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Intervista

Tra “Oggi” e domani: Ensi racconta la sua musica

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Il 23 ottobre 2020 è stato pubblicato Oggi, il nuovo progetto di Yari Ivan Vella in arte Ensi. Questo EP composto da 6 tracce vede la partecipazione di tanti giovani artisti (Dani Faiv e Giaime sui testi, con produzioni di Kanesh, Strage, Andry The Hitmaker, Gemitaiz, 333Mob e Chris Nolan) creando, ad un tempo, uno scontro-incontro tra diverse generazioni e diversi modi di fare musica.

Oggi costituisce la prima parte di un progetto più ampio che l’artista torinese ha annunciato come prossimo lavoro e, considerandone i toni sperimentali, si prospetta un lavoro eclettico ed estremamente variegato che alternerà all’attitudine di un veterano come Ensi i suoni e la freschezza tipiche delle nuove generazioni.

Abbiamo deciso di intervistarlo per capire quale fosse il progetto complessivo che ruota intorno ad Oggi e per tirare le somme tra passato, presente e prossimo futuro di questo grande artista.

Ciao Ensi! Partirei da una citazione che dovrebbe suonarti familiare:

“La vera gavetta
La dedizione, lo studio in cameretta
Oggi neanche a metà strada e ringrazio di averla scelta”

(TIMELINE – ONEMIC – ENSI)

Tu sei uno dei pochi artisti che ha fatto tanta gavetta prima di arrivare al grande pubblico. Com’è cambiato il rap in Italia e come reputi l’attuale scena? Secondo te c’è ancora la stessa fame e la stessa preparazione che c’era quando hai iniziato?

Cos’è cambiato? È cambiato tutto, perché tutto è cambiato a livello socioculturale; romanticamente il percorso che ho fatto io – e tanti come me – ad oggi non si può più rifare, non perché sia più brutto il rap. Oggi la musica si vive in un’altra maniera e quella che era la “musica di nicchia” e quei movimenti controculturali che hanno fatto nascere l’hip hop si sono tutti un po’ appiattiti. Per strada è difficile distinguere un genere da un altro.

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La tua generazione è cresciuta proprio con un surrogato di una cultura americana, ma cosa credi che accadrà nel prossimo futuro? Saremo ancora così legati a queste influenze o ce ne distaccheremo?

Nel 2012 in Era tutto un sogno raccontavo di quanto avrei voluto un’Italia sotto uno stesso groove: non possiamo lamentarci solo perché ci sono delle sfumature che si allontanano dall’idea originale. Anche perché quell’idea originale che abbiamo vissuto in Italia è sempre stato un surrogato di ciò che è stato importato dall’estero.
Dovremmo lasciare tempo al tempo, agli artisti, e non lasciarci ingannare né dalla logica dei numeri né tanto meno dobbiamo giudicare questo nuovo tipo di rap che, certo, magari è un po’ mancante a livello di contenuti, ma perfettamente in linea con quello che sta succedendo nell’attuale scena americana.

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A proposito di cambio generazionale: gli artisti coinvolti in Oggi sono più giovani di te e sono venuti alla ribalta solo negli ultimi anni. La scelta di unire questi due mondi ha un obiettivo preciso? Tu dove ti collochi, parlando appunto di “generazione”?

Non riesco a definirmi un rapper della scena dei ’90: io non ero presente nel ’95 nel ’98; io sono un middle-child del rap italiano. Spesso tutti mi collegano ad una generazione precedente alla mia, ma anche in relazione al periodo delle battle io avevo solo 17 anni; ora certo inizio ad essere un veterano, ma un giovane veterano. Per spiegarmi: middle-child lo dice anche J Cole, che è un parallelo con quello che io rappresento; lui dice di essere un fratello di mezzo tra la scena madre degli anni ’90 e la scena odierna.

Parlando degli artisti coinvolti in Oggi: Quando sento Dani Faiv nell’apertura della sua strofa, che dice “Mi sentivo Enzino già da piccolo, OneMic uno dei miei primi dischi in ita e fu una hit”, è quello che mi dice tanto: vuol dire che abbiamo fatto qualcosa di influente per le generazioni successive. Fra 10 anni ci saranno dei ragazzini cresciuti ascoltando Sfera Ebbasta, Ernia o Lazza, solo per citarne alcuni.

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Se guardiamo al resto del mondo, questa musica ha anche vari terreni sui quali va a giocarsela. C’è un mainstream spudorato: a parte qualche incursione, i nomi sono quelli nelle grandi classifiche. Poi esiste l’underground e sembra che in mezzo non ci sia nulla. Attenzione, non è così: lì in mezzo stanno venendo fuori le cose migliori; io gioco per essere lì in mezzo in un ruolo importante. Non ho mai seguito il suono di tendenza – e di certo non mi metto a farlo ora – e non voglio nemmeno fare il paladino dell’hip hop che sputa sulla fogna del mainstream, anzi “nelle nuove liriche” dico “ho un piede in questa merda è una sul red carpet, sono esattamente dove voglio stare: ne’ troppo in luce ne’ troppo in ombra”: sono il più mainstream dell’underground e il più vero nel mainstream. È questo che voglio essere.

