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Intervista

Versailles, da X Factor al futuro della contaminazione: l’intervista

versailles

Quello che ci ha insegnato questo 2021 appena trascorso è sicuramente che la musica è fluida. L’urban e il pop (ma non solo) si sono miscelati creando in questo momento storico un qualcosa di nuovo. Proprio riguardo alle contaminazioni, un altro nome sta facendo molto parlare di sé: Versailles. Il giovane ragazzo originario di Venosa propone un sound innovativo in grado di unire sonorità più rock al mondo delle rime.

Recentemente ha pubblicato il video dell’inedito presentato in occasione di X Factor 2021: Truman Show. Il testo è forte e Versailles riesce a mettere in risalto tutte quelle che sono le problematiche di una società che, troppo spesso, cura più la forma che la sostanza. Abbiamo deciso di intervistare il giovane talento, fresco dell’esperienza del talent e con tutto il futuro davanti a sé, così da capire meglio quali siano le sue origini e il suo profondo legame con la musica. Prima di procedere, guarda ancora una volta il video di Truman Show.

Il tuo nome in questi mesi sta catalizzando l’attenzione. Partirei chiedendoti: cosa c’è dietro il nome d’arte Versailles?

Il mio nome ha un grosso significato per me. È un monito, una sfida, un costante reinventarsi eliminando il superfluo e il tossico e allo stesso tempo procedere con rispetto per il mio passato, stringendo tra i denti la promessa di un futuro in cui ogni pezzo combacerà e io sarò chi voglio davvero essere. 

Hai cominciato a suonare a circa 13 anni. Ora ne hai 25: hai praticamente più di 10 anni di musica alle spalle. Qual è il ricordo più intenso legato alla musica e quali sono stati i tuoi inizi? È stato difficile coltivare la tua passione per il mondo urban in un paese come Venosa (Potenza)?

Il ricordo più intenso che ho legato alla musica riguarda proprio i miei inizi: eravamo solo in due, io chitarra/voce e mio cugino alla batteria, facevamo le prove in una casa a tre piani degli anni ’40 che apparteneva a nostra nonna e avevamo sogni sproporzionati per il posto dove vivevamo e per le nostre reali capacità artistiche dell’epoca. Ricordo che eravamo frustratissimi dal fatto che nessuno dei musicisti del ’94/’95 ci cagasse di striscio, premetto che stiamo parlando di una decina di persone al massimo (la musica non è una passione molto diffusa né particolarmente rispettata nel mio paese), ed essendo questi ragazzi gli unici musicisti del posto, questa diffidenza non ci permise di allargare la formazione per un bel po’ di tempo.

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Uno scazzatissimo sabato sera di dicembre decidemmo di comprare un sacco di birra e focaccia e organizzammo un live improvvisato nella nostra sala prove al quale parteciparono “i grandi” e un po’ di gente che non aveva trovato una maniera migliore di passare il sabato. La nostra ambiziosissima scaletta si accartocciò su se stessa in meno di venti minuti e lo spirito super punk dell’epoca fece sfociare un battibecco tra me e mio cugino in una scazzottata davanti a tutti i presenti con tanto di bacchette lanciate e amplificatori rovesciati. Dal giorno dopo quel posto era un vai e vieni di “grandi”, amici di amici e ragazze. È cosi che è cominciato tutto per me.

A proposito: di Venosa sono originari anche i membri della FSK. Vi conoscevate già musicalmente parlando? Che tipo di contributo sta dando la scena lucana al panorama musicale di oggi?

Con l’FSK ci conoscevamo di sfuggita, in un paese piccolo come il nostro inevitabilmente finisci per frequentare a turno gli stessi gruppi di persone. Non abbiamo mai approfondito perché per quanto i gruppi di persone fossero intercambiabili, ognuno aveva la propria cerchia stretta con cui si passava la maggior parte del tempo. Inoltre il piccolo divario d’età che intercorre tra me e loro ha fatto sì che io fossi già andato a vivere a Pescara quando loro hanno cominciato a fare le prime cose “serie”. Il loro percorso è stato notevole e ai ragazzi va riconosciuto un grande impegno e grande tenacia, quando ho saputo dei primi traguardi raggiunti da loro ho cominciato a pensare “Cazzo, che figata che la gente parli anche del sud e non solo di Roma e Milano!”. Non so dirti se la scena lucana possa definirsi una realtà già consolidata, ma posso assicurarti che i talenti e la gente appassionata nascono anche da noi e forse è il momento che tutta Italia cominci a rendersene conto.

