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Intervista

Don Joe racconta Milano Soprano: è il melting pot musicale?

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Che Milano sia sempre stato un punto cruciale per la cultura hip hop, è cosa risaputa: gli artisti hanno sempre manifestato un legame viscerale nei confronti di questa città, come una madre impietosa che, tra sguardi duri e sorrisi nascosti, cerca di insegnare ai propri figli cosa significa camminare da soli. Nerone nel recente periodo ha dedicato un intero Maxtape alla città e, meno recentemente, J-Ax nell’iconico video di Intro de Il bello d’esser brutti passeggia per le strade di una città spoglia, ma piena di ricordi e sentimenti.

A tessere le lodi della bella Milano questa volta è uno dei producer più influenti del panorama italiano, nonché una delle colonne portanti della cultura hip hop: Don Joe. Lo storico producer non ha certo bisogno di presentazioni. Il 9 luglio 2021 è stato pubblicato Milano Soprano, un disco questo che punta all’incontro di due generazioni di rapper, di due stili, di due mondi completamente differenti che trovano il loro incontro proprio nel controverso rapporto con la città. Abbiamo deciso di rivolgere alcune domande a Don Joe per meglio capire come si è sviluppata la produzione del disco. Prima, però, ascoltiamoci Milano Soprano!

La prima cosa che ho notato di Milano Soprano è che estremamente variegato sia nei suoni che nei ritmi: il fil rouge penso sia questo basso piuttosto punchy. Quando hai iniziato la produzioni dei beat per Milano Soprano?

Milano Soprano è un disco fatto in pochissimo tempo rispetto a come si facevano i dischi in passato: nell’arco di sei mesi ho scelto le strumentali, ho chiamato gli artisti, abbiamo registrato e abbiamo fatto praticamente tutto. Per me è una follia: sono sempre stato abituato a fare dischi un anno dopo l’altro. Sicuramente, da producer, la fase di realizzazione del disco è un’esperienza molto diversa rispetto a come la percepisce l’artista, inteso come rapper. Ho scelto Milano come punto di partenza o, meglio ancora, di ri-partenza per indicare tutto il mio percorso: da qui è da dove sono partito per arrivare poi in altri luoghi.

Io arrivo dalla provincia e, per me, il passaggio dalla provincia al centro è stato fondamentale. A Milano poi ci sono dei BIG che sono gli artisti più importanti, nonché vecchie amicizie, ma anche nuovi – Sacky, Il Ghost, Nerissima Serpe, Paky – che sono una scoperta non solo per i giovani d’oggi, ma anche per me, che stando sempre attento a quello che è il panorama ho cercato di farli intervenire nell’album. Le combinazioni sono volutamente un BIG ed un artista di nuova generazione.

Don Joe
Don Joe, ph. Antonio De Masi

Kandinsky – Ernia, Rose Villain. Però anche Ultra naté con il campione di Free. Come è nato questo beat e come mai hai scelto proprio questo riff piuttosto che un altro, magari più ritmato – penso a Strings of life di Derrick May per esempio?

Free è sempre stato uno dei miei pezzi preferiti e che ha segnato la mia playlist personale: arrivo anche da quel mondo lì. Da ragazzino andavo in discoteca non solo per sentire il rap come sono abituati tanti ragazzi oggi, ma anche per ascoltare la house, la techno. Quel brano mi ha sempre folgorato: ricordo che ogni volta che partiva era sempre un’emozione. Sono riuscito ad ottenere il permesso di riutilizzarlo e mi è sembrato bello tributarlo.

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La scelta del campione è stata una questione puramente di gusto personale. Come dici tu avrei potuto sceglierne altri, ma volevo questo: spero di farne molti altri in futuro. Chiunque conosca la mia discografia sa che ogni tot di tempo propongo qualcosa che riprende questo tipo di sonorità: lo abbiamo fatto anche in passato. Ovviamente toccare una hit come Free non è facile devi essere bravo a metterci sopra le persone giuste.

La scelta degli artisti apre un mondo di discussione a sé stante: come mai hai optato proprio per Ernia e Rose Villain per questo brano?

Penso che l’aggiunta di Ernia e di Rose Villain ha dato nuova energia al brano: entrambi a loro modo hanno saputo creare qualcosa di unico e per me era fondamentale questo. La scelta di loro due è venuta molto naturale: la maggior parte dei featuring in questo disco è inedita e abbiamo fatto delle scelte per creare qualcosa di nuovo; loro sono due dei miei artisti preferiti al momento. Mi sembrava giusto metterli insieme anche per i mondi a cui appartengono, anziché fare una combinata troppo trasversale o forzata.

