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Intervista

“Ho visto” di Cold: il giorno zero di Fabio

cold ho visto

Abbiamo recensito ultimamente il primo disco di Fabio Folcarelli (a.k.a. Cold), trovando nel suo modo di scrivere un’autenticità di grande portata; le sue descrizioni e i racconti sono in grado di trasportarci nel suo mondo, attraverso questo spaccato musicale che tra gioia e dolore, rabbia e serenità è in grado di descrivere l’animo tormentato di un ragazzo che è riuscito a trovare la sua strada.

Il disco è molto interessante proprio perché presenta una pluralità di tematiche sociali – non limitandosi all’ingravida immagine del rapper folkloristico – descrivendo la vita di borgata e le difficoltà della periferia. Abbiamo capito che c’è molto di più di quello che appare al primo ascolto di questo disco, per questo abbiamo deciso di fare alcune domande a Fabio che ci introduce nella sua dimensione sub-urbana.

Vorrei iniziare questa intervista con qualcosa di personale. Sei un ragazzo di borgata che dopo errori ha trovato la strada giusta: cosa rappresenta per Fabio – non per Cold – questo primo disco? Sei soddisfatto o modificheresti qualcosa?

Fabio e Cold sono la stessa persona: tutta la mia vita gira intorno alla musica e alla scrittura. Cold nello specifico è un prolungamento di ciò che io sono, motivo per il quale questo disco rappresenta per me il raggiungimento di questo traguardo importantissimo dove il mio passato, la mia realtà e i miei sogni si incontrano. Non cambierei una virgola del disco in quanto esprime esattamente quello che volevo dire. 

Per Aristotele l’organo più importante è la vista, poiché l’unico che ci consente di conoscere e distinguere un oggetto. Nella title track Ho visto si sente tanto dolore, ma anche tanta gioia: insomma tanta verità. Come hai conosciuto il rap? Pensi che il tuo vissuto ti abbia spinto verso questo genere di musica?

Ho scelto Ho visto come title track perché quella canzone racchiude tutto il concept dell’album. Prima del rap ascoltavo molta musica reggae ma, per quanto orecchiabile, sentivo che non raccontava quello che realmente vivevo e vedevo, nel reggae vi è una spensieratezza e una speranza che non coincidono con la  mia vita reale, con il mio vissuto. 

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Poi, ho iniziato ad ascoltare 2pac e Notorious, e me ne sono innamorato, sentivo che quei brani raccontavano quello che vedevo e che provavo, nei loro testi scorrevano le mie esperienze, i miei sbagli e le mie lotte. Con il passare del tempo da semplice ascoltatore ho iniziato a scrivere e “raccontarmi” come facevano loro, ho sentito la necessità di raccontare anche la mia di realtà. 

cold

Hai tatuato Mo’ Money Mo’ Problems tra le dita ed è un elemento che risalta nella cover del disco. Due domande: quali sono gli artisti con cui collaboreresti nel panorama italiano e internazionale? E mi domando se  tu abbia paura di perdere il legame con il passato qualora riuscissi a raggiungere il successo…

Non so cosa vogliano da me, è come se più soldi guadagnassi più problemi riuscissi a vedere”.

(Mo’ Money Mo’ Problems – Notorious B.I.G)

Nel panorama italiano mi piacerebbe molto collaborare con: Guè Pequeno, Lazza, Sfera, Bresh e Vacca. Hanno stili diversi tra loro, ma raccontano avvenimenti e storie esattamente come racconterei io. Nel panorama internazionale: The Game, Post Malone e i PNL. Non penso che serva la mia motivazione: sono dei fenomeni! I testi, i beat, il flow… È tutto un mescolarsi di incastri perfetti che mi fanno letteralmente vedere quello che loro stanno raccontando e che hanno vissuto.

