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Intervista

Raiz e Lucariello viaggiano da “Napoli C.Le/Düsseldorf”: il nuovo EP

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In occasione dell’uscita dell’Ep Napoli C.Le/Düsseldorf, pubblicato il 19 novembre, abbiamo fatto una chiacchierata con Raiz e Lucariello e ci hanno raccontato cosa rappresenti per loro questo viaggio. Il progetto comincia con la traccia Aria, che accompagna l’inizio dell’attesissima serie tv Sky Gomorra 5, giunta alla sua ultima stagione e in onda proprio dal 19 novembre. Napoli C.Le/Düsseldorf, il viaggio di Raiz e Lucariello parte da Gomorra.

Gli abbiamo chiesto se sono gli eredi di Totò, di come sia raccontare “dall’interno” Gomorra, accusato da molti di invogliare a comportamenti criminosi, e di chi sia l’erede della loro penna nella nuova scena musicale.

Nel percorso che i due protagonisti della musica napoletana hanno fatto insieme si fondono le loro due identità, il blues e il rap. La sceneggiata classica incontra l’elettronica e il funk, e il dramma sposa l’ironia per raccontare, attraverso i codici della risata amara di una terra che ha conosciuto l’emigrazione, la malavita. Ma in Napoli C.le/Düsseldorf non c’è solo un racconto autentico del dolore, dell’attesa di un detenuto che aspetta la sua ora d’aria, ci sono anche la speranza di quello stesso detenuto, le sue capacità e il sorriso di un padre per suo figlio.

Secondo Raiz L’Ep, discostandosi dai codici musicali attuali, potrebbe essere il primo passo di una strada nuova, fatta di meno viandanti pronti a incentrare la loro narrativa sull’esaltazione del danaro e lo status symbol, e più viaggiatori disposti a un impegno sociale come il loro. Leggete cosa ci hanno raccontato.

Il vostro disco è una risata amara? Sembra l’ultimo capitolo di un racconto della terra partenopea che inizia da Totò, passa per Libero Bovio e arriva a Gomorra. Il filo conduttore è la volontà di raccontare la tragedia umana attraverso l’ironia, questo fa sentire le realtà descritte ancora più drammatiche. Sentite di esser essere eredi di questa narrazione?

Raiz: Ne siamo senz’altro parte, non foss’altro che per appartenenza geografica e culturale: mettere in scena i propri drammi, arricchendo la narrazione con elementi di “entertainment” è una cosa che hanno inventato i greci secoli e secoli fa. Come dice una celebre canzone, “le strade di Napoli sono un palcoscenico”: sembra una immagine da acquerello ottocentesco, ma nel bene o nel male è una realtà.

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Lucariello: Di certo questa narrazione è alla base della nostra formazione e spesso anche inconsciamente viaggia con noi. Nel mondo dell’effimero il dolore è l’unica cosa vera, ed è motore di emancipazione, di riscatto.

Ci raccontate del “matrimonio” artistico con D-Ross e Sarah (Star-T-Uffo), avevate già lavorato con loro? Com’è questa collaborazione?

Raiz: Con Ross e Sarah c’è un rapporto di amicizia e stima professionale che dura da anni, ci sembravano i beatmaker adatti per quest’operazione e gli unici che potessero condividerne il gli intenti fino in fondo.

Lucariello: Sì, con loro ho realizzato diversi singoli e il primo brano insieme a Raiz, Puortame llà fore, era prodotto da Sara. Passiamo ore a confrontarci, a ragionare sui particolari. Il loro studio, che si trova a due passi dal carcere di Poggioreale, ha contribuito tanto all’immaginario del disco ed è un laboratorio incredibile di creatività.

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Raiz e Lucariello

Il vostro disco è intriso di dolore ma anche di vita. La dimensione che ha più spazio di tutte è quella del rapporto tra padre e figlio, che troviamo sia in Ammen che in Edenlandia. Perché mettete in luce questa relazione?

Raiz: Perché troppo spesso sono la mancanza di guida e sostegno educativo che inducono i ragazzi dei quartieri più popolari a scelte sbagliate.

Lucariello: Probabilmente essendo entrambi genitori riviviamo in maniera nuova questo rapporto ed è sicuramente un campo pieno di emozioni nuove  e vecchi ricordi.

 Dal punto di vista musicale com’è l’incontro tra le melodie di Raiz e le rime incalzanti di Lucariello, come si intrecciano?

Raiz: Direi in maniera abbastanza naturale: lui fa il rap e io il blues, tutto rapportato alla nostra dimensione culturale.

Lucariello: Sono perfettamente complementari, ci equilibriamo senza pestarci i piedi o entrando in competizione, abbiamo arsenali vocali diversi e li usiamo tutti per la medesima causa.

