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Intervista

Studio Murena, jazz e rap tra sperimentazioni e vita vera

Studio Murena collage 1

Di recente ho partecipato, solo come uditrice, ad una room su Clubhouse in cui si parlava di generi musicali. Hanno ancora senso, nel 2020? Non esiste una risposta giusta o sbagliata. Quello che è certo è che lo Studio Murena è riuscito, con il nuovo omonimo progetto discografico uscito lo scorso 9 febbraio per Costello’s Records e distribuito da The Orchard, a pubblicare un album in cui rap e jazz convivono come se fossero stati creati esattamente per questo.

Lo Studio Murena, collettivo nato nel 2017 e formatosi dalla voglia di fare musica di cinque ragazzi del Conservatorio di Milano – Amedeo Nan (chitarra elettrica), Maurizio Gazzola (basso elettrico), Matteo Castiglioni (tastiere e synth), Marco Falcon (batteria), Giovanni Ferrazzi (elettronica, sampler), ai quali si aggiunge l’MC Carma – esce con un disco che ha tanto da raccontare, dove il jazz si incontra con il rap e la letteratura con la vita di tutti i giorni. Un turbinio di sonorità e sensazioni, perfettamente raccontate dallo Studio Murena, che continuano a portare avanti un percorso fatto di originalità e ricerca di quel tassello in più che oggi serve per fare buona musica.

Essendo in sei immagino abbiate tutti influenze diverse, che si sentono tutte nei vostri pezzi. Ci sono jazz e rap, ma anche l’elettronica (io ho sentito anche un po’ di dubstep). Quali sono i vostri artisti di riferimento?

Sicuramente le nostre influenze derivano tanto dal jazz e dall’hip-hop così come dalla musica sperimentale, dal rock e in particolare dalla musica elettronica. I nostri artisti di riferimento sono tantissimi, dovendo fare una piccola selezione diremmo: Robert Glasper, Kendrick Lamar (per il loro fondamentale apporto nella fusione tra jazz & hip-hop), poi Isotope 217, BadBadNotGood, J Dilla, Mos Def, Madlib e Karriem Riggins.

Sicuramente esiste anche una forte impronta drum’n’bass e breakbeat nella nostra musica, che è possibile sentire in particolare in alcuni brani come Long John Silver e Utonian, queste influenze derivano tanto da Machinedrum, che è uno degli artisti preferiti di Marco (il nostro batterista) così come da Four Tet o Flying Lotus che adora Giovanni (il nostro uomo elettronico al sampler).

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Nei testi di Studio Murena ci sono diversi riferimenti letterari, da Long John Silver da L’Isola del tesoro di Stevenson alla celebre terzina del 26esimo canto dell’inferno di Dante. L’idea è quella di mescolare storie di vita vera e influenze dal mondo della letteratura, arte ecc?

Senza alcun dubbio le nostre passioni spaziano dalla musica alle arti visive sino alla letteratura, e in generale è cosa buona e giusta poterne godere in gruppo. Il bello di queste cose è che regalano l’esperienza di vivere altre vite e a volte può essere potente chiamare personaggi o realtà di altri mondi a descrivere il proprio. E comunque di base siamo sei nerdacci imbarazzanti.

Ci fa molto piacere che abbiate percepito questa volontà di creare dei parallelismi tra la vita metropolitana di Milano e le narrazioni letterarie, c’è sicuramente una forte impronta descrittiva nei testi dei nostri brani, sia nelle parole che nel linguaggio degli strumenti.

Come lavorate? Nel senso, vi ritrovate in studio e la parte musicale e la costruzione del testo sono separate o c’è uno sviluppo sinergico? Quanto le sonorità del vostro progetto sono in funzione delle parole, o viceversa?

Tralasciando quest’ultimo periodo, nel quale naturalmente ci siamo trovati costretti a lavorare in remoto, tutto inizia con il radunarsi nella saletta di Carma in San Donato City. Da qui le strade che ci hanno condotto alla creazione dei nostri brani sono sempre state molteplici: talvolta si parte da una melodia, da un groove di basso, da una ritmica ben precisa o da un’armonia, altre volte invece tutto inizia con un concetto estrapolato da alcune barre già scritte da Carma. Ne risulta un flusso cangiante in cui musica e parole si influenzano a vicenda, dal quale gradualmente prende vita una struttura, grazie alla stretta collaborazione di ogni componente.