Versailles
Versailles. Foto ufficio stampa

Se questo era il tuo passato, il tuo presente ti ha visto protagonista alla nuova edizione di X-Factor. Ti va di raccontarci la tua personale esperienza all’interno del programma? Quali sono stati i riscontri ottenuti e che tipo di accoglienza hai ricevuto dal pubblico?

Il programma è stato una grande esperienza di crescita più personale che artistica. Dal punto di vista artistico tante cose non passano nella maniera giusta e i ritmi frenetici possono rendere il tutto molto confuso a chi ti guarda da casa. Ciò non toglie che tanta gente si è legata a me, a quello che faccio e a come lo faccio e credo che sia il risultato più grande che ci si possa aspettare da una cosa del genere. Dal punto di vista personale mi ha aiutato a comprendere meglio quali sono le mie necessità reali in una situazione di stress e a scendere a patti con la mia indole impulsiva.  

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Quando si parla di talent, si è sempre molto scettici in merito alla longevità artistica dei protagonisti. Qual è la percezione di questo genere di competizioni da parte di chi ci sta dentro? Quali sono i grandi vantaggi, o gli svantaggi, se ce ne sono, del partecipare ad un talent come X-Factor?

La percezione dall’interno è bivalente, tu sei lo spettatore che sei sempre stato fino a quel momento e anche il protagonista. Inevitabilmente cominci a farti un’idea degli altri e del loro percorso sia all’interno del programma che fuori, ma la strada che ho deciso di intraprendere è stata quella della non competizione. Ho fatto il mio, non ho aperto rivalità con nessuno perché non eravamo a una gara di Formula 1 e mi sono goduto l’esperienza in ogni suo momento, dal primo sì delle audition fino al ritorno a casa. Riguardo alla longevità artistica di chi partecipa ai talent, io ho da dire solo una cosa: se il talent lo consideri “un mezzo per” va bene, ma oltre al mezzo ci deve sempre essere la sostanza, ci deve essere l’impegno, la dedizione, qualcosa da dire e una personalità. Tutti quelli fatti di argilla non se li ricorderà mai nessuno.

Il tuo percorso è stato seguito da Hell Raton, una figura rilevante nel panorama musicale urban. Quanto è stato importante il suo contributo nel tuo percorso di crescita artistica? Vi siete mai scontrati per alcune sue scelte?

Hell Raton sa essere un saggio e un ragazzo, un purista e uno che apprezza il coraggio di rischiare. Non ci sono mai stati scontri perché la wave che entrambi seguiamo è parallela, ognuno di noi con un background e influenze diverse, ognuno con la sua età, ma entrambi con la voglia di creare cose belle e di spaccare. Grande Manu!

Versailles

Lo stile che comunque hai portato sul palco è estremamente sui generis. Sembra che le chitarre distorte dei Korn incontrino lo stile di Travis Scott. Pensi che questo melting pot possa rappresentare il futuro dell’urban italiano? Ci sono degli artisti che senti particolarmente vicini alle tue sonorità?

Penso che questo melting pot dovremmo cominciare ad etichettarlo un po’ meno, ho portato uno stile sul palco che nonostante fosse sui generis ha una sua coerenza e una sua cifra stilistica già consolidata e io ora sono questo… ma non solo. Quando devi raccontare una storia, però, devi partire dall’inizio.  

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Circa un mese fa è stato pubblicato il video del brano Truman Show. Nel brano dici “guardi mille facce, ma non sai chi hai davanti”. Ora che la notorietà nella tua vita ha un peso specifico, come la affronti?

La notorietà non ha un peso specifico nella mia vita perché è solo un’altra cosa. Per me non è un traguardo la gente che mi scrive in DM o mi ferma per strada, è una cosa che mi fa sorridere (a volte incazzare), che mi fa dire guarda qualcuno oltre me, e mia madre comincia ad ascoltare la roba di Versailles ed è questa l’unica cosa bella.

Il tuo percorso è parso comunque molto preciso e chiaro. Cosa ci dobbiamo aspettare nel prossimo futuro?

Se ci sono due aggettivi che non userei per definirmi sono preciso e chiaro. Il mio percorso è la mia storia, ed è questa la figata perché decido io come andrà. Il libero arbitrio però non è troppo amico di schemi o programmi, altrimenti non sarebbe libero. Nel prossimo futuro tanta musica e live e spero di non parlare solo per me. La gente ha bisogno della musica ora più che mai.

Conosci meglio

La musica mi accompagna sin dall'infanzia. Ho studiato la musica classica e lavorato sull'elettronica. Ogni suono è un colore sulla tela della quotidinità: "una vita senza musica non è vita."
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