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Intervista

DJ Aladyn, Italian Rap Legacy: storia del rap made in Italy

dj aladyn

Il 4 settembre 2020 verrà pubblicato il nuovo singolo Vibrations, il nuovo lavoro di DJ Aladyn in collaborazione con Awa Fall. Il DJ della provincia di Milano è noto a tutti gli amanti del genere hip hop, sicuramente per il suo passato con Men in Skratch, ma attualmente – come molti sapranno – è legato all’ente radiofonico Radio DeeJay e ai programmi Tropical Pizza e Legend. Dopo esserci imbattuti di recente nella nuova puntata Italian Rap Legacy del Selecta Vision TV – format online portato avanti da DJ Aladyn – abbiamo deciso di rivolgergli qualche domanda in merito al suo passato e in vista del suo futuro.

Nell’intervista troverete di tutto: da quanto le movenze elettroniche e rap – leggi il nostro articolo per approfondire – fossero già presenti nei primi anni del 2000, fino ai retroscena del progetto con DJ Myke. Quest’intervista permetterà a tutti gli appassionati del rap (e del DJing) di rivivere la Golden Age del rap game: allacciate le cinture e premete play, stiamo per fare un viaggio nel tempo.

Benvenuto su lacasadelrap.com! Raccontaci – in musica – le 5 tappe fondamentali che hanno portato Aldino di Chiano ad essere DJ Aladyn.

Iniziamo dal 1989 (io sono del ’76): andavo in vacanza in Puglia e il pomeriggio guardavo su Italia 1 DJ Television: lì scoprii la Walky Cup Competition, una gara di DJ che facevano cutting, scratch e body tricks. Rimasi folgorato! C’era anche Lorenzo Jovanotti che iniziava a spingere il rap in radio: Beastie Boys, Public Enemy, Run DMC; questa è stata la prima cosa che mi ha acceso la lampadina. Il pezzo che più rappresenta questo mio periodo è sicuramente Gimme Five di Jovanotti, per l’appunto.

Il secondo momento fondamentale è sempre nell’89, quando i miei genitori mi regalarono il primo giradischi Technics 1200 con un mixer 4 canali, così iniziai a cimentarmi in quel mondo da cui ero affascinato. Il pezzo che mi ricorda quel momento è Reckless, di Afrika Bambaataa e UB-40.

Non posso non citare il mio primo trofeo nazionale nel 1995 al DJ Trip , gara dedicata allo storico DJ Cesare Tripodo purtroppo scomparso a causa di un incidente nel 1991. Il pezzo che mi ricorda quel momento è Poison dei The Prodigy.

Un’altra data importante è sicuramente il 1996, quando al Rainbow di Milano si esibirono gli Invisibl Scratch Piklz (DJ Qbert, DJ ShortKut & DJ Mix Master Mike): questo live mi cambiò letteralmente la vita! Il vinile che più mi ricorda quelle sensazioni è Uv Deth di Invisibl Skratch Piklz vs Da Klamz.

Infine, direi che l’ultimo grande momento per me fu il 1997, quando insieme a DJ Myke fondammo la crew Men in Skratch. Qui metto un film invece di una canzone: Men In Black!

dj aladyn

“Knowledge”, la conoscenza. L’hip hop si fonda su questo: conoscenza delle tematiche sociali, ma anche la semplice conoscenza tra artisti. Pensi che ci sia ancora conoscenza, e coscienza, del passato fra i nuovi rapper e trapper? 

Personalmente non so se abbiano coscienza di ciò, certo me lo auguro. Leggendo le varie interviste e sentendo anche quelli che passano in radio sono rimasto basito. Attenzione però a non far confusione: la maggior parte di quelli a cui mi riferisco sono ragazzi che fanno trap, che è un mondo diverso dal rap.

Spero, ma ne sono sicuro, che quelli dell’attuale scena rap siano molto preparati, e che vadano alla ricerca delle origini dell’hip hop. Rap e trap sono due cose completamente diverse, anche nelle tematiche. Parlandoti da uomo e non da ragazzo, è chiaro che non mi posso rivedere nelle tematiche affrontate dalla nuova generazione, mentre per quanto riguarda i suoni e le melodie ci sono delle cose che mi piacciono e mi stimolano. 

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La chiave è avere passione: se hai passione sei spinto a cercare la storia di quella cosa che fai; se invece lo fai solo perché fa figo, è chiaro che non hai la molla che ti spinge ad informarti.

dj aladyn

Ultimamente la figura del DJ ha perso un po’ il ruolo di prestigio che aveva, nei club e nell’ambiente. A cosa pensi possa essere dovuto il declino del suo ruolo? La domanda di un prodotto “sempre più fresco” rispetto al precedente ha provocato una carenza di qualità?

Negli anni ’90 c’era una scelta incredibile: io arrivo dalla provincia di Milano ed andavo ad ascoltare DJ che facevano techno, roba sperimentale; poi c’era anche la serata più club e commerciale. Insomma, c’era una scelta di locali variegatissima in cui potevi andare a ballare qualsiasi genere e ad un livello di ricercatezza musicale altissimo. Gli anni ’90 sono stati veramente degli anni incredibili. Poi a metà degli anni ‘90 è arrivato il filone drum’n’ bass, trip hop e rap dei centri sociali con ospiti da tutta Europa. 

