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Intervista

Il Tre, un volo nel suo mondo con “Ali”: l’intervista

Il Tre Copertina ALI

Il 19 febbraio 2021 è stato pubblicato da Warner Music Italy Ali, il primo progetto ufficiale di un giovanissimo talento di Santa Maria delle Mole: Il Tre. Questo primo disco è un grande traguardo per un artista come lui, cresciuto in un piccolo ambiente di provincia. Proprio tale elemento rappresenta uno dei punti di forza del progetto: la grande capacità di empatia permette a Guido Senia, vero nome dell’artista, di descrivere i sogni e le delusioni di un’intera generazione che lo segue in ogni suo passo.

In verità, già in passato il giovane artista ha fatto parlare di sé: lo avevamo intervistato circa un anno fa, in seguito della pubblicazione del brano Le vostre madri, ma con questo disco è tutta un’altra storia; la maturità musicale (ed umana) raggiunta con Ali è di gran lunga superiore a tutte le sue precedenti uscite. Prima di continuare con l’intervista, però, mettiamolo in sottofondo!

Senza troppi fronzoli, partirei chiedendoti: cosa rappresenta per te la pubblicazione del primo disco ufficiale in major sia a livello umano che a livello professionale?

Questo album per me rappresenta una sorta di grande passo verso il “mondo dei grandi”. Credo che sia magari non una consacrazione, ma il classico grande passo che tutti dobbiamo fare. Sento che potrebbe essere l’inizio di qualcosa di nuovo: essere innovativi è sicuramente l’obbiettivo e, chiaramente, l’album dopo si andrà a sviluppare. Ci saranno tanti progetti. Quello che voglio fare io è pensare in grande.

Come ti senti di fronte all’idea di non poter performare live (con pubblico) questo gran bel disco?

Mi piace pensare che per adesso è così, ma magari tra un po’ di tempo – che potrebbero essere 7,8,10 mesi – ci sarà la possibilità di portare questo disco live; anche perché la parte più bella di fare un disco è poi il poterlo portare live di fronte al pubblico. Mi auguro si possa al più presto riprendere questa attività.

il tre

Hai già pensato a qualcosa di particolare per i tuoi show? Vuoi farci qualche spoiler?

Chiaramente abbiamo già sviluppato qualche idea: stiamo preparando un grande show e ci auguriamo che si possa fare presto; ci abbiamo perso davvero tanto tempo e ce ne perderemo almeno altrettanto. La parte dei live è proprio quella più forte del progetto “Il Tre”: speriamo solo di poter tornare quanto prima possibile.

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Onestamente, quanto è stata dura entrare nel rap game?

In verità è stato molto complicato e ancora oggi non mi sento realmente dentro: a me piace sentirmi un po’ fuori; mettermi in gioco è stata veramente dura perché comunque i giudizi altrui fanno male e, se senza dosaggio, rischi anche di avere un crollo. D’altro canto fa parte del gioco il fatto di mettersi in competizione: sono situazioni che devi in qualche modo superare.

il tre

Cosa consiglieresti a qualunque ragazzo che ha voglia di intraprendere questa carriera, ma ha paura di non farcela?  

Per quanto riguarda “la paura di non farcela”, in verità è qualcosa che hai dentro: vincere la paura è qualcosa di estremamente personale; c’è chi si adegua al fatto che comunque la paura ci sia e, poi, c’è chi invece la combatte. Per chi vuole iniziare a fare musica il discorso è un po’ più difficile e, in questo caso, l’allenamento è fondamentale per ottenere dei risultati; poi chiaramente bisogna prendere coscienza di quello che si vuole fare, senza essere troppi ambiziosi fin da subito perché le cose si fanno per gradi, passo dopo passo.

Quanto è stata importante la tua famiglia per la tua carriera? Ti hanno sostenuto fin da subito o no?

È molto complesso questo discorso: io non biasimo per niente i miei genitori, dato che intraprendere una strada del genere è molto rischioso, soprattutto se non si ha un piano alternativo. D’altro canto posso dirti che loro sono stati poco meno che accondiscendenti, non hanno negato, ma si aspettavano da me un minimo di maturità. Io invece da questo punto di vista sono stato molto immaturo: non ho guardato in faccia a nessuno e non ho pensato veramente a nulla. Allo stesso tempo la soddisfazione ad oggi è stata tanto grande quanto la follia ai tempi.

