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Intervista

Moder: “Acrobati”, una personale graphic novel in bianco e nero

Acrobati

Era il 3 marzo 2020 quando, mentre una pandemia globale iniziava a circolare anche nel nostro paese, Moder, al secolo Lanfranco Vicari, pubblicava Ci sentiamo poi, un album capace di emozionare chiunque ami il rap di un certo tipo. Ad oggi me lo racconta ancora così:

“Una telefonata notturna, forse la più importante della mia vita, diretta verso nessuno”

È passato poco più di un anno da quella data. Un anno interminabile e, per certi versi, irripetibile. Venerdì 18 giugno Moder pubblica Acrobati, quinto progetto ufficiale da solista, per Glory Hole Records. Un EP di 5 pezzi scritti mentre fuori la pandemia imperversava e tutto sembrava perduto, tra una zona rossa e una arancione, tra un lavoro precario e un altro. Dentro ci sono tutte le incertezze di questo periodo assurdo, la claustrofobia che toglie lentamente anche la voglia di respirare, il bisogno di raccontare le storie che tutti i giorni abitano le strade più isolate, gli spaccati di una provincia piena della frustrazione alla nicotina di chi la vive.

Cinque tracce, accuratamente selezionate e meticolosamente curate in ogni rifinitura, che trovano la propria dimensione compiuta solo ora, nel testimoniare come nulla sarà più come prima. Una volta ascoltato il progetto non ho potuto fare a meno di approfondire personalmente le mutevoli e insospettabili storie che fanno da pilastro cardine ad ogni traccia. Ci troviamo al CISIM di Lido Adriano, un luogo di incontro e partecipazione alla vita sociale e culturale della comunità che da oltre dodici anni ospita attività musicali, laboratori artistici, attività formative, spettacoli di teatro, incontri pubblici e mostre. Un luogo fatto di artisti e lavoratori, la maggior parte volontari, che Lanfranco, assieme ad altri come lui, tiene vivo con dedizione ammirevole. 

moder acrobati

Ancor prima di parlare del disco, inizierei dal luogo in cui siamo ora: cos’è il CISIM?

Il CISIM era una scuola di mosaico. Nel 2008 assieme a Luigi Dadina, amico e attore ravennate, cercavamo uno spazio su Lido Adriano, che è un posto parecchio particolare, estremamente multietnico; devi sapere che qui si parlano 53 lingue, è il paese in cui nascono più bambini di tutta la provincia di Ravenna. Sin dall’inizio abbiamo portato avanti un laboratorio di teatro, a cui affiancavamo sempre una parte di rap. Nel 2010, dopo tanto lavoro per sistemare questo luogo praticamente abbandonato, riusciamo a chiamare i primi artisti, invitando Kaos per il debutto del locale. Fu un successo clamoroso, da noi assolutamente inaspettato, che ci ha colti anche parecchio impreparati. Questo ci fece capire come il rap potesse occupare una parte consistente dell’interesse dei ragazzi della zona.

Ad oggi il CISIM è un centro culturale, che da dieci anni a questa parte portiamo avanti affiancando sempre il rap e i laboratori a proposte culturali e artistiche più ampie, a cui sia giovani che adulti possono partecipare contemporaneamente. Quello che abbiamo sempre tentato di portare avanti, ed è un po’ quello che adesso sta avvenendo, è la creazione di un ponte generazionale, fatto di inclusione e partecipazione. Quello che in dieci anni abbiamo capito è che per tener vivo un posto del genere l’unico modo è riempirlo di vita e porsi continue domande; in questa maniera affrontiamo oggi una fase di necessario rinnovamento, senza però snaturare la proposta culturale del centro.

Noi ci eravamo sentiti proprio a febbraio 2020 in vista dell’uscita di Ci sentiamo poi, un paio di settimane prima che tutto ciò scoppiasse; e poi abbiamo avuto l’occasione di rivederci ad un tuo live quest’estate assieme a Johnny Marsiglia durante quella parentesi estiva di pseudo normalità. Nel frattempo, tu come hai vissuto questo ultimo anno?

Nell’ultimo anno ho vissuto veramente sei vite. Appena dopo il lockdown sono andato a fare il bracciante agricolo nel reparto dell’irrigazione, lavoro durissimo, e successivamente ho lavorato a Netflix con turni da dieci ore al giorno, passando dal lavoro più manuale al mondo ad uno dei più stressanti. Nel frattempo suonavo tutti i weekend. Mi sono ritrovato come a diciott’anni, senza sapere assolutamente cosa avrei fatto nella vita. L’incertezza ha invaso la mia vita e questo era da raccontare.

