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Intervista

Cor Veleno e Tre Allegri Ragazzi Morti: “Meme K Ultra”, la nascita di un supergruppo – L’intervista

cor veleno tre allegri ragazzi morti

“È come fosse il primo disco di un gruppo nuovo, la sensazione. Mi succede poco spesso di riascoltare i brani che ho registrato, invece di questo disco qui li ascolto sempre trovandoci delle cose nuove”. Questo mi dice Davide Toffolo, frontman dei Tre Allegri Ragazzi Morti (e non solo, vista la lunga carriera anche nella graphic novel, ma sarebbe comunque riduttivo), seduto al fianco di Grandi Numeri, uno dei capisaldi dei Cor Veleno, alla fine della nostra intervista doppia e in rappresentanza di tutti gli altri membri del gruppo. Perché parto dalla fine? Perché Meme K Ultra, che esce domani per La Tempesta Dischi (fondata da Toffolo stesso) e Artist First è un disco circolare, come la musica, quella che fa dei giri immensi e poi ritorna.

E stavolta, è tornata allo stato di purezza con una formazione inedita che si è presentata al pubblico italiano unendo (anche) rock e rap, per un risultato che non sa né di forzatura, né di operazione di marketing di chissà quale tipo. E né di vecchiume, perché nonostante da secoli si parli di crossover, qui si sono completamente rimescolate le carte dando vita nuova alle lunghe esperienze dei due gruppi, che hanno trovato l’uno nell’altro qualcosa da insegnare e da imparare allo stesso tempo.

Il primo singolo, La gente libera, fungeva da manifesto per presentarci questo nuovo “supergruppo”, metà di Pordenone, metà di Roma. Metà maschera, metà tigre, come il simbolo scelto per rappresentarli e ben visibile anche nella cover dell’album. Il secondo singolo, A me di Roma piace il rap, ha svelato il primo ospite – Metal Carter – che apre così gli interrogativi su tutti gli altri artisti scelti per accompagnare Cor Veleno e Tre Allegri Ragazzi Morti in questo nuovo viaggio di undici tracce.

Li abbiamo scoperti tutti nell’intervista che state per leggere. So che sarà piuttosto lunga, ma sapete: quando hai davanti due pesi massimi dei due generi che rispettivamente rappresentano, non si può far altro che approfittare di parlare di questa loro nuova tappa, andando avanti e indietro nel tempo, e perché no, fermandolo per un momento.

E per rispondere alla domanda che mi hanno fatto loro, ovvero: dove collocherei questo album nelle classifiche di quelli usciti quest’anno? Rispondo: da nessuna parte, perché classifica viene da classe e voi ragazzi, siete decisamente dei fuoriclasse.

MEMK 1
La cover di Meme K Ultra dei Cor Veleno e Tre Allegri Ragazzi Morti

DT – Davide Toffolo, GN – Grandi Numeri

Partirei con la domanda forse più ovvia: qual è stato l’episodio chiave che ha dato vita a questo nuovo supergruppo? 

DT: Avevamo registrato un pezzo che si chiama L’effetto del merlo (in radio da questa settimana, ndr). Dopo questo test ci siamo detti “andiamo oltre, proviamo”! Per ambientare il “dove” sia successo, è stato a Roma. L’incontro iniziale è stato tra me e Giorgio, in una serata di cumbia di un’etichetta argentina che si chiama ZZK Records. Siamo andati lì senza sapere che ci saremmo stati entrambi quella sera.  

GN: Avevamo un’amicizia in comune che ci ha portati ad andare là. Da quella sera ci siamo beccati altre volte, in altre uscite trasteverine. Abbiamo fatto dei giri in una Roma non proprio “felliniana”, ma da lì abbiamo deciso di andare in studio e di sfondare questa parete che divide i generi musicali in Italia. E poi diventa un po’ un cliché fare solo featuring assieme, perciò abbiamo creduto fortemente nell’ipotesi di fare non solo una canzone, ma tutto un album. Questa per me è stata la cosa più importante!

DT: Negli anni ‘70 si sarebbe detta come la “costruzione di un supergruppo”. 

GN: Tant’è che nel disco ci sono anche personalità importanti come Adriano Viterbini, che con Cesare Petulicchio forma la Bud Spencer Blues Explosion, c’è Mimosa Campironi, abbiamo il nostro jazzista preferito, Francesco Bearzatti che ha suonato il sax, c’è Metal Carter… Quindi abbiamo fatto a tutti gli effetti un disco che potesse andare in tante direzioni diverse per quelli che sono i nostri gusti, il suono della musica.

