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Intervista

Remmy: “Ho fatto un disco non per celebrare qualcosa di passato, ma per raccontarlo”

Remmy cover

Lo scorso 30 aprile 2021 è uscito su tutte le piattaforme digitali il nuovo lavoro di Riccardo Marrella (a.k.a. Remmy), membro di una delle crew più famose della scena urban nazionale: la Microfili Crew.

Il suo nuovo progetto solista è Quando piove, diluvia: un lavoro che sin dalle prime battute sa abbracciare l’ascoltatore e orientarlo all’interno del suo mood. È un disco intenso, almeno per quel che riguarda la profondità dei contenuti veicolati: si percepisce tutta la passione e l’intimità del mettere in versi la propria vita.

Lungi dall’essere retorico, Quando piove, diluvia di Remmy – sebbene non esplicitamente – racconta esperienze personali, racconti di vita, gioie e sofferenze di un artista in grado di abbracciare completamente tanto le difficoltà quanto le gioie che gli si sono poste nell’arco della sua vita.

Abbiamo deciso di scambiare quattro chiacchiere con lui per capire cosa ha ispirato questo disco e, soprattutto, qual è la strada che l’artista ha deciso di intraprendere nel prossimo futuro. D’altronde, “non puo piovere per sempre!”.. No? Nel frattempo riascoltiamo il suo Quando piove, diluvia

Tu sei attivo nel panorama hip hop italiano fin dal 2010, ma quando è stato il primo approccio alla musica rap? Hai avuto influenze artistiche nella tua famiglia?

Io ho iniziato ad ascoltare rap in seconda media: la primissima canzone che ho ascoltato è stata Io non ti invidio di Fabri Fibra. Quando tornai a casa ricordo che pensai “questa roba voglio farla anch’io”. Dal giorno dopo ho iniziato a scrivere ed è stata una roba super immediata: ho iniziato a scrivere perché mi piaceva troppo. Nella mia famiglia, invece, non c’è mai stato nessuno particolarmente appassionato di musica: sono sempre stato solo io, e lo sono tutt’ora. Non ricordo esattamente cosa lo scrivere avesse provocato a livello emozionale in me quella prima volta, ma sicuramente qualcosa di forte, perché mi ha spinto a continuare fino ad ora.

Quando ho cominciato non c’era comunque modo di confrontarsi con altre persone: ho iniziato a scrivere e non registravo ancora, non sapevo nemmeno che si potesse fare; scrivevo solo perché mi piaceva farlo. Da ragazzo ho sempre scritto: mi piaceva leggere, mi piaceva mettere su carta le mie sensazioni e, dopo, quando ho scoperto il rap ho continuato a farlo giorno dopo giorno fino ad oggi.

Remmy
Remmy

Quando sei entrato in Microfili Click avevi più o meno 15 anni. Come hai conosciuto Nerone, Gergo e i vari componenti della crew?

Nella formazione originale c’erano MRB, Gergo ed io. Ci siamo conosciuti nel 2009 su un forum (Hip Hop Style) e ci sentimmo su MSN: ricordo che ci organizziamo e ci beccammo a casa mia. Io nel frattempo mi ero comprato la prima attrezzatura per registrare, microfoni e altre robe: ci siamo trovati a casa mia ed in un mese abbiamo registrato Uno alla volta Mixtape, forse qualcosa si riesce ancora a trova su YouTube. 

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Ricordo perfettamente il giorno che ho conosciuto Nerone: dovevo andare a fare una serata a Genova, ma ero minorenne e mia madre non voleva che ci andassi da solo. A quel punto ho scritto su Facebook se ci fosse qualcuno che volesse accompagnarmi e lì mi rispose Nerone, che probabilmente era neo-maggiorenne, o poco più. Ci incontrammo a Stazione Centrale e andammo a suonare a Genova io, lui ed un altro mio amico che era venuto con noi. Ci fa sempre molto ridere ricordare questo episodio perché io avevo il viaggio spesato e loro no: Nerone dovette iscriversi alla gara di freestyle e doveva vincerla, così da potersi pagare il viaggio di ritorno verso Milano. È stata una cosa divertentissima.

Una cosa che ho notato è che ci sono molte reference anche di carattere musicale, tipo Cranberries o Michael Jackson. Sapresti indicarmi alcuni artisti a cui ti ispiri ?

Ti dico la verità: scrivendo questo disco mi sono reso conto che è davvero da tanto che non ascolto un disco rap; certo, ascolto i miei amici quando escono, mi ascolto Nerone, ho sentito il disco di Axos, ma comunque di roba prettamente rap non ascolto molto. Ultimamente ho ascoltato solo il disco di Guè, per farti un esempio. Penso che tutto questo si senta abbastanza nel mio disco, infatti di rap come lo intendiamo noi c’è veramente poco. È giusto divertirsi quando si fa la musica: in questo periodo ho ascoltato tantissimo Post Malone, The Weekend.

A livello di cultura musicale non mi sento molto ferrato: la mia cultura musicale è stata formata da mia sorella che mi faceva ascoltare i vari cantautori italiani, ma anche il rock americano. Ascolto sempre un po’ di tutto e ultimamente il rap italiano l’ho quasi totalmente abbandonato: tendo più all’ascolto di robe fighe americane.

Ascoltando questo disco mi è parso ogni volta di guardare un film. C’è tanta inquietudine in questo lavoro: come mai? Qual era il racconto che avevi in mente?