Arriviamo al 2020: da DJ che va a suonare nei locali, quello che vedo è che la situazione è molto dura nell’ambiente clubbing. Ci sono format allucinanti, sembrano delle feste di carnevale dove fanno musica a cazzo e si copiano l’uno con l’altro. Non gliene frega nulla del DJ: bene o male hanno tutti la stessa scaletta

La verità è, forse, che questi nuovi personaggi dietro alla consolle si ritrovano a fare questo mestiere solo perché magari hanno un singolo in classifica su Beatport e poi non sanno mettere a tempo due dischi. Mettere le hit non basta per essere DJ.

Tu hai vissuto la Golden Age del rap italiano, quel periodo in cui stava prendendo piede questo nuovo stile musicale. Internet ha segnato la svolta: ogni brano è reperibile istantaneamente. Come si muoveva la musica prima dell’avvento di Internet?

Il periodo Golden Age l’ho vissuto sia dall’esterno, come fan del rap che stava crescendo, sia da artista: nella mia realtà di provincia c’erano i miei amici che ascoltavano roba completamente diversa. La situazione cambia quando arrivo a Milano e scopro Wag – storico negozio di abbigliamento, fanzine, bombolette – e TimeOut che vendeva i dischi. Io andavo lì da solo con le mance per acquistare i primi dischi. Vedevo tutta la scena milanese: J-Ax, Jad, Flycat, DJ Enzo

Tornato a casa studiavo quanto più possibile, perché non c’era Internet: sul mondo DJ c’era poco. Il materiale da cui imparare erano le cassette, i mixtape e la radio. Per quanto riguarda la scena rap c’era il magazine AL, ma la cosa più potente era il passaparola e passarsi il materiale.

Una roba per me fondamentale è stato poi iniziare a fare le gare: lì conoscevi persone ed entravi in contatto con nuove realtà. Arrivando da quegli anni, secondo me ora si è un po’ persa la magia data dalla ricerca.

Mi ricordo che una volta chiesi ad un DJ quale disco stesse passando e lui mi rispose che non poteva dirmelo: “segreto del mestiere”. Prima non c’era Shazam e potevi contare solo sui dischi che tu avevi ricercato e trovato: adesso con il digitale è tutto più semplice.

DJ Aladyn

Ora i rapper sono delle star nell’immaginario comune. Non credo sia stato sempre così: come si rapportava la società al fenomeno rap/hip hop?

Noi eravamo un movimento di nicchia: ci vedevano come i diversi. Vivere in città era diverso, ma per chi come me viveva in provincia era veramente dura perché la gente non conosceva, non ascoltava quei suoni. Penso che fosse come tutti i generi di nicchia – penso al punk, per fare un esempio: gli insulti te li facevi scivolare addosso. Quando poi iniziavi a conoscere persone che avevano la tua stessa passione, allora respiravi un’aria diversa.

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In Italian Rap Legacy ho apprezzato molto la successione dei brani che hai proposto. Qual è stato l’album che ha dettato il passaggio da underground a mainstream della cultura hip hop?

Questo DJ set rappresenta un po’ il mio passato: l’ho costruito seguendo un crescendo di BPM, ma articolandolo in base a quelli che sono tutti i vinili che ho comprato negli anni. Altri gruppi che purtroppo mi mancano, e che avrei voluto inserire, sono Onda Rossa Posse, Isola Posse AllStars, Assalti Frontali, Joe Cassano, Radical Stuff, Sa Razza… Tanto per fare alcuni nomi!

L’ album che secondo me ha rappresentato la svolta è I messaggeri della dopa: il singolo Aspettando il sole featuring Giuliano Palma ha avuto quel riscontro nazionale veramente importante. Ha portato l’hip hop ad un livello pop: il rap dai centri sociali è approdato nel mainstream. Cito anche i Sottotono con La mia coccinella del 1994 che, assieme ad Aspettando il sole, hanno cambiato il modo di intendere la musica rap. 

C’è una forte connessione tra la musica elettronica e il rap contemporaneo: pensi sia cambiata l’attitudine dei DJ nelle produzioni? C’è ancora quella voglia di portare innovazione o tende ad adagiarsi nella zona di comfort?

Nel 2001 io e DJ Myke insieme a ad una parte di Uomini di mare – Nesli e Lato – abbiamo creato il progetto Piante grasse: il disco si chiama Cactus. Questo disco lo consiglio a tutti coloro che stanno apprezzando questo nuovo filone facendo attenzione alle sonorità che abbiamo proposto già nel 2001 come Men in Skratch

In verità, già all’epoca di Piante Grasse si utilizzava l’elettronica: io mi ricordo benissimo che quando si frequentavano le jam o si andava negli ambienti rap, campionare la musica elettronica significava essere guardati con disprezzo e con una certa distanza, poiché tutti campionavano dal funk o dal jazz. Noi invece già in quegli anni proponevamo suoni elettronici col rap.