Cosa ha guidato la scelta delle collaborazioni con gli artisti di Oggi?

Per me quello che conta molto è avere la stessa fame: ci sono bellissime storie da raccontare e a me piace molto quando un rapper, anche quando fa qualcosa di diverso da me, racconta la sua storia, quella di essere partito dal nulla per aver creato qualcosa. È una componente motivazionale di cui la mia musica è molto ricca. Oggi questa musica ha semplicemente un ruolo differente ed ha dimostrato di poter cambiare la vita di un rapper in poco tempo.

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In genere sono solito chiedere 5 dischi o canzoni che hanno segnato l’identità artistica del rapper, ma tu hai alle spalle una storia un po’ diversa: sapresti elencarmi quali sono le 5 battle più emozionanti e significative nella carriera di Ensi?

La prima sicuramente Ensi contro Kiffa: questa è stata la prima vera importante nella mia città; Kiffa aveva fatto il mortal kombat nella finale stratosferica contro Fibra, era l’uomo da battere in città ma anche in tutta Italia: quello è stato il mio battesimo di fuoco nella City.

Poi quella con Tormento: tutte le altre battle – compresa quella con Clementino – non valgono quanto quella battle perché quella è stata l’unico scontro generazionale nella storia del 2thebeat: ci sono stati certo anche Clementino con Esa e Kiave con Esa, ma in un’altra modalità. Quella è stato il mio battesimo di fuoco a livello nazionale. Quando sono arrivato in Salento per fare la finale, l’ho vista in discesa e non perché gli altri non li temessi, ma perché avevo già fatto quello che dovevo fare: ero un ragazzino cresciuto con il rap italiano e che con rispetto ha battuto uno dei suoi maestri. Tormento è uno dei rapper più influenti della storia del rap italiano e di cui ancora oggi sono molto amico. Io sono Ensi per tutti dopo quel giorno lì.

A livello generazionale la finale con Nitro il primo anno di Spit, che mi ha battezzato a livello nazional popolare e mi ha permesso di fare tutto quello che ho potuto fare successivamente.

Ensi contro Marcio una delle battle più iconiche della storia: la metto successivamente solo perché le precedenti rappresentano proprio il passaggio generazionale che ho fatto; noi eravamo i più forti della nostra generazione ed è stato uno scontro tra titani: quella battle ha fatto veramente il giro del mondo.

Poi penso Ensi contro Zuli: Zuli è un freestyler di Torino antecedente alla mia generazione, tra me e i pionieri, nonché socio di Kiffa. La leggenda narra che al posto di Kiffa a fare il mortal kombat ci dovesse andare Zuli che era il più forte della nostra città; non poté andare e quindi venne sostituito da Kiffa, che poi perse con Fabri e tutti sappiamo come è andata. Zuli è sempre stato l’uomo da battere in città ma non ha mai avuto un grande appeal come rapper, però è veramente uno dei figli di puttana più forti che abbiamo. Lui l’ho battuto ai Murazzi del Po’ di Torino: ricordo che c’erano migliaia di persone intorno a noi. C’era gente ovunque. È stato clamoroso.

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Poi va be’, tra le mie preferite abbiamo anche Ensi contro Mista, che fa megaridere.

In un’intervista hai detto che l’album Ready to die di Notorious è l’album che più ti rappresenta: nella sua attitudine hip hop riesce a essere perfettamente contestualizzabile anche nell’ambito del pop. Ora che l’immaginario urban e il rap sono la nuova musica e cultura di massa, pensi che sia un bene o un male per la scena hip hop?

Guarda, secondo me le chiacchiere stanno a zero su questo punto di vista. Non ci sono rapper tecnici oggi? Certo che ce ne sono. Ci sono tante melodie? Certo, ce ne sono, c’è di tutto. Non ti piace quello che c’è in alto? Guarda in basso e troverai quello che fa per te. Se guardiamo in America, Nas ha fatto i pezzi con Justin Bieber. Smettiamola di parlare dell’hip hop come se fosse qualcosa per pochi stronzi incazzati. Non è solo quello, è ANCHE quello: rispetto tantissimo l’attitudine di chi decide per una strada più underground, ma devi spaccare, altrimenti a me non frega nulla che tu parli di hip hop se fai schifo a rappare. Il disco che hai citato di Notorious a me è sempre piaciuto per tutta una serie di cose, ma nei testi di Ready to die Biggie “salva l’hip hop”? No, non lo salva! Parla di un sacco di robe di cui parlano tanti ragazzi di oggi; abbiamo sentito per anni rapper che hanno detto cagate idolatrandoli come dei santoni. Ragazzi, serve cultura prima di parlare di queste robe. Ci sono tanti ragazzi di talento: c’è spazio per tutti. Dobbiamo lasciare tempo al tempo e vedere cosa ne esce fuori smettendola di vedere questa roba dell’hip hop come se ancora avessi lo zainetto e i baggy, perché non è così.

Sapresti indicarmi quali potrebbero essere i brani di Oggi che il pubblico potrebbe apprezzare maggiormente e quali meno?

