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Intervista

Dentro l’Ambizione di Lele Blade: l’intervista

Lele Blade - Ambizione Copertina

A poche ore dalla pubblicazione di Ambizione, lo scorso 17 settembre, abbiamo fatto una chiacchierata con Lele Blade per sapere di più riguardo al suo secondo album in studio, che arriva dopo Ninja Gaiden e l’EP Vice City, sancendo anche una nuova collaborazione con la label Columbia Records/Sony Music Italy.

Gli abbiamo chiesto se le sonorità latine che caratterizzano alcuni brani dell’album affondino le proprie radici nell’hip hop latino della West Coast di Mellow Man Ace. Ma anche della collaborazione con Ernia, e ancora del suo rapporto con la figura femminile – molto più preponderante in questo progetto rispetto ai lavori precedenti. Ovviamente l’immaginario della città di Napoli è centrale: l’interrogativo proposto è se non si corra il rischio di trasformare tutto in un un racconto ripetitivo stereotipato e pieno di cliché.

Troppi sono ormai gli artisti partenopei che impiegano una narrativa fondata sulla street credibility e sulla criminalità, più che sulla complessa dimensione urbana di Napoli. Lele Blade ci ha dato ragione: in Ambizione l’artista ha cercato di far emergere il doppio volto della città. È possibile trovare “l’inferno e il paradiso”, come afferma in un brano di questo nuovo entusiasmante lavoro. Lele Blade si afferma come uno degli artisti più promettenti della scena napoletana – per scoprire altri nomi, leggi il nostro approfondimento.

Senza dilungarci ulteriormente passiamo all’intervista così da comprendere cosa rappresenta per Lele Blade l’ambizione, magari mettendo in sottofondo le sue 13 tracce, nelle quali ha coinvolto Geolier, PakyYung SnappVale Lambo e MV Killa.

Il disco, nel momento in cui parliamo, è uscito da pochissime ore. Come sta andando? Immagino che tu abbia monitorato le visualizzazioni.

Sì, tutta la notte! Sta andando bene e ne sono felice.

Cosa rappresenta per Lele Blade l’ambizione? Può essere un’arma a doppio taglio o la valuti solo come una qualità?

Può essere un’arma a doppio taglio, perché a volte ti può portare a perdere qualcuno, soprattutto le persone che non riescono a capire che stai rincorrendo il tuo sogno.

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Ho visto che hai scelto come main frame dell’album il serpente, un animale solitario. Questo messaggio è evidente anche dalla cover del disco. Una delle prime immagini che proponi è quella della “Lambo“, sottolineando che questa “Ha solo due posti“. Si può stare con pochi quindi.

Sì, io ho scritto anche che la maggior parte degli amici li perdi quando corri dietro all’ambizione e ho fatto questa analogia con l’automobile. La Lamborghini potrebbe rappresentare un traguardo, ma puoi condividerla con pochi perché più vai avanti e meno persone ti capiranno.

Facciamo un passo indietro: il primissimo approccio di Lele Blade con la cultura hip hop riguarda il writing. Il valore della condivisione e il concetto di crew erano fondamentali. Pensi sia rimasto qualcosa di quella dimensione originaria?

Per noi c’è sempre stata e ci sarà sempre. Io ho vissuto tanto della cultura hip hop, era un movimento culturale che adesso non è seguito come allora, eppure io vivo con le persone con cui collaboro: di fatto siamo ancora come una crew.

Il discorso che hai fatto adesso, ovvero quello di descrivere un traguardo come il benessere economico, è raccontato anche attraverso i brand che citi.

Sì, io non li indosso perché preferisco uno stile meno vistoso, più ricercato e più urban, ma racconto quello che vedo, e tutti amano smodatamente Fendi, Gucci etc.

Quando scrivi “E serpiente ngann comme ‘o cuban link” rappresenti l’hating, l’invidia. Perché dipingi questa immagine e come la vivi?

