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Intervista

L’underground non è solo old school, ed è ora di capirlo: intervista ai Triflusso

Triflusso cover

Conobbi per la prima volta i Triflusso in maniera totalmente casuale: mi trovavo al Tpo di Bologna e tre grintosi ragazzi aprirono il live di Alessio Mariani, in arte Murubutu, che poco dopo avrebbe presentato l’allora suo ultimo album, Tenebra è la notte e altri racconti di buio e crepuscoli. Non potei che ammirare con stupore la vogliosa forza di tre ragazzi amalgamati, nati per il palco e in grado di alternare episodi di pura forza tecnica, stilistica ed espressiva. L’album che mettevano in scena si chiamava Triflusso, ed era il primo disco dell’omonimo gruppo, datato 2016.

A 4 anni di distanza da Triflusso, il 18 dicembre 2020 il collettivo bolognese ha dato vita al suo secondo progetto discografico. Trinity è il suo nome. Un disco innovativo, pubblicato totalmente da indipendenti, in cui astrattezza ed ermetismo sono le parole che fanno da padrone. All’interno, un sound ricercato e inusuale, soprattutto all’interno di un mercato saturo quale quello attuale: tecnica, una quantità spropositata di giochi di parole cuciti in rime, e i featuring di Mattak e i Kmaiuscola a completare il lavoro.

Qualche settimana fa ho avuto l’occasione di incontrare i ragazzi e farci quattro chiacchiere. Si è parlato di rap, di pregiudizi, di futuro e di Bologna: il risultato è stato una lunga e interessante intervista che consigliamo fortemente a ogni amante dell’hip hop. 

Ciao ragazzi, è passata poco più di una settimana dall’uscita del disco. Come state?

Direi che stiamo bene. Trinity è uscito da poco e la risposta è stata positiva e abbastanza estesa. La spinta che abbiamo avuto è dovuta sicuramente anche ai Kmaiuscola e a Mattak, ma c’era anche chi addirittura lo attendeva. Questo non era scontato: sono passati comunque quattro anni da Triflusso, il nostro primo disco pubblicato nel 2016, e dopo tutto questo tempo c’era la possibilità che l’interesse fosse scemato, soprattutto in un periodo in cui non circola così tanto questo tipo di sound che ci contraddistingue.

La promozione dell’album, sopratutto lato social, è stata molto minimale, in controtendenza rispetto al mercato musicale di oggi. Perché questa scelta? 

Da un lato è stata una scelta nostra, che come gruppo non abbiamo mai puntato ad accrescere un qualche hype, magari via social, perché proprio non fa parte del nostro immaginario. In America succede spesso che un disco esca senza avviso, perfino tra i big. Essendo noi autonomi, abbiamo deciso di investire di più sul prodotto in sé piuttosto che sulla sua promozione: una volta che abbiamo fatto un lavoro che ci soddisfa, tutto quello che viene dopo per noi resta secondario. 

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Come collettivo provenite tutti e tre da una realtà che io conosco bene, ma forse non è per tutti così. Avete voglia di spiegarci cos’è OTM?

Qui c’è da fare una distinzione tra cosa era OTM e cosa è adesso. OTM è nato come una crew di ragazzi che condividevano una passione, facendo musica, organizzando serate, spesso inseriti anche in un contesto sociale. Nasce dunque come laboratorio aperto, a cui chiunque poteva partecipare, e man mano si è ristretta diventando una crew circoscritta. Quando abbiamo deciso di focalizzarci solo sulla musica, l’ambiente sociale ci stava un po’ stretto, non per disinteresse, ma perché era limitativo rispetto al nostro obiettivo principale. Con il tempo le dinamiche sono poi cambiate, e ad ora rimane, oltre che un ambiente famigliare a tutti gli effetti, una piattaforma attraverso la quale facciamo uscire la nostra musica

Quanto ha influito, umanamente e musicalmente, crescere e vivere a Bologna?

Ha influito un sacco, sia positivamente che negativamente. Parliamo della città che ha custodito da sempre la culla dell’hip hop italiano: pensiamo a Neffa e i messaggeri della dopa, DJ Lugi, DJ Trix, la PMC, e via discorrendo. Fare questo tipo di musica qua ha un peso in più: fare rap a Bologna, soprattutto anni fa, non era proprio semplice. Al tempo stesso questo ci ha sempre spronati a fare di più.

Caparezza diceva sempre che il secondo album è sempre il più difficile. Sono passati 4 anni da Triflusso, il vostro ultimo disco: cosa è cambiato in questo arco di tempo e cosa vi ha spinti a rimettervi in gioco con un nuovo progetto?