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A tal proposito, mentre ascoltavo il disco facevo una riflessione: se da un lato, dopo 8 dicembre sono passati quasi quattro anni prima dell’uscita di un tuo nuovo progetto, Acrobati esce poco più di un anno dopo rispetto a Ci sentiamo poi; mi chiedevo dunque, qual è l’esigenza di fondo che giustifica questa uscita, e come mai proprio adesso?

Acrobati è nato totalmente durante la pandemia da Covid, anche per arginare alcune paranoie. A partire da Ci sentiamo poi in poi (ride, ndr) mi sono reso conto che si stava compiendo un salto di qualità importante rispetto a 8 dicembre, soprattutto per quello che riguarda il mio modo di fare rap e di essere autore: le liriche sono importantissime, ma la forma per me è ancor più determinante e lì la mia attenzione è maniacale. Seppur rivendico ogni mia traccia da vent’anni a sta parte, prima di Ci sentiamo poi per me era veramente complicato fare uscire lavori non completamente maturi. Ora è più facile, ora so di avere la giusta esperienza e di potermi confrontare con il mondo. A livello autoriale in questi mesi mi sento in forma e non voglio far passare questo periodo calcolando troppo, voglio fare musica, senza pensare a quando uscirà. Dentro questo EP ci sono le scarpe infangate, le sigarette, i muri a cui parlavo ogni notte, le strade vuote, i parcheggi abbandonati. La sua dimensione è ora.

Mi ricordo quanta attenzione feci alle copertine di 8 dicembre e di Ci sentiamo poi. Nella prima scegliesti di inserire il polo petrolchimico di Ravenna, mentre nel secondo una cabina telefonica isolata e invecchiata; su entrambi avevate fatto un super lavoro. Anche per Acrobati vale lo stesso, l’ho apprezzata tanto; da dove nasce l’idea?

C’è da dire che i dischi che mi hanno maggiormente flashato nella vita avevano tutte copertine molto complesse e ben realizzate. Gran parte del merito va però dato a Nicola Varesco, il grafico che cura ogni mio progetto da 8 Dicembre, che ha un dono di sintesi sulla mia musica ancor più di me. È sempre riuscito a estrapolare il concept che il disco racchiudeva e a metterlo su carta. In Acrobati l’immagine che volevo rappresentare era quella di me stesso chiuso in casa mentre fuori c’era la morte. Da questo input lui ha tirato fuori questi sei piccoli quadri che rimandano alla necessità di uscir fuori, al bisogno, da me colmato grazie alla musica, di risollevarsi. Lo ringrazio e mi tengo stretta questa magia.

Fuggire è un tema ricorrente nei tuoi testi; ricordo bene uno spezzone di Bimbi perduti, terza traccia di Ci sentiamo poi, in cui rappi: “Mi sta stretta la provincia ma non me ne vado”. In realtà i riferimenti sono sparsi un po’ ovunque nei testi dell’EP e in generale della tua carriera artistica. Quello che mi ha sempre impressionato è la fierezza e la convinzione con cui ne parli: hai dimostrato che si può fare un progetto di assoluta qualità anche senza stare a Milano, e ad oggi riesci a raccontare la provincia, nei suoi aspetti negativi ma anche positivi, meglio di chiunque altro, almeno per me. 

Parto da un assunto: l’Italia è più di provincia che metropolitana. Io ho iniziato a suonare per scappare dalla provincia, questo era il mio primo desiderio. Questa città la odiai tanto: arrivai qua nel ’98 e Ravenna era una città fortemente provinciale, chiusa in se stessa, una città di palude. Con il tempo sono stato in grado di prenderci le misure e scoprirne lati importanti: per dirne uno, Ravenna è una città con un fermento culturale e artistico straordinario e questo a me ha da subito impressionato. Dall’altra parte sono stato a Milano tre mesi e volevo spararmi.

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C’è stato un disco poi, “Canzoni da spiaggia deturpata” di un cantautore ferrarese, Vasco Brondi, che mi svoltò. Anche se ero fieramente provinciale non riuscivo a mettere nella mia musica quel ritratto, quelle immagini; al tempo probabilmente questo era dovuto al fatto che il rap mediocrizza per aumentare la competizione, mentre lui descriveva benissimo quello che io vivevo ogni giorno. Mi resi conto, poi, che sia nella musica che nella letteratura quello che più a me personalmente intrigava era la descrizione dei luoghi, la storia sociale di un luogo. Questa per me è la vera parte universale dell’hip hop. In un mondo dove tutti possono fare finta di essere ovunque e di fare qualsiasi cosa, non c’è niente di più rivoluzionario che dire da dove vieni; voglio rimanere qua e tentare, nel mio piccolo, di essere un punto di riferimento, di costruire dei percorsi che possono nascere solo in provincia. In ultimo, ci tengo a sottolineare che tutti i musicisti che ci sono nei miei dischi io li conosco personalmente: questo per me è impagabile e non può succedere a Milano.