Mi aggancio subito nel chiedervi come mai avete scelto artisti meno streaming-friendly, tenendo più all’aspetto artistico che a quello strategico. C’è stato un ragionamento particolare su questa scelta?

DT: Parto proprio da Francesco Bearzatti che suona il sax nell’ultimo brano del disco. Lui è un sassofonista friulano-pordenonese, ma è uno che ha abitato tantissimi anni a Parigi, ha girato tutto il mondo! È un friulano senza casa, come noi. Abbiamo suonato spesso con lui ed è una specie di Jimi Hendrix del sassofono, sempre appassionato di contaminazioni, anche se considerato un jazzista nel senso più puro del termine. Quel tassello lì appartiene alla nostra stessa terra. Poi c’è Mimosa che è un’artista/attrice/compositrice speciale, fa parte anche lei della scuderia de La Tempesta, ma è stato Giorgio che l’ha voluta fortemente.

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GN: Mi è sempre piaciuta come frontwoman e ce ne fossero di cantanti del suo livello! Ha una poetica eccezionale, ha un’idea forte di cosa voglia dire fare musica, più rock del termine stesso. Streaming-friendly? Boh, sì, no, ma non ci importava fare un disco “ruffiano”. Noi abbiamo un’idea di musica che spazia, quindi se ci piace la cumbia – e Davide con l’Istituto Italiano di Cumbia ha fatto anche produzioni in quel senso – la facciamo, ci interessa esplorare la musica alle nostre condizioni. Che poi sono quelle di uscire dalle zone di comfort. Anche perché il rap fine a se stesso non dà niente! È bello quando le cose avvengono e vanno in direzioni che non ti aspetti, ma metti anche le condizioni per far sì che accadano.

Una cosa che mi ha incuriosito: il campionamento della voce di Remo Remotti nel brano Chiedo il nome.

DT: Per me è un “fantasma” molto presente! Negli ultimi mesi è stato presente in modo anche più reale, ho pubblicato un libro dove ho messo a fumetti alcune sue filastrocche e ho portato in giro anche uno spettacolo, quindi alla fine questo “fantasma” c’era in quello che stavamo facendo. Anche il chitarrista, Viterbini, che suona in quel brano lì, era con noi in molte serate passate in macchina ad ascoltare le registrazioni di Remotti e a ridere come pazzi. Quindi sembrava importante avere un amico oltre questo livello di esistenza, che stesse nel disco con noi. L’ho immaginato come un robot! Con i collegamenti cerebrali di Remotti.

GN: Una forza tale che non è inferiore alla poetica dei rapper veri e propri, anzi, forse è un antesignano!

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ph. Magliocchetti

Mi parlate di robot, e con quelli ci sono anche diverse immagini in questo album. Mi chiedo da quale tipo di “sentimento” siano nate queste ultime, perché la scrittura di questo progetto è partita proprio con il lockdown, e ognuno di noi avrà avuto sentimenti diversi… Voi da che tipo di sentimento siete stati più presi in questo periodo e qual è il predominante nell’album?

GN: Il titolo del disco, Meme K Ultra, è un gioco di parole su una grande storia – reale – e vissuta per tanti decenni come l’ipotesi di complotto per eccellenza. Da lavaggi di cervelli, fino a parlare di “meme” che svolgono la stessa funzione sui social durante il lockdown, io ho visto esplodere all’ennesima potenza quello che già era latente ormai da una decina d’anni, complotti a destra e a manca. Forse la cosa che mi ha ispirato di più è stato vedere questa “farsa” di chi la spara più grossa, di chi dice il vero o meno, e alla fine mi ha colpito che in mezzo a tutti questi complotti, l’unico visibile è quello che ci ha resi paranoici tutti quanti. Da lì è stato un attimo figliare un rap che fosse un po’ più visionario, accostabile anche alla penna di gente che scrive canzoni interessanti. I TARM non rappresentano quel rock “regalato”, loro fanno Musica da decenni. Riuscire a mettere una chiave ulteriore dentro un sound che non era scontato, grazie anche a Squarta, Gabbo, Enrico, Luca e i musicisti che abbiamo detto, per me era più importante. Fare uno “screenshot” di tutto quello che è il mondo che viviamo oggi. È stato abbastanza facile, perché in un mondo in remoto, le cose si sono appiattite. 