La narrazione (e la narrativa del disco) non è una cosa a cui ho pensato nello specifico: la stessa tracklist è stata stesa una volta avute tutte le canzoni, così da poter creare un racconto, ma io non avevo in mente un concetto o un filo rosso da seguire per le canzoni. Mi sono reso conto che dopo averle scritte in un periodo di tempo sostanzialmente breve (ho iniziato a scriverlo ad inizio di luglio 2020 e l’ho finito un mese) mi sono reso conto che quello che tutte le sensazioni erano state amplificate in quei momenti, era tutto concentrato. 

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Personalmente non ho pensato a scrivere una storia che si estendesse lungo tutta la tracklist: in genere lo faccio, ad esempio nel disco precedente – Come il mare d’inverno. In questo caso, lavorando costantemente in studio con 2P, che ha prodotto nove tracce su undici e che ha fatto un po’ da direttore artistico del progetto, c’è una continuità più nel mood, nel sound, più che in termini di storyline.

remmy

È innegabile il riferimento a una “Lei”. Qualcosa (o qualcuno) che ti ha dato tanto, ma che ti ha tolto anche qualcosa di importante. Ti va di parlarci un po’ di questa “Lei” ? O è semplicemente una mera finzione letteraria?

Sarebbe assurdo non parlare di qualcuno di reale, però per la prima volta nella mia vita ho fatto un disco con canzoni che sono scritte per qualcuno, ma non sono dedicate a qualcuno. L’immagine della ragazza, inoltre, è una figura che possono capire tutti: è un qualcosa di immediato. L’ho fatto più che altro per far immedesimare le persone che mi ascoltano in uno stato d’animo. Sicuramente ho pescato da esperienze pregresse, piuttosto che dal mio passato, però per la prima volta ho fatto un disco non per celebrare qualcosa di passato, ma per raccontarlo. Sicuramente c’è una persona, però, e la sua presenza è molto forte all’interno del disco.

Ho molto apprezzato anche il gioco di immagini che hai proposto per presentare questo disco: il blu da un lato richiama la pioggia, dall’altro richiama la malinconia. Ci parli di queste tele?

Per la realizzazione di queste tele mi sono rivolto a Beatrice Vigoni, che ha sviluppato tutti gli artwork, e a Naso che ha realizzato gli scatti: loro sono stati bravissimi. Ci siamo confrontati ascoltando il disco e abbiamo scelto la palette cromatica per il disco. Il blu lo vedo come espressione di tristezza: avendo nel disco un po’ questo mood, abbiamo cercato di caricarlo di significato anche attraverso questo progetto. Abbiamo cercato di trasformare in colore le emozioni che ci sono nel disco. Ovviamente non ero presente quando Beatrice ha fatto i dipinti, che sono tutti stati realizzati a mano, non sono grafiche. Apprezzo molto gli artisti in generale ed ho lasciato a lei carta bianca. È una roba mega espressiva. Abbiamo scelto di fare i dipinti anche per ricollegarci anche al disco precedente, che aveva appunto questa copertina dipinta. 

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Pitture di Beatrice Vigoni

Fra i brani che hai proposto quali secondo te potrebbero essere più apprezzati dal pubblico? Hai già pensato magari a come sviluppare dei live?

La mia traccia preferita del disco è Intro, mentre la hit del disco potrebbe essere Per un po’, o anche Petrolio, che parla di una cosa super attuale: non saprei dirti sinceramente. Sono anche un po’ spaventato nel fare pronostici: quando le ho fatte ero super entusiasta perché non avevo mai provato a fare una cosa del genere, adesso che il disco è fuori sono un po’ in ansia per come il mio pubblico possa recepire certe scelte, magari non apprezzare alcune mie posizioni stilistiche. Comunque, con questo disco mi rivolgo ad un mercato più ampio del solito. 

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Per i miei live sarebbe fighissimo poter portare queste tele e raccontarle attraverso l’album: adesso come adesso pensare ai live con tutta questa situazione è un po’ difficile. Chiaramente io non sono un artista grosso, per cui già il fatto di fare dei live è una cosa che si vedrà in futuro, soprattutto in un periodo del genere. Sicuramente, se ci dovessero essere delle date ci inventeremo qualcosa di fighissimo.

Cosa significa per te vivere la musica come professione? Sei soddisfatto di quello che questo sogno ti ha portato?

“Inseguivo un sogno, ora è un incubo. (…) Forse un giorno sarò libero”

Povero Diavolo – Remmy

Io al momento non lavoro con la musica. Il mio sogno ricorrente è quello di lavorare con la musica certo, ma in Povero diavolo non mi riferivo a quello. Poi chiaramente ognuno le interpreta un po’ come vuole, la musica è anche questo: quando ho scritto quella canzone non parlavo di questo sogno e, pensandoci bene, è una cosa che non vedo realizzabile per me. Mi auguro sempre il meglio, ma so che c’è ancora tanto lavoro da fare per me. Non mi vedo nel breve periodo a lavorare esclusivamente nel campo artistico, anche se questo rimane l’obbiettivo.

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Conosci meglio

La musica mi accompagna sin dall'infanzia. Ho studiato la musica classica e lavorato sull'elettronica. Ogni suono è un colore sulla tela della quotidinità: "una vita senza musica non è vita."
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