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Kento, storie dal carcere minorile in un libro e un mixtape: ecco “Barre”

Kento_Barre

Tra le nostre righe, oggi vorrei parlavi del nuovo libro Barre. Rap, sogni e segreti in un carcere minorile, scritto dal rapper Kento e pubblicato dalla casa editrice Minimumfax. Un libro che, in chiusura, si dilata e si trasforma – grazie alla tecnologia QR code – in un mixtape che riprende il titolo del libro. Barre Mixtape è disponibile per Aldebaran Records sugli store digitali ed è ispirato alle storie raccontate nel libro. Uno street album nato in carcere nel quale, in tredici tracce, Kento racchiude pensieri e rime di oltre dieci anni di laboratori tenuti in vari istituti penitenziari italiani. Qui, il rapper ha cercato d’incanalare nella creatività la rabbia, la frustrazione e la tentazione di fare del male agli altri e, più spesso, a se stessi.

Negli anni, quindi, Kento è stato a contatto con centinaia di minori detenuti. Le loro storie, la loro dura quotidianità e il loro modo di essere lo hanno ispirato e toccato moltissimo. Tutto questo è descritto dentro il libro Barre. Rap, sogni e segreti in un carcere minorile, in cui racconta l’esperienza come “insegnante di rap” nelle carceri minorili, unito a un disco intenso in cui il rapper reggino incide le sue rime stratificate e ricche di riferimenti culturali, in cui la critica sociale si mescola con la poesia, la poesia con la vita…

Barre è stato registrato e masterizzato allo storico Quadraro Basement e vede le produzioni di Shiny D, Goedi, DJ Fuzzten, Gian Flores, DJ Dust, Giovane Werther e un feat. di Lord Madness.

Nel mixtape, la poesia incontra il boombap e le classiche rap ballad si alternano a incursioni di sonorità più moderne, senza mai perdere l’attenzione al messaggio che è da sempre il tratto distintivo di Kento. Barre è un lavoro legato a doppio filo al libro perché nato dalla stessa ispirazione ed è stato scritto in buona parte nel periodo in cui – per colpa del lockdown – i laboratori in carcere hanno subito un’interruzione forzata, così come i concerti. Insieme al mixtape, disponibile anche in vinile in sole 100 copie numerate a mano e autografate, c’è anche una t-shirt realizzata dalla Cooperativa Jailfree, che si occupa del reinserimento lavorativo dei detenuti.

In attesa di poter ascoltare dal vivo il mixtape, ecco le nostre impressioni sul libro! Inoltre, scorri l’articolo fino in fondo per scoprire cosa ci ha raccontato Kento su questo grande progetto nella nostra intervista.

Kento_Barre_Cover

Minori e carceri: vite ai margini delle società

In Barre sono raccontati, come si legge nel titolo, i sogni, i segreti, gli amori e i disamori, ma anche le difficoltà e i disagi in cui i minori carcerati si trovano a vivere. Dato il tema, le 177 pagine sono intense e delicate; critiche, a tratti drammatiche, molto autentiche, dirette e intime, arricchite da frammenti poetici scritti dalle stesse persone minorenni incarcerate. È per questo un libro ricco di brusii e voci diverse: molto stimolanti e originali! 

Questo libro di Kento, attraverso una scrittura sciolta e semplice, affronta in modo non banale, o stereotipato, o semplificato il tema complesso e non così conosciuto degli istituti di pena per minorili. Si rivolge più volte – tagliente e diretto – a chi leggerà il libro, come quando dice: 

«Posate un attimo questo libro, aprite Google e cercate quanti suicidi ci sono stati in carcere l’anno scorso in Italia. Se mi avete accompagnato fin qui in questo viaggio, c’è una buona probabilità che il numero che troverete vi renderà tristi e incazzati. Segnatelo in calce a questa pagina…»

p.64

Carceri e lavoro sociale

In modo fermo, interrogativo, preciso, non pesante e attento, Kento cerca di toccare la coscienza personale e l’opinione pubblica mostrando gli aspetti più nascosti, duri, oppure particolari, non scontati e quotidiani della realtà carceraria minorile.