Davide, Giorgio parlava di sound. Com’è stato soprattutto per te l’approccio con la Black Music dopo aver attraversato l’incontro con il reggae, qualche anno fa? Com’è stato l’impatto con il rap e l’hip hop?

DT: Io sono sempre stato un appassionato del rap romano, lo ritengo quello più vicino alle mie corde, quello più vero. Quindi è stato un desiderio quello di incontrare i Cor Veleno, oltre che un onore. È stato un desiderio perché penso che abbia dato la possibilità ai TARM e alla mia vocalità di esprimere qualcosa di non esplorato completamente. Anche tornando alla scrittura, per me è stato principalmente un viaggio musicale.

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Poi è vero che gran parte di quello che scrivo lo capisco molto di più tardi. Per esempio, coi TARM avevamo fatto il brano Nuovo Ordine, che raccontava di un mondo con tutti i ragazzi chiusi in casa… Ed è diventato vero dopo un po’ di anni! Quindi non vorrei che dentro ci fossero altre premonizioni così pesanti! L’ho detto per dire una mezza cazzata, però non sono legato a una scrittura legata al contingente nel senso stretto del termine. Soprattutto negli ultimi negli ultimi tempi mi lascio trasportare dalla musica e la musica ha dentro qualche cosa di suo. Ho imparato che quando la musica arriva devi lasciarla andare, perché ha una sua verità dentro.

E forse alcune cose del disco le capiremo più avanti. Giorgio ha una scrittura complessa piena di dentro/fuori e penso che sia profonda, permettendoti di stare sul brano anche senza l’esigenza “pop” di dover ricordare la rima. Io in questa parte ho sviluppato la mia parte più melodica, più soul, più funk. D’altra parte una decina d’anni fa con tutto il gruppo abbiamo avuto la fortuna di incontrare la reggae music, e ci ha aiutato sicuramente ad avere un rapporto con l’hip hop.

Un’altra cosa curiosa è che a un certo punto del vostro percorso compare la figura di Jovanotti, con cui avete condiviso una parte della vostra carriera live. Tra l’altro siete anche di generi diversi: che cosa vi ha lasciato un personaggio come lui?

GN: Pur trattandosi di scenari che sono agli antipodi, con personaggi come Jovanotti, Roy Paci, nel mio caso anche con Sangiorgi dei Negramaro, è venuto sempre abbastanza naturale lavorare perché sono persone che non chiedono di suonare la musica secondo i canoni che la gente si aspetta, fanno quello che gli pare!

E credo che quando frequenti più o meno gli stessi tavoli, alla fine sia anche facile finire “a cena” con con musicisti che non pongono limiti. Con Lorenzo è sempre stata una bella collaborazione umana e non solo musicale che è andata avanti negli anni.

E una cosa che invece vi siete lasciati voi come formazioni, a vicenda?

GN: Siamo ancora a metà dell’opera! Perché con tutto il live da mettere in piedi c’è abbastanza materiale da scrivere ancora su questa collaborazione, che inizia ora dal tour in primavera e proseguirà in estate, quindi non vedo l’ora. Già con Luca, il batterista dei TARM, vogliamo spingerci oltre.

DT: La sensazione che ho in questi giorni, con un po’ di cose assieme, è quella di avere un gruppo nuovo. C’è quella sensazione lì, eccitante. Entrambi siamo in giro da molti anni e non è così automatico che ci si diverta con queste cose da fare, invece mi sa che la chiave è quella di divertirsi, come se fosse un rinnovamento, un supergruppo nuovo.

Ci dobbiamo aspettare sorprese dal live?

DT: Porteremo uno spettacolo particolare! Lo stiamo preparando in questi giorni, la prima data sarà il 16 aprile a Pordenone, la nostra città. Alcune cose dobbiamo scoprirle, ma sarà un concerto molto ricco dove si vedrà sia la parte di questo nuovo “sound” – che abbiamo trovato per entrambi! – però racconteremo anche una parte delle nostre radici. Quasi una specie di festival! 

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Mi parli di radici, e questo mi porta al vostro passato e a una seconda coincidenza: i Cor Veleno iniziano nel 1993, e i TARM nel 1994. Com’è ripensare ai vostri inizi in due parti d’Italia completamente diverse, e qual è stato il primo approccio a spingervi a intraprendere la carriera musicale?

GN: Gli anni ‘90 a Roma… C’è sempre questo scambio endemico anche in questo progetto, lo scambio centro-periferia che si unisce. Roma era nel caos, regole da riscrivere, i generi musicali non erano più gli stessi di prima. Per noi, me, Primo, Squarta che poi si è aggiunto, suonavamo con i Colle der Fomento come collettivo unico e non c’era il rap italiano fatto in quella maniera.