Nonostante tanto sia cambiato intorno a noi nel giro di quattro anni, abbiamo sempre cercato di dare importanza alla musica. In questo tempo poi, gli ep che abbiamo realizzato singolarmente e le varie esperienze di vita di ognuno di noi, crediamo che abbiano contribuito parecchio a creare un disco che, oltre ai gusti personali a riguardo, abbia una maturità differente. C’è una crescita mentale, musicale e soprattutto nel livello di scrittura dei testi, abbastanza inevitabile se consideriamo che al momento dell’uscita di Triflusso nessuno di noi aveva ancora vent’anni. Il motivo per cui ci siamo rimessi in gioco è proprio questo: sapevamo di volerlo e di poterlo fare meglio, rimanendo fedeli alla nostra mentalità di sempre. 

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Ok, parliamo di Trinity. Qual è il filo conduttore di tutto l’album?

Il disco è puro virtuosismo lirico, il macro-conduttore che ci caratterizza. Altri due fili conduttori sono sicuramente la ricercatezza e l’astrattezza. Ricercatezza nei testi, nelle basi, nell’artwork e nei molteplici riferimenti che facciamo, mentre astrattezza come base ideale di ogni nostro pezzo. Ci teniamo a sottolineare l’enorme lavoro che è stato fatto con le grafiche, in cui abbiamo unito varie illustrazioni di Gustave Doré. La scelta è ricaduta sul pittore e incisore francese perché rispecchia l’immaginario cupo, oscuro e al tempo stesso metaforicamente divino e sopraelevato a livello lirico, che volevamo dare al disco. Può apparire spocchioso, ma è quello che volevamo trasmettere: un’indubbia manifestazione di ego, di barre e di tecnica.

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Quello che da sempre mi colpisce nei vostri testi, a cui dedico particolare attenzione, è la vostra capacità di scrittura. Era stato così in Triflusso, lo è stato ancora di più in Trinity. Credo che i ragazzi di Genius abbiano un bel da fare con voi. In un’epoca in cui la soglia di attenzione è sempre più bassa, voi non ricercate mai mood sonori per arrivare all’ascoltare medio. A che tipo di pubblico volete arrivare con la vostra musica?

In Italia, il tipo di pubblico che vorremmo deve ancora formarsi. Non c’è ancora una consapevolezza sufficiente dell’underground, che non è solo la roba old school fine a se stessa, ma qualcosa di più maturo, capace di evolversi. Non è un pubblico che cerchiamo, ma che molto umilmente ci piacerebbe formare, o contribuire a farlo. La nostra musica è da sempre di nicchia, e ne siamo consapevoli: farlo è difficile, ascoltarlo è difficile, e alla stragrande maggioranza delle persone risulta difficile anche da capire. Evolversi significa per noi sperimentare sound anche complessi, cercando una scia più grimey, con campionamenti lenti e arrotolati, magari senza batteria. Siamo interessati a un filone nuovo, con un approccio, una ricerca e un immaginario differente a quello che solitamente ci circonda.

Mi ha attratto molto il rapporto artistico che è nato con i Kmaiuscola, uno degli unici due feat presenti in Trinity. Come vi siete conosciuti e come, se è successo, hanno influenzato i vostri approcci alla disciplina?

Sicuramente hanno influenzato tantissimo, sia prima che li conoscessimo e ancora di più dopo. Ci siamo conosciuti tramite OTM, con cui li abbiamo invitati a una serata qui a Bologna e gli abbiamo aperto il live. Era da poco uscito Triflusso. Da lì, loro hanno riconosciuto delle basi abbastanza radicate in noi e si è iniziato a sviluppare un rapporto progressivo, innanzitutto di amicizia e successivamente artistico. Il feat è il coronamento di un rapporto umano di stima e rispetto coltivato negli anni. Stessa identica cosa è successa con Mattak, l’altro featuring dell’album. 

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Ho un’ultima domanda: credete che il rap possa essere ancora una forma di ribellione distaccato dall’auto-celebrazione becera che continua a uscire? 

Noi crediamo che l’hip hop in generale possa avere il significato che gli attribuisce chi lo produce. Il rap nasce come forma di ribellione e si sviluppa in contesti sociali, ma è giusto che ognuno lo plasmi e lo usi alla sua maniera. Noi per anni siamo stati etichettati come “militant” e questo ha contribuito anche alla scelta di allontanarci da quei contesti e spingere di più sulla musica. Non perché non condividiamo determinate cose, ma perché musicalmente ci interessa fare altro piuttosto che riferimenti socio-politici, che comunque ci sono ma che rimangono molto più introspettivi. Nella nostra musica vogliamo spaziare il più possibile in maniera trasversale.

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Studente, accanito lettore, alla continua ricerca di creatività. Ho una mentalità diversa da chi tergiversa.
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