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il tre

In generale in quale luogo preferisci scrivere? Hai bisogno di molta concentrazione o scrivi un po’ dove capita?

Per causa di forza maggiore mi sono trovato a scrivere non solo nella mia comfort zone, ma ci sono state anche sessioni nella casa al mare con cinquanta gradi all’ombra, e anche lì ti devi adattare in qualche modo. Io principalmente mi trovo a scrivere a casa, dove mi trovo più a mio agio. Chiaramente, quando cresci, devi anche saper scrivere in luoghi differenti.

A proposito di luoghi… ci sono dei posti o delle situazioni che ti hanno aiutato a realizzare l’idea che volessi fare questo come lavoro?

In verità sì, e sono state più di una le situazioni: nel 2015 andammo con degli amici a vedere al cinema Straight Outta Compton e la storia mi colpì molto; da quel giorno qualcosa scattò in me e tutto cambiò. Un’altra volta, ricordo che con un mio amico andammo al concerto di un artista italiano e ricordo che ci guardammo come a dire <<facciamo in modo che, tra un po’ di tempo, ci sia tu su quel palco>>, anche questa cosa è stata molto significativa per me.

Per quanto riguarda i featuring, penso siano tutti di alto livello. Quello che mi ha colpito di più è Beethoven con Mostro sul beat magistrale di Sine che riprende la sonata n°14 di Beethoven, appunto. Come hai conosciuto Mostro e come è nata l’idea del featuring?

Il rapporto con Mostro è nato durante la prima chiusura: ci scrivemmo ai tempi su Instagram; io lo menzionai nel mio Covid-Freestyle e da lì è nata una specie di rapporto tramite social. Considera, poi, che io e lui già ai tempi di Honiro sapevamo ciascuno dell’esistenza dell’altro; quando gli ho proposto di fare un pezzo sul beat di Sine lui mi disse subito sì. Da quella prima idea poi lo perfezionammo ed è diventato una delle bombe del disco.

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Ti va di parlarci un po’ di come è nato il beat di quella canzone? Essendo molto particolare immagino abbia avuto un’origine altrettanto estrosa…

Il beat iniziale era un tappetone che aveva fatto Sine senza troppi accordi, nulla di complesso. Visto che il pezzo lo avevamo chiamato Beethoven, abbiamo pensato che sarebbe stato simpatico metterci all’inizio la “sonata”; questa idea poi la sviluppammo e l’abbiamo portata fino alla fine; in fase di finalizzazione del brano modificammo solo le parti del ritornello. Fondamentalmente il beat è quasi tutto uguale, ma è talmente potente che il brano non ti stanca.

In alcuni brani – mi viene in mente Tegole– compare una voce femminile: ha aggiunto quel qualcosa più al tuo disco! Ce ne parleresti? Come l’hai scoperta?

Su Tegole abbiamo deciso di far fare dei cori ad Arianna, la mia DJ, perché poteva dare quella marcia in più al brano: l’abbiamo fatta venire in studio e gli abbiamo spiegato tutto quello che doveva fare. Sicuramente ha dato un valore in più al pezzo anche perché sentivo che ci poteva stare bene una voce femminile.

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Con questo disco hai abbondantemente parlato dei tuoi sogni e del tuo presente: come immagini il tuo futuro? Hai un sogno nel cassetto a livello musicale, magari un featuring internazionale? 

In realtà non ho obbiettivi prefissati, vivo tutto molto alla giornata, quello che succede, succede! Poi, chiaramente, ci sono aspetti più significativi ai quali posso aspirare, però così su due piedi non mi viene in mente nulla di preciso; per carità, se facessi un pezzo con Eminem certo sarebbe figo.

In chiusura, quanto è importante il rapporto con la fanbase per te?

Sono molto riconoscente ai miei fan: è solo grazie a loro se mi trovo dove sto; loro, facendo quello che fanno, mi danno molta fiducia e danno molta fiducia a quello che io faccio. C’è un rapporto di lealtà: è come se fossimo amici.

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La musica mi accompagna sin dall'infanzia. Ho studiato la musica classica e lavorato sull'elettronica. Ogni suono è un colore sulla tela della quotidinità: "una vita senza musica non è vita."
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