Adesso questi esperimenti diciamo che funzionano di più e si prestano bene ad essere suonati nei club; per chiudere, sono stato sempre abbastanza aperto a miscugli di suoni e al miscelare il rap con generi anche molto diversi. 

Il successo di Bando poi ha dell’incredibile, se pensiamo che anche Pete Tong ha passato il remix con Rich the Kid sulla BBC Radio 1; la magia di certe canzoni che prendono determinati percorsi non lo potrai mai sapere, ma fa piacere che sia un artista italiano a raggiungere questi traguardi. Diverso è quando i produttori si siedono a tavolino cercando di ricreare “la hit” del momento o cose simili: in quel caso la musica ha vita breve.

Come nasce l’amicizia e la collaborazione con DJ Myke? Parlaci della leggenda Men in Skratch…

Con Myke ci siamo conosciuti nel 1995 a Porto San Giorgio durante una gara nazionale: il DJ Trip. Lui gareggiava nella categoria singoli (quindi mixava da solo), io invece ero nella categoria dei team. Da lì siamo rimasti in contatto. Nel ’95 si sono iniziate a vedere le prime band di DJ come gli Invisibl Scratch Piklz ed iniziammo a vedere i primi che gareggiavano in coppia. Così nel ’97 capimmo che era arrivato il momento per creare Men in Skratch.

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Eravamo due caratteri molto diversi, ma che messi insieme creavano quella magia speciale. il nome è legato al fatto che in quel periodo girava il film Men in Black ed essendo noi appassionati sia del film che del genere, optammo per questo nome.

La prima gara in cui però comparve per la prima volta Men in Skratch come formazione composta da DJ Aladyn, DJ Myke, DJ Yaner è l’ITF del 2000 in cui sfidammo Alien Army e lì perdemmo. La rivincita arrivò qualche mese dopo al DMC quando, con l’aggiunta di DJ Franky B, sfidammo nuovamente Alien Army e vincemmo, pronti per andare a fare il mondiale. 

Per i DJ di oggi queste sono robe assurde, però all’epoca vincere il DMC era il risultato di tante ore passate a studiare e a migliorare la propria tecnica. 

men in skratch

La scelta di iniziare Italian Rap Legacy con Potere alla parola e chiudere con Esco di Frankie Hi-Nrg penso dichiarino l’intento del tuo set: l’unica cosa importante è la musica; se non le si dà la giusta importanza non rimane che il silenzio. Oggi la musica è passata in secondo piano? Messaggi come quelli di Frankie Hi-Nrg sono ancora attuali?

È difficile non guardare al passato, a Neffa o Frankie Hi-Nrg, con una certa nostalgia: oggi ci sono ragazzi molto validi, però penso che la varietà che ha caratterizzato quella freschezza dal ’90 al 2000 segnava veramente gli anni d’oro del rap.

Adesso, con la rete, ogni persona potrebbe ricercare tanta musica, ma alla fine chi non vive di questo si lascia influenzare dalle tendenze musicali che vengono passate in radio o in tv e, considerando esclusivamente la musica italiana, quello sento in giro la maggior parte è spazzatura, troppi sono alla ricerca della hit dal ritornello e dalla canzoncina facilissima. Non ti parlo solo di musica, ma anche a livello di video, di grafiche: non c’è più gusto e creatività.

Il futuro che tanto hai desiderato da ragazzo è ormai il tuo presente, ma sei diventato anche genitore… Hai paura che l’hip hop, e le immagini ad essa connessa, possano spingere i giovani a fare scelte sbagliate? Può essere la musica imputabile di aver ucciso qualcuno come nel caso dei due ragazzi di Terni?

Secondo me non si può dire che un genere spinga all’utilizzo di droga, poiché in musica riferimenti alle sostanze ci sono sempre stati: basti pensare agli Afterhours con La sottile linea bianca o De Andrè ne Il cantico dei drogati; la questione, dunque, è legata a tutta la musica, non solo alla scena rap. 

Da ragazzino tra gli anni ‘80 e ‘90 la situazione, tra eroina e acidi, era veramente pesante! Io ne ho viste tante di situazioni di questo tipo, ma grazie alla passione e all’interesse per la musica mi sono sempre fatto scivolare quella fascinazione per le droghe. 

Per quanto riguarda questi due poveri ragazzi a Terni: mi vergogno soprattutto per quello che ha venduto la droga. È un discorso molto difficile, ma penso che una posizione importante ce l’abbia il genitore che deve saper controllare il figlio, tramite il dialogo. Bisogna guidare i figli e spiegare cosa si può trovare lungo il percorso della vita – dalla droga al sesso: bisogna dare loro gli strumenti per distinguere il giusto dallo sbagliato

Attenzione però! Non sto puntando il dito contro i genitori di questi giovani ragazzi, il dito lo punto nei confronti del verme che ha venduto a dei ragazzini la dose. Bisogna stare vicini anche a loro, che sicuramente staranno passando un momento difficilissimo. 

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Conosci meglio

La musica mi accompagna sin dall'infanzia. Ho studiato la musica classica e lavorato sull'elettronica. Ogni suono è un colore sulla tela della quotidinità: "una vita senza musica non è vita."
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