Barre. Rap, sogni e segreti in un carcere minorile avvicina molto bene alla situazione delle carceri minorili anche chi non conosce, o conosce poco, oppure male questa parte di realtà italiana. Ne mostra le dinamiche a volte logoranti, le numerose problematiche, ma sottolinea anche le risorse di questi posti freddi, maleodoranti, consumati ed isolati: come ad esempio varie associazioni, professionisti come educatrici/educatori e psicologhe/psicologi e volontari/rie, a vario modo impegnate/i all’interno dell’IPM.

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Scrittura rap e minori in carcere

È proprio grazie a queste diverse presenze che il rapper è potuto entrare in quest’istituzione rigida e proporre alla sezione maschile un laboratorio di scrittura rap. I laboratori durano alcuni mesi, hanno l’obiettivo di far «capire cos’è l’hip-hop», stimolare «un ascolto critico e consapevole» (p. 62) e creare uno spazio per raccontarsi in modo autentico. Qualche persona si starà chiedendo: ma allora il rap è una sorta di bacchetta magica che risolve i problemi più complessi della nostra società, come la criminalità minorile e le recidive? Lascio le parole dell’autore: 

«Il rap da solo non basta neanche lontanamente a scongiurare quest’eventualità. Certo, il rap racconta la realtà e ispira a cambiarla, e il rap è sicuramente la colonna sonora di questa generazione e delle rivoluzioni presenti e future. Ma c’è bisogno che tutta l’opinione pubblica affronti questo impegno come finora non è si è fatto abbastanza, affiancando e sostenendo le associazioni, gli insegnanti, gli educatori e i professionisti che, con in mente l’articolo 27 della nostra Costituzione, cercano di rendere la detenzione minorile un momento di crescita e l’occasione per far diventare questi ragazzi degli adulti liberi e consapevoli». (p. 173)

Ecco che, facendo in modo collettivo la propria parte, forse ci saranno più opportunità e giustizia sociale.

Dopo aver letto il libro, che affronta un tema davvero importante e non banale, abbiamo voluto fare a Kento alcune domande sullo street album nato in un contesto complesso e duro come l’IPM. Schiaccia play, e continua a leggere…

Questo libro è davvero ispirato. Visto che sono citati alcuni volumi come I ragazzi della Nickel dello scrittore statunitense Colson Whitehead (vincitore del premio Pulitzer per la narrativa nel 2020), vorrei sapere: da chi e da quali correnti di pensiero ti sei lasciato guidare nella stesura?

Francamente la prima cosa su cui mi sono stato concentrato è l’essere reale, sincero e rispettoso nei confronti dei detenuti. La seconda, non fare moralismo. La terza e ultima, sviluppare un racconto appassionante e che risponda a tutte le curiosità che potrebbero sorgere nel lettore.

Per rispondere in modo più specifico alla tua domanda, sicuramente Whitehead è stato uno degli autori che mi ha ispirato di più: ho letto La Ferrovia Sotterranea due anni fa e mi ha folgorato. Qualche tempo dopo, in modo totalmente casuale, mi sono trovato ad avere I Ragazzi della Nickel – fresco di uscita – proprio mentre andavo a fare i miei laboratori in carcere. Più andavo avanti con la lettura, più mi rendevo conto che (con tutto il rispetto per un gigante come Whitehead!) le storie che raccontiamo non sono del tutto dissimili. E quindi mi sono abbandonato a questo piccolo esperimento di meta-letteratura, citando il suo libro nel mio.

Kento_barre_

I laboratori che tu hai condotto rappresentano un esempio di buona pratica, di opportunità, sia per le persone minori a cui sono dedicati, sia per te di crescita. Come vengono percepite queste buone pratiche, ispirate all’Art. 27 della nostra bellissima Costituzione?

Dici bene: l’ispirazione viene dall’Articolo 27, che dice che la pena deve tendere alla riabilitazione del detenuto, al suo reinserimento nella società. Ma cosa succede se il giovane carcerato non è mai stato inserito? In qual caso non possiamo parlare di re-inserimento, ma addirittura di primo inserimento nel tessuto sociale, mi capisci? E quindi la responsabilità dell’istituzione è ancora più importante e pesante. O accettiamo il fatto che degli adolescenti siano già marci e perduti o ci attiviamo in un modo che non sia tenerli chiusi in una cella. Una constatazione che a me sembra elementare ma, a quanto ho visto, non è così per tutti.