Oltre a celebrare i tuoi vent’anni di carriera, Milano Soprano mette due generazioni di rapper a confronto. Tantissimi gli esempi: da J-Ax con Myss Keta e Coma_Cose, fino a Jake con Shiva; due mondi, due immaginari, due linguaggi che trovano nella “bela Madunina” il loro punto di incontro. Quanto è cambiata Milano nel tempo musicalmente parlando?

Sicuramente per parlare del mio rapporto con la musica in relazione alla città di Milano devo partire dal periodo Club Dogo: lì la musica anche per merito nostro è cambiata totalmente. Prima c’era tutta quella vecchia scuola, anche milanese, che ormai non aveva più seguito, ma non aveva più neanche modo di esistere. Noi siamo arrivati nel momento in cui c’era bisogno di rinnovare e in quel momento lo switch è stato totale.

Dopo di noi, altro fenomeno di rottura è arrivato nel 2016 con la Trap che ha sconvolto tutto: è riuscita a dare una rinfrescata ulteriore. Dopo un decennio di cose c’era bisogno di sentire nuove sfaccettature. Milano è culla del rap da sempre: dagli Articolo 31 fino ad arrivare a Sfera Ebbasta. Quando sono arrivati dei fenomeni sono arrivati spesso su Milano e il cambiamento netto l’ho spesso sentito nella mia città, ma credo che anche in altre parti d’Italia stiano molto attenti a cosa accade qui a livello musicale che è un po’ culla dell’innovazione. Mi accorgo sempre più che tanti artisti, quando diventano un tantino famosi, tendono a trasferirsi qui. Milano è un punto di arrivo e di partenza in cui un artista deve entrare e deve farsi twistare per capire cosa significa far musica. Poi ci sono le realtà romane e napoletane che sono molto forti, ma ti assicuro che tanti artisti vedono nell’arrivo a Milano l’autentico inizio della loro carriera nel music business.

Sempre in merito al rapporto con la città: ti senti ancora “… quel ragazzo del piazza” come cantavi nel 2012 o la tua percezione è cambiata?

Direi proprio di sì. Col piede in piazza ci voglio stare tutta la vita! Quella cosa lì è importante e ti fa stare sempre con i piedi per terra, ti permette di non far parte di nessun elite, sei di piazza, appunto. Che poi è importantissimo per codificare ciò che la gente vuole: se penso a quando siamo partiti che non avevamo nulla se non la nostra musica, in realtà noi già allora eravamo consapevoli che quella cosa era potente. Quando poi arrivi ad un livello molto più alto, vedi molti personaggi che non considerano più il resto. Da lì finisci per distruggerti perché non hai più il contatto con la realtà, non riconosci più i talenti.

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In questo disco ci sono anche un paio di match e scoperte inedite: quello che più mi ha entusiasmato è il duo Massimo Pericolo – Nerissima Serpe, una vera scoperta. Come è nata questa collaborazione?

Niente di più normale: ho visto i suoi video su youtube e mi piaceva. Non era molto distante dal filone di Massimo Pericolo e quindi la combinata è scaturita da là sostanzialmente. Lui mi piace molto perché ha un suo flow, ha un suo gergo, una sua identità. Mi ha fatto piacere conoscerlo perché è un ragazzo estremamente interessante, ma anche come positività e per come si presenta. È un atteggiamento verso le cose che è già completamente diverso da quello di chi è arrivato nel rap quattro o cinque anni fa. Siamo riusciti a fare qualcosa di diverso e io ne sono super contento.

Ci sono degli artisti con cui avresti voluto collaborare che per motivi vari non hai potuto inserire?

Per quanto riguarda la scelta degli artisti alcuni sono stati esclusi non per volontà, ma per coerenza al concept del disco: essendo un disco “milanese” ed hinterland, già lì una cernita è stata fatta perché è un progetto che ha un focus specifico. Gli altri non me ne vogliano, lo sanno benissimo, anche perché ci ho parlato direttamente per quelli che conosco chiaramente. Ci sono anche dei nomi che nonostante siano di Milano sono assenti, ma mancano per altri motivi che loro sanno e che io so; alcuni hanno dei lavori da fare o altri delle cose con cui uscire e non ci poteva essere comunità di intenti.