Ho fatto questi sei brani rappresentando anche 6 visioni di differenti lati di me, sia a livello stilistico che a livello di sound. In realtà, nel sound e nelle tecniche sono tutte cose che avevo già fatto nella mia carriera e chi mi ascolta da sempre lo sa. Ad esempio, in Giù le stelle prodotta da Chris Nolan – uno dei miei pezzi preferiti – penso di dimostrare sia a livello tecnico che stilistico di essere molto versatile ed attuale, pur mantenendo la poetica testuale di alcuni classici che ho scritto.

Non sei di qua prodotta da Lazza per 333Mob punta a sottolineare quello sdoganamento del sound più bounce: mi ricorda i pezzi della metà dei 2000, quando Fat Joe facevano grandi hit per i club. Per il momento storico penso che un brano come Clamo con Dani Faiv possa essere il brano più pompato di questo EP, anche perché è il più funambolico e clamoroso; quello che potrebbe piacere un po’ di meno non saprei dirti, perché penso sia dettato molto dal gusto personale: se non piace la roba tanto da club probabilmente Mari con Giaime ad Andry the Hitmaker ti piacerà di meno, eppure penso che la tematica metta d’accordo tutti così come il modo in cui abbiamo rappato.

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Culturalmente fa tutto parte di un bagaglio: è tutto citato, non c’è nulla che potrebbe essere incompreso. Ho ricevuto qualche piccola critica per alcune scelte, ma parliamo di poca cosa; credo che sia tutto molto naturale. Ovviamente il parere del pubblico mi interessa sempre molto e non sempre le canzoni che per me sono più fighe sono quelle che riscuotono maggior successo.

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Ph. Andrea Barchi

Tra i tuoi innumerevoli lavori spicca la versione in Rock Steady di V.I.P. che vede la collaborazione con Y’akoto e in Clash Again abbiamo in Mira la talentuosa Madame. Cosa ne pensi della scena femminile? Sarà possibile una coesione sempre più stretta dato il machismo che dilaga nel rap game italiano?

Credo che ci sia un forte sessismo dietro questa divisione che viene ancora fatta e che vuol separare rapper uomini e rapper donne. Perché c’è necessità di parlare di “femminile”? Ci sono delle rapper che lo fanno bene e altre che lo fanno male, proprio come maschi; il fatto che le donne in questo genere si siano affermate un po’ meno può essere frutto di un retaggio culturale, ma io non vedo nessuna differenza. Ho collaborato con artisti bravissimi e bravissime.

Il tuo passato è segnato non solo da Ensi-freestyler, ma anche come componente OneMic. Cosa è cambiato dall’Ensi-freestyler all’Ensi dei vari dischi? Pensi di aver commesso errori a livello artistico che magari non rifaresti, se sì quali? Partiamo da questa citazione…

“La vita è come una clessidra ma non si gira se è finita
Guarda sfilare il tempo fra le dita (…)
Senza pensare che ci è stato assegnato un cammino, con la certezza che saremo noi a costruirci un destino”

(Delle volte – OneMic – Ensi)

Non sono state tanto le scelte artistiche, forse l’unica cosa è che mi sono concesso un po’ troppo, forse un po’ a tutti, anche a chi non se lo meritava. Questo è l’unico rimpianto che ho: mi sono lasciato ingabbiare da determinati atteggiamenti, ma parliamo di piccole cose. Quello che è cambiato: penso la mia musica lo testimoni più che compiutamente. In questo nuovo EP dico “cambia tutto sempre ma alla fine cambia nada, perché sta roba ce l’ho sotto pelle come Frank Sinatra”. Collegandoti a quella rima che hai citato, ci collego questa rima. Cambia tutto, ma non cambia niente perché per me questa musica ha sempre lo stesso valore. L’unica cosa che cambia è che divento sempre più consapevole delle mie capacità, con il fatto che questa musica è musica e non uno sport – dove fisicamente sei limitato arrivato ad una certa età – penso che più passi il tempo più sono migliorato. Sia Clash che V che questo progetto sono tra i migliori che io abbia mai fatto.

Cosa ci aspetta nel prossimo futuro? Come hai trascorso questa fase estremamente delicata a livello sanitario?

Nel periodo di quarantena ho concretizzato questa prima parte del progetto e ho maturato anche alcune scelte a livello lavorativo piuttosto importanti: con il fatto di uscire da una major e diventare indipendente con una grande distribuzione digitale (Believe Digital, ndr) è una scelta che ho ponderato in questo periodo di lockdown; ho avuto la possibilità di fare grande riflessioni, ma anche di prepararmi a quello che sta succedendo e che succederà: come ho sempre detto, questo EP è parte di una visione più grande ed invito tutti a guardare la luna e non il dito. Per concludere sono molto carico per questo nuovo progetto. Invito tutti ad ascoltare il lavoro per intero perché la loro successione è parte del viaggio.

Conosci meglio

La musica mi accompagna sin dall'infanzia. Ho studiato la musica classica e lavorato sull'elettronica. Ogni suono è un colore sulla tela della quotidinità: "una vita senza musica non è vita."
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