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C’erano le posse, ma soprattutto c’erano artisti rap che c’erano da prima che cantavano in inglese. Lo stesso Jovanotti iniziava a rappare in italiano, ma noi cercavamo qualcosa che fosse più legato alla realtà dei teenager. Avevamo 16 anni! Dal ‘94 poi la cosa bella e che ritrovo qui in questo disco è il crossover, non nel senso “didattico”. C’era la fusione di tanti generi musicali. Urban Dance Squad, c’era il jazz, il rock più tirato, non era proprio una formula.

Oggi invece il crossover per molti è diventato una formula, e per noi è una cosa da cancellare e rifare daccapo! Io dagli anni ‘90 ho tratto questa di lezione, che ci ha poi portato avanti nel fare quel tipo di musica, nonostante sia poi stato sdoganato il concetto: la musica dell’algoritmo, questa idea prestampata, codificata dei gusti che non si possono definire. Ma noi abbiamo questa dittatura in corso, e di conseguenza mi porta a pensare che Meme K Ultra sia molto di quello che mi ha spinto a iniziare a fare la musica. 

DT: I nostri inizi sono stati molto particolari. Veniamo da Pordenone, una città piccolissima, nonostante sia stata la capitale del rock per alcuni anni, tra la fine dei ‘70 e gli ‘80. Poi sono fiorite delle cose da quell’esperienza lì, legate a una tradizione punk/post-punk. Per noi la decisione iniziale è stata quella per la quale oggi ancora portiamo la maschera, ad esempio, ovvero scegliere una modalità che fosse nostra, con nessun tipo di debito con discografie, gusti, playlist di radio e cose di questo tipo. Abbiamo deciso che quella cosa lì doveva essere un’esperienza esistenziale unica per me, Luca ed Enrico, fatta della “libertà” di poter essere in giro.

Quindi per noi avere un gruppo è stato esserci rivolti verso l’esterno rispetto al luogo dove abitavamo, anche perché era un luogo molto piccolo. Abbiamo cominciato ad andare in giro, abbiamo suonato tantissimo e adesso ci sono tante generazioni diverse che hanno un ricordo di noi come gruppo live, principalmente.

Abbiamo funzionato anche anche come collante per tante band, e abbiamo costituito questa etichetta, La Tempesta, con la quale abbiamo pubblicato in vent’anni non so quanti dischi, 400-500 diversi di luoghi totalmente differenti! Da Palermo a Roma, a Milano, abbiamo gruppi meravigliosi.

L’abbiamo fatto perché eravamo fisicamente sul territorio. Agli inizi del 2000 siamo diventati il ganglio di una rete di comunicazione. La nostra esigenza è stata quella di trovare un’identità fuori dal luogo nel quale eravamo, e anche mantenere una coerenza rispetto a quello che facevamo per guardarci allo specchio “senza maschera” (ma solo noi lo possiamo fare – ride, ndr). È stato un viaggio esistenziale, un gruppo rock dentro un furgone che se ne va in giro a portare la sua musica, un po’ come degli zingari.

Torno al crossover: la vostra collaborazione conferma una tendenza che negli ultimi anni sembra ormai totalmente consolidata, ovvero ora i giovani ascoltano musica e passano tra vari generi, dal pop al rock, senza scomporsi o infastidirsi. Voi come la vedete questa multicultura, e anche cultura musicale più ampia soprattutto fra i giovani?

GN: Forse i ragazzi sono figli di quelli che ascoltavano musica crossover, o forse no! Forse erano in famiglie che li hanno bombardati di suoni. Ma quando parlo di crossover parlo proprio di “contaminazione” della musica che è quella che esiste oggi, non esiste un genere musicale! Il rap fine a se stesso, oggi, fa cagare!

Quando invece si apre ed esce dalla zona di comfort fa sì che si creino sonorità e storie nuove. Anche i rapper internazionali fanno la stessa cosa, dai sample al modo di scrivere, non vanno su cliché. I cliché sono per chi replica, loro si ispirano anche a cose sentite ma cercano di portare oltre.

DT: Come dice la nostra ultima canzone del disco: “La musica sai che cos’è? È la sola cosa vera che resta!”.

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Caporedattrice di questo incredibile portale. Nostalgica q.b., senza mai smettere di guardare al futuro.
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