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Don Joe

Una delle cose che ho più apprezzato del disco sono le skit: era parecchio che non figuravano in un album. Da cosa è dettata questa scelta: è puro gusto “hip-hop”, visto che la skit nasce un po’ con questo genere, o l’ambizione era altra?

Da una parte ho inserito queste skit per cacciare fuori il lato più umano del produttore e in generale di chi fa questa cosa, mi sento di dire, “al mio livello”: siamo abituati a sentire produzioni dove non c’è mai il lato umano. Non c’è mai spazio nel disco per conoscere concretamente l’artista: lo skit serve un po’ a questo. In più arriva tipicamente dall’hip hop, hai ragione: tra l’altro, lo abbiamo sempre fatto nei mixtape, pensa a PMC vs Club Dogo o a Roccia Music e ci sono sempre stati gli skit.

È una roba questa che a me è personalmente sempre piaciuta, ma che è finita un po’ in disuso: ho deciso di riproporla nell’album, ho pensato che alla fine son cose anche belle da sentire perché sono autentiche, cose vere che dico io. Anche per questo non ho voluto che le skit le facessero altri: volevo raccontare da una parte il lato umano e poi la strada. Le skit sono il perfetto fil rouge per tutte le tracce: lo skit funzionava per questo una volta, e funziona tutt’ora così.

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Tutti chiedono a quando il ritorno dei Dogo, la mia domanda è differente: ti piacerebbe un ritorno dei Dogo? Ti piacerebbe tornare sul palco tutti insieme o, magari, per un ultimo disco?

Il discorso della reunion è piuttosto semplice: se ci deve essere una traccia dei Club Dogo deve essere in un disco dei Club Dogo. Poi sicuramente mi piacerebbe tornare a fare musica tutti insieme e sono sempre pronto per fare dischi. L’importanza del brano Dogo Gang Bang sta un po’ anche in questo: vuole dimostrare che tra di noi non è mai cambiato nulla a livello personale e che noi siamo sempre pronti a fare rap in quel modo li. La Dogo Gang sono artisti che si sentono quotidianamente: sono persone che si frequentano sempre e in vari modi. Per questo in Milano soprano ho pensato di fare una traccia come Dogo Gang Bang perché è una cosa bella anche per noi.

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Quando tutti scrivono “ma non c’è Dogo Gang senza Jake e Guè!” io penso che non è vero: NOI l’abbiamo sempre considerata come una crew allargata, non è vero che ci devono essere per forza loro. Dogo Gang è un unico grande collettivo; poi i Dogo sono diventati i Club Dogo e poi sono diventati Don Joe, Guè Pequeno e Jake La Furia. Noi siamo questo da sempre, non è l’inizio e non è la fine di niente: ci siamo sempre.

E poi un giorno tornando dalla Sardegna come Vallanzaska ho avuto la mia condanna. Il diabete è una merda, ma ho trasformato questa sentenza nella mia più grande vittoria. E comunque tranquilli oh, il tocco di Mida non l’ho perso.” Impossibile non citare il famoso Mida’s Touch di Don Joe che racchiude tutta la tua carriera. Quanto è stato duro il rapporto con la malattia e quanto la musica ti ha aiutato?

Quando ti diagnosticano una cosa del genere è sempre un bel macigno: tanti potrebbero essere in un momento che magari è anche più cupo del mio. Quando mi arrivò questa brutta notizia nel mio caso ero in un momento abbastanza epico della mia carriera. Ricordo che tornai da una data, quella della Sardegna, e mi diagnosticarono la malattia. In realtà da lì in poi non mi sono praticamente più fermato anzi ho spinto ancora più forte di prima.

Ho preso questa cosa come un ulteriore battaglia. Ho cercato di mantenere forte il desiderio di combattere con tutte le mie forze quella cosa lì e la musica era sicuramente una delle armi più forti. Questo è un monito per chiunque si ritrovi in un momento difficile e deve affrontare delle rotture di palle: questo vuole essere un avviso per ricordare a tutti quelli che mi seguono che, esattamente come loro, cerco di reagire alle sfighe della vita. Anche se sono il vostro idolo, anche io ho delle cose grosse che cerco di combattere con tutte le mie forze. Bisogna reagire. Sempre.

Conosci meglio

La musica mi accompagna sin dall'infanzia. Ho studiato la musica classica e lavorato sull'elettronica. Ogni suono è un colore sulla tela della quotidinità: "una vita senza musica non è vita."
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