Colpi di tosse feat Irol è stato il singolo che ha anticipato il progetto. All’interno un trittico impressionante, che lega la Romagna in un solo pezzo. Sono veramente contento per Lorenzo, sono anni che sostengo il suo talento: come è nato questo asse Ravenna – Rimini così esplosivo?

Questo è come se fosse un pezzo scritto a tre mani, io, KD-One e Irol, da cui l’idea è nata; il risultato finale ci ha gasato talmente tanto che abbiamo deciso di inserirlo nell’Ep. KD-One lo conosco da una vita, ho sempre avuto con lui una grande comunione di intenti e ha firmato i pezzi migliori che ho fatto. Secondo me è uno dei migliori beatmaker che ci sono in Italia, è creativo a livelli clamorosi e ancora sono convinto di aver sfruttato sì e no il 9% del suo talento. Lorenzo invece è uno di quei talenti che io ho sempre rispettato sin dai tempi di Lappa alla grappa (2013, ndr); lo inviterei a ogni mio live. C’è un mare di talento in Romagna, spesso non riconosciuto. A me la scena locale mi tiene in gioco, mi spinge continuamente a fare meglio: cercherò sempre di valorizzarla come merita.

Acrobati moder

Nella traccia che chiude il disco, Appena posso me ne vado, mi hai fatto sentire contemporaneamente il ragazzino quindicenne sul cemento arido del campetto a inseguire un pallone da calcio e l’adolescente perso a vagare spensierato tra le vie della provincia con il proprio gruppo di amici senza una destinazione precisa. Spero vivamente che tanti ragazzi giovani possano ascoltarla e immedesimarsi in questi spezzoni di vita quotidiana che trasudano ovunque di verità.

Io parto sempre dalla musica e anche in questo caso il pezzo mi è stato chiamato dal beat di Sick Budd che ho conosciuto proprio qui al CISIM qualche anno fa, in un laboratorio che facemmo con Mastino. È stato l’ultimo che ho scritto anche in ordine temporale e da subito ho avuto l’impressione che dava la chiusa perfetta di questo Ep. Nasce dal mio bisogno continuo di misurarmi con ciò che accade e questo pezzo narra esattamente quello che accade nei quartieri della mia città: i bambini per le scale, la chiesa, il mercato, il campetto dove tutti giocano, la piazza, la crescita. Io sono cresciuto sui quei campetti con ragazzi che magari ora sono in carcere, mentre io gestisco un centro culturale e ho insegnato all’Università. Qual è la differenza tra noi non la so, probabilmente solo qualche persona che a me ha fortunatamente svoltato la vita. Io sono parte di questa cosa qui e devo parlarne: ormai sono grande e mi sento di dover tributare quel campetto in cui sono stato invitato a giocare da piccolo dagli stessi amici che mi hanno tenuto vivo nei momenti più duri. Quel campetto che è l’unico momento in cui sono tutti uguali, senza distinzioni di condizione né classe sociale.

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Chiudo con una domanda un po’ particolare: secondo te perché oggi, che comunque i problemi ci sono, forse diversi dagli anni dieci del Duemila, ma ci sono eccome, il rap ha perso quello stimolo e anche quella voce sociale di un tempo? Pensi sia ancora possibile e utile parlare di politica e critica sociale nella musica?

La musica che è stata fatta nel rap italiano in maniera politica è invecchiata male. Questa è la prima verità. La seconda è che oggi i problemi sono aumentati anche se diversi. Dalla fine degli anni ’90 ad oggi, la società ha demolito ogni istituzione di importanza sociale, ha volutamente indottrinato all’individualismo, cancellato ogni tipo di orgoglio. Una volta il metalmeccanico o l’idraulico e lo studente universitario andavano in piazza assieme ed erano fieri di rappresentarsi socialmente. Noi invece dissacriamo ogni simbolo, non crediamo più a nulla e non rivendichiamo nulla: “Io non sono un rapper, sono altro”. E la musica in questo è sempre specchio della società: l’hip hop è da sempre inclusione, mentre noi lo viviamo solo come becero scontro generazionale, dove per la critica sociale non c’è spazio. Più che una coscienza politica in Italia abbiamo bisogno di un’alternativa alla trap valida e di tendenza. Claver e Murubutu, arrivando in FIMI con un disco che parla dell’Inferno di Dante, hanno dato un primo assaggio di questo, lo stesso Willie Peyote ne è una dimostrazione. Ci sono le possibilità, strade diverse e percorribili, il punto è fare la musica bene ed evitare il circolo chiuso, che uccide l’hip hop. Non possiamo più affidarci alla retorica politica degli anni ’70, oggi le battaglie sono diverse e i linguaggi per esprimerle pure. 

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Studente, accanito lettore, alla continua ricerca di creatività. Ho una mentalità diversa da chi tergiversa.
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