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Intervista

Livio Cori, Femmena: la dualità dei rapporti sentimentali

Livio Cori

Terry Richardson. Prima dell’intervista con Livio Cori avevo questo fotografo sulla punta della lingua, anche se ancora non lo sapevo. Per fortuna, il cantante napoletano è venuto in mio soccorso confermandomi che sì, nella copertina di Femmena, il suo nuovo progetto discografico, c’è un qualcosa che ricorda molto gli scatti del fotografo americano.

Il nuovo progetto di Livio Cori è un concept album che ruota intorno alle relazioni, con varie donne, e alla dualità dei rapporti sentimentali. Dove c’è amore, spesso c’è anche odio. Dove c’è seduzione, spesso c’è anche oppressione. Livio Cori questo lo sa bene e lo racconta in modo perfetto in Femmena, un disco composto da 10 tracce per 30 minuti spaccati d’ascolto.

Il disco è arricchito da diversi featuring, con artisti appartenenti alla scena napoletana, e non solo. Abbiamo così deciso di rivolgere a Livio Cori alcune domande, per riuscire a capire meglio la sua ultima fatica discografica. La prima, tra l’altro, con la sua etichetta, la Magma Records.

Com’è nata la copertina di Femmena?

È nata improvvisando. Con il lockdown molte cose tecniche si sono ridotte all’essenziale, quindi l’organizzazione è stata complicata. Eravamo in un momento di panico, perché non sapevamo come sviluppare l’idea che avevamo in testa. Ad un certo punto mi è venuta quest’idea delle mani di una donna sul volto. Erano a metà tra la seduzione e l’oppressione, che sono i due lati del disco. Lo scatto è proprio riferito alla duplice valenza del rapporto sentimentale.

Tra l’altro esistono due versioni della copertina

Sì, la prima è quella che abbiamo utilizzato per i primi cinque singoli che sono usciti. La seconda, invece, inizialmente volevamo utilizzarla per la seconda metà dei brani, ma poi è stata scelta come cover definitiva del disco. Io ho anche i capelli di un altro colore, è quasi l’opposto della prima e racchiude tutto il concetto.

livio cori femmena
La cover di Femmena di Livio Cori

Parliamo del periodo del lockdown. Com’è stato lavorare al disco?

Il lockdown ha favorito una maggiore concentrazione sulla parte tecnica, mentre ne ha un po’ risentito la parte creativa. È difficile, stando chiusi in casa, immagazzinare esperienze e portarle poi in un brano. Le tematiche del disco le avevo già fatte mie durante l’anno precedente e a inizio 2020. Durante il lockdown ho messo giù le idee e ho deciso di concretizzare il disco, che era già nei miei pensieri, diciamo così. Sicuramente però con il lockdown mi sono fermato molto di più in studio e ho avuto la possibilità di concretizzare più velocemente il progetto.

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Come hai detto, il disco ha varie sfaccettature. Si parla della duplice valenza dei rapporti amorosi. Tutte le canzoni raccontano tanti lati che potrebbero appartenere alla stessa storia, come a storie diverse. Essendo un concept album, come mai hai deciso di parlare di donne e perché hai deciso di chiamarlo Femmena?

Femmena è la musa ispiratrice di tutto il disco, perché tutti i pezzi sono stati ispirati da situazioni sentimentali. Sono varie storie, che sicuramente possono essere viste come un’unica storia, ma la verità è che non si parla sempre della stessa donna, ho preso situazioni da varie storie che ho avuto, per poter variare e non essere “monotematico”. Ho cercato di dare più punti di vista.

Parlando di donne, nel disco è presente un featuring internazionale con Sofi De La Torre. Com’è nata la vostra collaborazione?

Sofi mi scrisse nel periodo in cui ho recitato in Gomorra. Quando uscì la terza stagione, dove c’è anche un mio brano, Surdat, che ha un po’ fatto il giro del mondo, questa canzone è arrivata anche a lei, che mi ha taggato in una storia su Instagram e mi ha fatto i complimenti. Abbiamo iniziato a seguirci e c’è stato reciproco supporto nel tempo, che è culminato nella realizzazione del brano insieme, prodotto da Kina.

livio cori enzo dong
Enzo Dong e Livio Cori

Femmena è il tuo secondo progetto discografico, ma è il primo ad uscire con la tua etichetta, la Magma Records. Da dov’è nata l’esigenza di fondare una tua etichetta?