Un aspetto che mi ha molto interessata è il tuo ammettere che, da sola, la pedagogia Hip Hop (culturalmente rilevante per le persone a cui è proposta) non è sufficiente. Che cosa ci vorrebbe per far sì che queste occasioni offerte di crescita possano effettivamente bastare a se stesse?

Fortunatamente nel 2021 l’Hip-Hop è una cultura ormai storicizzata e matura pur essendo sempre giovane e portata a rigenerarsi. Siamo pronti a confrontarci e ad affiancarci a qualsiasi forma di espressione, di pedagogia e di linguaggio. Chiaramente non siamo né vogliamo essere educatori o psicologi ma, nel momento in cui ci troviamo a lavorare insieme a queste professionalità, sappiamo mettere a disposizione lo storytelling che racconta in modo più completo e calzante la realtà di oggi.

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Sai, un altro aspetto della realtà dei carceri minori che tu racconti e che mi ha incuriosita è il rap carcerario. Potresti dirmi qualcosa a riguardo?

Beh, basta farsi un giro su YouTube e trovi video con milioni di visualizzazioni – spesso registrati direttamente sui type beat senza nemmeno togliere gli audio tag – che raccontano in modo incredibilmente reale, anche se a volte ancora acerbo, quel mondo. Ma c’è chi lo fa anche in maniera più matura e lirica: uno dei nomi da tenere d’occhio è sicuramente William aka 33, un ragazzo che ho conosciuto da detenuto e che adesso, tornato finalmente libero dopo troppi anni, sta lavorando con stile e dedizione a un’uscita in grande stile. Secondo me lascerà il segno.

Parliamo del mixtape: queste tredici tracce sono tutte stratificate, critiche e intense. Possono essere lette a più livelli di lettura. Quella che mi ha colpita per prima è stata Odysseos: si richiama al celebre mito greco, giusto? Ascoltando, mi ha fatta pensare al passato 2020, in cui ognuno di noi ha vissuto a suo modo la sua odissea a causa della pandemia. Se utilizzassimo questa metafora anche in riferimento all’esperienza del carcere minorile a cui questo disco è così intimamente legato, che cosa ti viene in mente?

Prima di tutto, mi fa piacere evidenziare che il beat di Odysseos è del mio socio DJ Fuzzten, che è sul palco con me da anni come turntablist e maestro d’orchestra dei miei concerti. Fuzz aveva già suonato o co-prodotto alcune cose sui miei dischi precedenti, ma sicuramente il suo ingresso a pieno titolo nel mondo della produzione arriva con questo lavoro, e mi piace molto il fatto che si senta l’impronta del live anche su come ha costruito (o meglio: de-costruito) questa traccia. Per rispondere alla tua domanda, penso che ognuno di noi viva la sua odissea sia a livello personale che a livello sociale, e spesso chi ne è al di fuori non se ne rende conto. Per quello che riguarda il carcere, sicuramente gli ostacoli e i nemici sono molto più reali e tangibili di quelli del mondo dei liberi, e purtroppo non è detto che alla fine il ritorno ad Itaca sia garantito.

Kento Barre 5 bassa

Kumite mi ha strappato un sorriso e mi ha molto incuriosita. Che cosa vuol dire e a che cosa ti riferisci?

Anche qui parto dal beatmaker: ma che bomba è questa produzione di Goedi? Sono fan dei suoi beat dai tempi di Microspasmi e quindi è una collaborazione che mi fa gran piacere. E poi sentivo il bisogno di un pezzo veloce, ironico, basato sull’immaginario dei vecchi film di arti marziali. Il Kumite era appunto il torneo clandestino di arti marziali di Senza Esclusione Di Colpi, un vecchio film con Van Damme che è stato un classico della mia infanzia e che, a riguardarlo ora, fa appunto sorridere un po’.

In Orologi molli, mi è venuto in mente, per contrasto, l’orologio che descrivi nel libro, nel capitolo Cose preziose… che è tutt’altro che molle e delicato. È un brano personale, ma anche carico di critica sociale. Potresti spiegare il titolo, si riferisce al quadro di Dalì, o a che cosa?

Esattamente: Orologi Molli parla della precarietà del tempo, così come nelle opere del maestro catalano, e delle giornate che – dietro le sbarre – sembrano non avere più nessun significato. Mentre l’orologio di cui parlo nel libro è una sorta di mostro meccanico, e ogni “clac” che fa è un movimento interno del ventre della bestia carceraria a cui appartiene. La bellezza di poter proporre un progetto crossmediale dove la parola scritta incontra la musica è anche sperimentare un incrocio di linguaggi di questo tipo.