Credo fortemente che la musica serva a questo, permettere ad altri di entrare nella tua realtà, di sentirti come una spalla su cui appoggiarsi e di conseguenza sentirsi meno solo. Non ho assolutamente paura di perdere il legame con il mio passato, sono fin troppo radicato con i piedi per terra: mi basta guardare nello specchio tutte le mattine per ricordare ogni singolo giorno il mio passato, ogni difficoltà o soddisfazione ottenuta. Quel ricordo mi tiene ben ancorato a ciò che sono stato ed a ciò che sono oggi.

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Molti artisti ormai parlano di “strada” e di storie fin troppo romanzate. Per te, Fabio, cosa è stata la vita in borgata ?

“Oh ma questi non sanno com’è che si sta: solo chi ha sofferto poi vincerà”.

(Oh ma – Cold)

Vivere in borgata è stato per me un insegnamento continuo: ho imparato i valori dell’amicizia e del rispetto per i fratelli; so cosa vuol dire la fame e la disperazione di una madre quando non torni a casa e quando tu stesso non sai più chi sei. Non auguro mai a nessuno di vivere o vedere situazioni simili alle mie, alcune cose ti segnano per tutta la vita. 

Scelta coraggiosa quella di presentarsi con pochi featuring, soprattutto considerando il mercato musicale. Come sono nate queste collaborazioni?

Le due collaborazioni sono nate in maniera molto spontanea ,alla “vecchia maniera” per intenderci. Quella con Nerone  è nata grazie a Gccio e al mio manager Manri che durante una studio-session gli hanno fatto ascoltare il beat di Popolari; Nerone si è preso stra-bene e ci ha fatto una strofa da coppa del mondo.

Per quanto riguarda Sewit avevamo bisogno di una voce che desse spinta in più al brano, qualcuno che interpretasse perfettamente quello che volevo dire, nel modo in cui lo volevo dire, abbiamo pensato a lei che ha subito capito il mood, è stata perfetta. 

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Sulla parte della produzione le collaborazioni abbondano: Deleterio, Biggie Paul, Mastermaind. Oscilli senza grosse difficoltà tra pop e trap.

Grazie per aver captato che non mi piace classificare con un genere la mia musica: oscillare è il termine che più si addice a ciò che faccio. Non è stata una e vera e propria “scelta”:  abbiamo fatto ascoltare alcuni dei miei lavori precedenti ai vari  produttori che vedete nel  disco, è piaciuto quello che faccio e ci siamo messi a lavorare su roba nuova. È nato tutto in maniera molto spontanea.

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Tutti i producer con cui ho collaborato hanno stili diversi tra loro, punti di vista e modi di lavorare la musica differenti e la cosa mi intriga non poco. Il disco era già pronto prima del Covid-19, fortunatamente, per cui abbiamo avuto un po’ di difficoltà solo per terminare il master.

Durante tutto l’ascolto del disco, la domanda che mi si riproponeva è come si sviluppa il tuo progetto di scrittura: vorrei capire come si articola il tuo processo creativo.

Per quanto riguarda la scrittura, mi affido sempre alle vibes che mi dà la musica, non ho un metodo preciso. Sicuramente scrivo meglio di notte e solo su fogli di carta “vera”: mi piace starmene tranquillo con i miei pensieri e farmi guidare da loro. Tutto quello che scrivo si basa su ricordi, emozioni vissute, esperienze belle o brutte, ma tutto vissuto al cento per cento. Non riesco a scrivere di qualcosa che non ho provato o che non ho visto realmente. 

Chiudo con una domanda semplice: stai già lavorando al prossimo lavoro o ti stai semplicemente godendo questo risultato, magari programmando i live? 

In realtà sono al lavoro per più progetti paralleli, che spero piacciano al pubblico come stanno piacendo a me. Nel mentre ci stiamo attivando per i live – erano già previsti alcuni prima del lockdown – quindi mi vedrete in giro per concerti a breve

Conosci meglio

La musica mi accompagna sin dall'infanzia. Ho studiato la musica classica e lavorato sull'elettronica. Ogni suono è un colore sulla tela della quotidinità: "una vita senza musica non è vita."
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