Dal tributo a Libero Bovio alla riattualizzazione della sceneggiata, il vostro EP si discosta dai canoni sonori dei progetti attuali. Come si colloca secondo voi nel panorama musicale e cosa rappresenta il viaggio Napoli-Düsseldorf nel vostro percorso artistico e personale?

Raiz: Difficile rispondere poiché è un lavoro totalmente istintivo e senza ragionamenti di marketing alle spalle. Che sia destinato a tracciare un nuovo trend? Scherzi a parte, spesso succede proprio ai lavori così di diventare, consapevolmente o meno, “game changer”.

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Lucariello: Non aveva senso creare un progetto che avesse gli stessi canoni dei miei o dei suoi lavori. Questo è un incontro che ha naturalmente creato qualcosa di nuovo, di strano. Non riesco a definire questo EP ma posso affermare che dentro mi sento a mio agio e che sia perfettamente coerente con il mio percorso.

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Raiz e Lucariello

Una domanda per Lucariello: hai mantenuto il registro e le metriche di Nuje vulimm na speranz? Com’è interpretare un racconto così delicato?

Le metriche non sono mai le stesse, di sicuro l’attitudine rap è la stessa, quella che vivo con più naturalezza.  In alcuni casi parto lentissimo per andare sempre più veloce, ho avuto in questo progetto la possibilità di sperimentare di più.

Il vostro brano Napoli-Düsseldorf è un racconto di cento anni di emigrazione. Come viene vissuto questo tema da Lacrime Napulitane di quasi un secolo fa a questo pezzo?

Raiz: Attualizzandolo  e paragonandolo al dolore provato da altri nell’attraversare mari in tempesta alla ricerca della felicità. Cambiano le lingue, il colore della pelle, la religione ma la sofferenza è la stessa.

Lucariello: Purtroppo ancora molti ragazzi sono costretti a lasciare le città del Sud per trasferirsi altrove. Questa trama è ancora terribilmente attuale; della famiglia di mio padre è rimasto solo lui a vivere a Napoli. Gli altri cinque fratelli si sono trasferiti tutti fuori da anni ormai.

Com’è lavorare sul racconto della dimensione del carcere – quindi sul dolore e le speranze dei detenuti – sapendo che sarà, per un contenuto come Gomorra, criticato da molti perché accusato di invogliare a comportamenti criminosi?

Raiz: Tutta la polemica intorno a Gomorra è sterile. Per chi vive la strada in prima persona il solo fatto che qualcuno possa affiliarsi a un clan dopo aver visto la serie assomiglia a una barzelletta. Se la malavita fa proseliti, le ragioni sono da ricercarsi altrove: famiglie distrutte, sistema educativo carente, quartieri ghetto, disoccupazione, povertà. Spesso i ragazzi reclusi, seppur efferati criminali con tutte le responsabilità del caso e senza scusanti, sono le prime vittime di un sistema che rigenera se stesso in continuazione. Lavorare sul e in carcere può essere utile per fargli intravedere altre strade, altri valori  – quelli della società “onesta” – sconosciuti negli ambienti in cui sono cresciuti.

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Lucariello: In un decennio di attività in carcere non ho mai sentito di un solo ragazzo che abbia commesso un reato per emulare la serie. Spesso si attacca un prodotto audiovisivo di eccellenza per non vedere situazioni di degrado e abbandono sedimentate da anni di povertà educative.

Il vostro lavoro musicale ha spesso un portato anche sociale. Questo avviene perché è questo uno degli scopi dell’arte, raccontare delle minoranze (ad esempio i detenuti, i minori in difficoltà), cantare le difficoltà e le dinamiche di un territorio, di un’epoca?

Raiz: Assolutamente si. Se serviamo a qualcosa, è proprio grazie a questo.

Lucariello: In realtà non è una premeditazione, semplicemente nell’arte è implicito il desiderio di condividere emozioni, di costruire momenti di empatia. Il mio amico Ezio Bosso mi ribadiva sempre un concetto: “La musica è ascolto, la musica è insieme”.

Questo stesso intento lo vedete anche in qualche artista della nuova scena oppure pensate che non ci sia oggi l’intento di farsi portavoce di quell’esigenza?

Raiz: Siamo figli della cultura urban degli anni ’90, di Bambaataa, KRS-1 e PE. Le rime a quel tempo spingevano al cambiamento, al riscatto, a speranza e redenzione. Oggi si parla un po’ troppo di cash e status symbol. Personalmente sento molto la mancanza di una penna giovane che vada più in profondità, un Kendrick Lamar italiano. Speriamo.

Lucariello: Ognuno vive la musica come vuole, ognuno è portavoce delle proprie intenzioni. Non mi piace criticare o parlare di altri artisti. Tutti hanno uguale dignità.

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