hanno detto che ho numeri e colpi da vincente
Ma con le scorciatoie si sbanca prima il gioco
Io, per tutta risposta, vado controcorrente
Il genio senza coraggio serve davvero a poco

Buona stella

7.8

Ghemon - Scritto nelle stelle

È proprio all’audacia nel mescolare il rap e il canto nella dimensione dell’hip hop, da un lato, e della black music, dall’altro, che l’irpino deve ancora una volta il suo marchio identitario. Certo, tra i vari elementi non c’è sempre un equilibrio perfetto, ma forse è la continua ricerca di questo equilibro a rappresentare la stella polare di una produzione variegata. Più che il cambiamento stesso, allora, a contare è la coerenza con cui si affronta il cambiamento nel tempo. E anche a permettere di  scrivere la propria storia musicale sulla carta e poi, finalmente, nelle stelle.

Dopo anni che proseguo il tragitto
So che la mia coerenza non è affatto naïf, non
Ambisco a un’esistenza da nababbo, califfo
Ma trovi la mia essenza nelle cose che ho detto
E ho messo per iscritto

K.O.

Testi

7.5

Strumentali

8.0

Stile

8.0

Pro

  • Grande varietà strumentale
  • Riconoscibilità nello stile

Contro

  • Tecnica del cantato da affinare
Conosci meglio

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