La contaminazione di vari generi è qualcosa che, in un certo senso, esiste da sempre. Però in questi ultimi anni l’abbiamo vista soprattutto tra mondo latin e rap. Quello che è fate si può dire che sia una novità nel panorama italiano. È un “genere” che potrebbe prendere sempre più piede nel nostro Paese?

Ci farebbe enormemente piacere poter essere dei capostipiti del genere nel nostro paese, in realtà degli esperimenti e dei crossover tra jazz e hip-hop sono stati già fatti da alcuni artisti nazionali, vorremmo citare in particolare i Calibro 35 nel loro ultimo loro LP che hanno collaborato con Illa J e i Colle der Fomento con i Loop Therapy diversi anni fa. Quello che è sicuro è che non esiste una vera e propria realtà jazz-rap (se così vogliamo chiamarla) in Italia.

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Nel nostro piccolo abbiamo provato a tracciare una linea, un filo conduttore, tra tante realtà che esistono in Italia in questo momento producendo un podcast in 4 puntate nel quale mixiamo interviste a diverse personalità che gravitano in questo mondo (Alessio Bertallot, Davide Shorty, Godblesscomputers, Riccardo Sinigaglia ecc…) insieme a brani di musicisti che ruotano attorno a questo grande mondo della musica strumentale hip-hop, nu-jazz e elettronica che vorremmo potessero avere più visibilità e che a nostro parere meriterebbero davvero di poter emergere.

studio murena

C’è qualche producer con cui vi piacerebbe collaborare, che trovate musicalmente interessante e innovativo, anche lontano dal vostro mondo?

Assolutamente sì, in Italia abbiamo tanti producer fortissimi come Karu, Tommaso Cappellato o Daykoda. Mentre all’estero senza alcun dubbio tra i tanti diremmo: Madlib, Makaya McCraven, 9th Wonder e Tyler, The Creator.

I brani che aprono e chiudono Studio Murena non hanno titolo, ma avete deciso di utilizzare i “caporali”. È il vostro modo per dire che “aprite e chiudete virgolette” e che questo progetto racchiude una narrazione che racconta una storia ben precisa?

Esatto, l’idea è proprio quella di aprire e chiudere le virgolette e di creare una storia all’interno di queste, non tanto per far intendere che si tratta di una vera e propria storia “narrativa-lirica”, che nasce e si conclude dall’inizio alla fine del disco come in un concept album, bensì con questi due titoli volevamo indicare come la nostra musica sia sì strumentale e suonata, ma che in fondo ha una forte componente elettronica nel modo di pensare il suono e di comporre. In questi due pezzi, quasi interamente strumentali, infatti, abbiamo campionato due sessioni live in studio con diversi componenti del gruppo e poi le abbiamo riassemblate creando qualcosa di nuovo successivamente in studio.

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Come sicuramente saprete il campionamento è la tecnica fondamentale su cui si basa la produzione di dischi hip-hop, e proprio perché il nostro è un disco che nasce dall’amore per questa tecnica e per queste produzioni, aprendo e chiudendo il disco con due pezzi in cui ci auto-campioniamo, mentre il resto del disco è totalmente suonato in presa diretta, volevamo creare una specie di corto-circuito e rendere omaggio all’arte del campionamento. In parte è anche un piccolo riferimento a un album che adoriamo e che non vogliamo svelare ma che ci piacerebbe lasciar indovinare a voi.

Vi siete esibiti su palchi importanti di Milano, come l’Ohibò e JazzMi. Una volta che si potrà tornare a fare musica live, su quale palco vi piacerebbe esibirvi? E soprattutto, per quanto riguarda le passate esperienze di Studio Murena, qual è stato il pubblico che vi ha stupito di più?

Naturalmente ci piacerebbe poter partecipare a qualche festival in compagnia degli artisti che amiamo, in realtà in questo momento suoneremmo veramente ovunque pur di poterci esibire dal vivo. Speriamo si possa realmente tornare a suonare al più presto e ancor di più speriamo di poter ritrovare i nostri luoghi del cuore in cui si faceva musica dal vivo prima della pandemia.

Purtroppo sappiamo che alcuni locali come l’Ohibò hanno dovuto chiudere i battenti dopo la pandemia e potrebbero non riaprire mai più. Se questo periodo dovesse protrarsi ancor di più, potremmo rischiare seriamente di non avere nessun luogo in cui poter fare musica dal vivo e in cui poterci ritrovare come una volta. Poi ci sarebbe lo Stadio Meazza San Siro, rimanendo però sempre molto umili e underground! Forza Milan! (ma anche Juve e Inter, dobbiamo far contenti tutti e sei).

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