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Altre tracce, oltre ad essere intime e criticare diversi aspetti dell’urban (come in Escher con Lord Madness), oppure della nostra società in generale, trasmettono un senso di claustrofobia, oppressione, rabbia o ancora di liberazione. Riflettono forse alcune sensazioni o sentimenti che hai provato nel fare laboratori di scrittura rap?

Sicuramente il lavoro in carcere mi ha segnato molto e influenza la mia scrittura in modo decisivo. Amo citare la frase di Bruce Lee che dice “io non faccio esperienza, io sono esperienza”. Ecco, il carcere è uno di quei posti che ti insegna la differenza tra fare Hip-Hop ed essere Hip-Hop. Dall’altro lato, ho cercato in tutti i modi di evitare di essere didascalico: il mixtape accompagna il libro, ma non ne è la forma illustrata o messa in rima. Sono due progetti paralleli, ma ciascuno cammina con le proprie gambe.

Kento_barre

Qual è la traccia a cui sei più legato, oltre Mia 2021- remaster, immagino, e perché?

Ogni volta che mi viene fatta questa domanda (a cui non so mai rispondere) mi tolgo d’impiccio dicendo che la traccia a cui sono più legato è l’ultima che ho scritto, perché è quella che assomiglia di più a come sono in questo momento. E l’ultima traccia che ho scritto, nel caso di Barre Mixtape, è Alba Di Vetro, tra l’altro su un’altra bellissima produzione di Goedi.

A livello di basi volevo chiederti: alcune canzoni, come Bourbon, Veleno di Serpente, Croce del Sud mi ricordavano quelle Vinicio Capossela. Si ispirano a lui, o meglio al suo genere musicale? Quali altre influenze sono presenti?

Vinicio è uno dei miei artisti italiani preferiti, ma probabilmente le influenze decisive che mi hanno portato alla scrittura di quelle tracce sono da cercare nel mondo della spoken word, della dub poetry e della slam poetry. Saul Williams, Linton Kwesi Johnson, Amiri Baraka, Mutabaruka, Maya Angelou, le poesie di Tupac e così via. Ecco perché sono le uniche tracce interamente suonate (produzioni favolose del mio socio Shiny D, con cui collaboro ormai da una vita) e registrate “libere”, senza metronomo o beat. Il tempo è quello che ho voluto dare io, ed è volutamente imperfetto.

Tra tutte le canzoni dell’album, Pyongyang, tra le altre cose, mi ha ricordato lo stile lirico di Murubutu: infatti la canzone è una metafora, una storia d’amore improbabile e la descrizione aspra e disincantata di due soggettività diverse, ma con punti in comune… Partendo dal nome, da dove nasce questa canzone?

Nasce dal beat stellare che un giorno Gian Flores mi mandò, e dal fatto che volevo scrivere una canzone altrettanto particolare e unica. Il professor Mariani sicuramente è un grande punto di riferimento ma, se vuoi sapere un segreto, il contenuto del mio storytelling è fortemente ispirato da Samantha di Guccini. Se riascolti quella bellissima traccia, sicuramente non ti sfuggirà l’omaggio che le dedico. Il titolo è dato dal fatto che volevo ambientarla, nella prima parte, nel luogo più lontano geograficamente e culturalmente da noi, per poi dimostrare che i sentimenti sono uguali a qualunque latitudine… e quindi mi è venuta in mente la capitale della Corea Del Nord. Un’altra curiosità: è la prima canzone che scrivo in metrica A-B-B-A; anche questo è un esperimento per rendere ancora più particolare ed insolito l’ascolto.

Dopo questo libro ricco di contenuti e l’interessante mixtape Barre, quali altre novità all’orizzonte?

In pandemia ho scritto come un pazzo, ti dico solo che mi sono trovato a fine 2020 con trenta inediti. Per adesso pensiamo alla promozione del libro e del mixtape, compreso il vinile per Aldebaran Records che è un progetto a cui tengo tantissimo. Non appena si potrà suonare dal vivo di nuovo, annunceremo altre cose. Nel frattempo, continuo a scrivere… non è detto che non arrivino novità anche su altri fronti!

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