È nata dalla necessità di avere un controllo maggiore sui miei progetti, perché attualmente le major sono un po’ limitanti. Devi sottostare a delle tempistiche e devi dar conto, giustamente, a chi investe nel tuo progetto. Mi sentivo un po’ limitato, non avere libertà mi ha sempre un po’ messo ansia. Dovermi sempre confrontare sulla musica, che è un modo di esprimersi molto personale, con persone che sono “tecnici del mercato”, l’ho sempre trovato limitante. Quindi mi sono voluto dare la possibilità di lavorare autonomamente a quello che faccio e di essere completamente libero. Questa non è una critica alle etichette, ciò non toglie che un giorno potrò tornare in major, ma per questa cosa qui volevo fare a modo mio a 360° gradi e averne il controllo totale. E così è stato e ne sono molto fiero, perché ha tutto un altro sapore quando realizzi insieme al team che ti sei scelto il tuo lavoro. Quando trovi le persone giuste tutto poi va alla grande.

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Tu definisci Femmena un album “tropical R&B”. Perché?

Etichettare un disco, un brano, è un casino. La musica muta sempre ed è piena di influenze, quindi dare delle etichette è veramente difficile. Io canto nei miei brani, ho sempre fatto rap, ma si è molto evoluta la mia modalità espressiva, quindi è a tutti gli effetti R&B quello che canto. Per quanto riguarda il sound, tropical perché è riassuntivo, racchiude tutti i generi che hanno influenzato questo disco, come l’afro, il reggaeton più spinto. Ci sono tante sonorità diverse in Femmena. Questo mi fa stare bene. Mi soddisfa molto aver creato qualcosa che in primis piace a me. Tropical è poi la zona dalla quale vengono tutte queste influenze. Questo vale per una parte del disco, perché l’altra metà è più cupa, classiche dell’alternative R&B che ha ritmiche e suoni più subacquei, profondi. Queste sono le due anime che risultano più presenti. Poi c’è tutto il sottobosco, possiamo veramente arrivare ovunque. Io poi mi faccio molto influenzare dalla musica che ascolto, ne ascolto tanta e di generi diversi.

Proprio a proposito dei tuoi ascolti, cos’hai ascoltato di più in questo periodo?

A parte i grossi dischi che sono usciti quest’anno, che fanno parte della musica urban, ma ormai sono quasi pop, da Drake a The Weeknd, il disco che ho ascoltato molto ultimamente è quello di Woodkid. Lui è super, secondo me. Ho ascoltato molto R&B: PartyNextDoor, Summer Walker, l’ultimo album di Kali Uchis. Mi piace molto anche James Blake. Sono molto affascinato dall R&B, perché ci sono le sonorità che cerco di riprodurre, da cui cerco di prendere qualcosa per reinterpretarle a modo mio. Sono molto influenzato anche dalla musica europea. Non voglio meramente imitare, è una cosa tristissima, voglio prendere il meglio di questi mondi e farle mie.

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Tornando a parlare del disco, mi parli dei vari featuring?

A parte con Sofi, con cui non siamo mai riusciti a vederci, gli altri sono tutti amici, non li ho chiamate per il disco senza averci mai avuto a che fare. Con Enzo Dong ci conosciamo da una vita, siamo amici prima che colleghi. Con Nicola (Siciliano, ndr.) ci siamo conosciuti attraverso la musica, ci siamo incontrati in diverse occasioni e abbiamo iniziato a sentirci. È uno degli artisti appartenenti alle “nuove leve” che stimo di più. Giaime l’ho conosciuto nel periodo in cui stavo a Milano ed è un pazzo, mi è piaciuto molto lavorare con lui. Con Peppe Soks invece ci siamo incrociati a degli eventi e mi ha sempre detto che gli sarebbe piaciuto fare un pezzo R&B. Con tutti ho davvero un rapporto, c’è una grande stima prima di tutto. Non ho mai fatto una collaborazione a tavolino, a scopo di marketing.

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