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Intervista

“Come neve per l’acqua”, il racconto necessario di Truly Ioria

Truly Ioria Come neve per l'acqua

Se in Italia sono ancora pochi i rapper-producer, c’è però una fetta della scena che pone un’attenzione “sartoriale” alle strumentali, che non si limita a rappare sopra un beat. Questo approccio contraddistingue Come neve per l’acqua, il secondo album in studio di Truly Ioria, pubblicato per la label Soulville Records l’8 aprile, con la partecipazione di Like.a.nova e Caneda, prodotto da Sir Donuts, Ayy Yo Felix! e distribuito da Artist First.

Dal campionamento di brani di Snoh Aalegra alla selezione di certi sample si evince una creazione delle strumentali che si genera a partire dalla scelta di un mood sonoro, univoco, inequivocabile, che riempie e chiude la traccia: non si può sorridere ascoltando Cenere,Come neve per l’acqua. Non si può non farlo ascoltando Ancora. Il tappeto sonoro e il testo accompagnano l’ascoltatore dall’inizio alla fine, lungo una storia di 13 brani in cui l’artista nella title track promette di risalire dalla terra al cielo e chiude il disco tenendo fede a quella promessa. Ripartendo da quella stessa terra: si rialza e rinasce dalle proprie ceneri in Fenice pt 2.

Attraversa tutti gli stadi necessari come l’acqua lungo il suo ciclo. In mezzo si va da quella terra al cielo. In mezzo c’è la discesa agli inferi, nel suo inferno interiore. In mezzo si riflette sul significato del successo, si descrive la drammaticità dei sentimenti, e la leggerezza, si muove la testa a ritmo di Mambo. Si racconta la favola animata dalle atmosfere sognanti di Fujiko e Lupin, in cui l’amore è un bottino che brilla sotto lo scintillìo di promesse, piaceri e cenere. Si citano i colossi del genere, si dissano i nomi noti e si mostra come esista un modo di fare rap morbido se pur incisivo. Dove non trova spazio né l’autotune né il gangsta.

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Abbiamo fatto una chiacchierata con Truly Ioria per conoscere meglio il disco. Ascoltate Come neve per l’acqua mentre leggete cosa ci ha raccontato.

La prima impressione che si ha ascoltando l’album è che sia vero, come promette il nome che hai scelto e che sia inevitabile, come l’acqua che segue il suo ciclo e non può sottrarsene. Raccontaci il titolo del disco e perché “Truly Ioria”.

Il titolo del disco è una immagine che ho di un giorno al porticciolo di Pastena (quartiere di Salerno) ed ero con mia nonna, nevicava e la neve cadeva in mare… le onde davano quel senso come se la avvolgessero e il mare ritraendosi, riportasse i fiocchi ad una condizione naturale… come lo siamo noi tutti. Tutti dobbiamo necessariamente tornare alla nostra natura per capire chi siamo. Truly Ioria viene dalla combo di uno dei miei Ep preferiti: Truly Yourz di J Cole e Ioria che è il nome giapponese di un manga, ma anche la stella della costellazione del mio segno zodiacale, il leone, quindi Truly Ioria.

Sembra che tu abbia scelto, a partire da un alfabeto sonoro, le lettere in grado di formare esattamente le parole che volevi venissero raccontate agli ascoltatori, attraverso l’album, dando a ogni brano un main theme di sonorità. Hai anche autoprodotto Ciao Ciao Baby. Come avviene il processo creativo sulle strumentali per te?

Non c’è un solo sample che non abbia scelto. Vengo dal rap di Common, una ricerca infinita e un amore smisurato per il soul, l’R&B, il jazz. Il processo creativo, se non parte da un’emozione, è plastica e si sente.

Che cos’è per te il successo?

Se me lo avessero chiesto poco tempo fa, avrei risposto “ossessione”. Adesso, pensando al pubblico o a cosa sia diventata questa cultura definita “hiphop”, non me ne farei niente. Diventano famosi i personaggi, non le persone. Arriva prima la marca e poi il tuo testo. Avere successo come personaggio e perdersi la persona, sinceramente no.

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Nel disco troviamo citazioni alle pietre miliari del genere, pezzi di Joe Cassano, Neffa, Frankie Hi-NRG, ai più recenti Club Dogo, e Caneda, che ha anche partecipato alla traccia Origami. Un background che strizza l’occhio all’hip hop italiano delle origini, accanto al quale troviamo anche la morbidezza del soul e dell’R&B e una tensione al presente, che ricorda G-Eazy. Raccontaci a cosa attingi e qual è il tuo modo di fare musica.

Senza sfociare nell’essere conservatore, mi rifaccio ad una frase di Salmo: “Dove cazzo vai se non sai da dove vieni”. Per me è esattamente così. Ma la mia musica è anche un voler portare il classico ad un livello di sonorità fresco. I sample di Kanye West mischiati a citazioni di Joe Cassano, gli Aphex Twin con le rime di Cano. Il giusto equilibrio e, senza nasconderlo, un esempio d’oltreoceano, al momento per me è proprio G-Eazy. Beautiful and Damned è uno degli album più belli mai ascoltati. Ed è rap.

come neve per lacqua

Scriviamo per emanazione del nostro vissuto, per l’esigenza di raccontare quello viviamo, e in particolar modo quello che soffriamo. Quanto conta il dolore nel processo creativo e come comincia, per te, la scrittura di un pezzo?

“La folle idea che il dolore sia quasi il mio comfort” per citare un maestro come Ghemon. Il mio disco è pieno di vissuto e quindi anche il dolore ma fortunatamente sono riuscito ad incanalare il sentimento in parole. Ogni pezzo parte da una e una sola parola che mi fa rivivere un momento. Poi, le altre vengono da sé. Anche in uno storytelling… una sola parola che evoca una circostanza, porta le altre.

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L’album mette in barre le pagine di una storia, dall’inizio alla fine. Un racconto che abbiamo sentito come necessario, ineluttabile, come la trasformazione dell’acqua al suo stadio successivo. Qual è il racconto che hai voluto offrire?

Essere veri oggi è diventato sinonimo di dover appartenere ad un disagio sociale. Non è così. La povertà, le pistole, i gangsta o il non poter fare la spesa, non sono le uniche difficoltà che suscitano un disagio. Ci sono mostri invisibili che arrivano in silenzio e quando te ne accorgi, sono già diventati grandi. Volevo offrire un racconto di vita, di sentimenti, di delicatezza, di amore e di lotta con se stessi. Dopotutto, parliamo di rhythm n poetry, dove in Italia di poetry ne vedo poca.

Perché fai musica?

Perché qualcuno della mia famiglia viva di diritti d’autore un domani. Perché voglio essere ricordato come un poeta. Una persona di cultura. Uno dalle punchline e dalle rime colte. Quanto ego, eh?

In cosa ritieni che il tuo rap possa distinguersi dal resto della scena?

Credo che non partire in una canzone con “sku sku” sia un buon inizio. Poi lascio ai posteri…

Nell’album hai dissato Dikele e Capo Plaza, perché?

Quando racconti tante volte una bugia, e la spacci per verità, alla fine ci crederai tu e ci crederanno gli altri. C’era una volta il rap…

Un nome di un artista italiano con cui collaboreresti e uno internazionale.

Italiani nessuno che in questo momento faccia rap, quindi evito di fare nomi. Internazionale J Cole, G-Eazy, Snoh Aalegra.

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