Non faccio più caso agli invidiosi, ma mi riferisco in generale alle insidie: in particolare alle persone che vogliono ingannare il prossimo.

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Mi piacerebbe sapere da cosa attingi, soprattutto dal momento che la corrente latina dell’hip hop è presente da quarant’anni negli States. Addirittura i pionieri dell’hip hop latino della West Coast hanno iniziato a rappare un mix di inglese e spagnolo già negli anni 80’…

Per me l’hip hop per eccellenza è americano, ho sempre molto apprezzato anche i Cypress Hill.

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Lele blade

Infatti nei sound di alcuni tuoi brani c’è da sempre un sapore latino: tutto si unisce in un mix di italiano, spagnolo, dialetto napoletano e slang. Mellow Man, membro dei Cypress Hill, è stato il primo a far produrre da una major un pezzo di latin hip hop.

Hai ragione e amo il mondo latino, tra l’altro mia moglie è cubana! Io sono più affine però al reggaeton.

Queste influenze erano già presenti in passato, penso a Loco. In questo nuovo progetto hai aggiunto accanto a questa tendenza e ai suoni serrati della trap, anche beat dallo spiccato gusto r’n’b, che ricordano Blaze. Come lavori alle produzioni?

Sì esatto, è vero. Come producer io lavoro con Yung Snapp, abbiamo una vera e propria alchimia.

Lui è anche presente in featuring su alcuni brani tra cui “Just for fun“, il singolo che ha anticipato l’album.

Sì, sono stato io a farlo rappare per la prima volta. Sulle produzioni mi piace che si sia visto il mix di trap, r’n’b, rap latino. Non amo fare un album con un solo tipo di sonorità.

A proposito di collaborazioni. Il brano con Ernia è sicuramente il featuring che maggiormente si discosta dal tuo solito modus operandi: com’è andata?

È stata in effetti quella che mi ha dato più soddisfazione! Lo apprezzo come persona e poi ha scritto una bella strofa!

Ho notato che in tutto Ambizione fai riferimento a quello che si perde. Una sensazione presente fin dai tempi di La Bamba, Ninja Gaiden: “I soldi non ripagheranno mai il tempo che ho speso per questo. Le notti da solo, l’amore che ho perso“. Cosa si perde a fare questo lavoro?

Il tempo è più prezioso dei soldi. Io lo faccio da quando avevo 13 anni e non ho iniziato a farlo per lavoro. Lungo la strada ho perso molti amici, facendo scelte diverse dalle loro. Ecco perché dico “L’amore che ho perso“.

Lele Blade foto stampa 2
Lele Blade

Quando hai cominciato tu sembrava che fare rap per lavoro significasse snaturarlo, privarlo della sua essenza, che viene dal basso, dalla diversità, dalla condivisione come per il writing.

Effettivamente sì e pensa che noi regalavamo addirittura per strada i nostri cd!

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Torno un attimo a tua moglie, dato che prima ne hai parlato. Quale rapporto hai con la figura femminile, che nell’album descrivi come una droga, in positivo naturalmente. Sicuramente è una presenza forte.

La figura femminile è più presente rispetto al passato perché, in questo, si riflette il fatto che abbia incontrato l’amore e che mi sia sposato. Il lockdown è stato pesante, ma io lo ricorderò per sempre.

Hai messo nell’album queste esperienze personali e accanto a esse anche aspetti collettivi, come il racconto di Napoli. Pensi che sia un immaginario destinato a esaurirsi, dal momento che tutti, ma proprio tutti, gli artisti partenopei lo descrivono?

Ho capito cosa vuoi dire perché anche io stesso a tratti sono saturo. Ho cercato di descrivere il bello ed il brutto di Napoli e non solo la dimensione della strada di cui tutti parlano: “Puoi trovare inferno e paradiso”. Descriviamo sempre quello che vediamo…

E a proposito della scena napoletana, che evoluzione avrà secondo te?

Abbiamo conquistato la nostra fetta di mercato musicale, ma abbiamo ancora tanto da fare, crescerà.

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