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Intervista

Zoda: “Non voglio che nessun altro mi ritragga al posto mio”

Zoda

Intimo, sincero e sperimentale. Autoritratto è il nuovo album di Zoda, al secolo Daniele Sodano, disponibile su tutte le piattaforme digitali a partire da oggi, venerdì 8 luglio. 

Con un titolo simile, il disco non poteva che recare il volto dell’artista in copertina. Non si tratta, tuttavia, di una foto convenzionale: due primi piani del rapper, uno frontale e l’altro di profilo, si incastrano l’uno dentro l’altro, dando quasi vita a un terzo volto. La scelta non è casuale, sintomo della dualità che genera terzità di cui è permeato l’intero album. Le 13 tracce tengono infatti assieme due anime differenti che formano un’unica identità, in tutto il suo essere umanamente complessa. La prima è oscura e corrisponde alla parte più introspettiva e ombrosa del disco; la seconda, invece, è brillante e fa riferimento ad un secondo atto, dall’atmosfera più distesa. Da un lato l’inferno. Dall’altro il paradiso, o perlomeno la sua speranza. 

Un album dunque che sembra essere un personale purgatorio, forse non come quello in cui si sentiva intrappolato Mac Miller all’inizio di Watching Movies With The Sound Off, ma che qualcosa in comune con la poetica del rapper di Pittsburgh dimostra di averla. Entrambi, infatti, ammettono con estrema lucidità le proprie debolezze, tra cui l’abuso di droghe, e affrontano con sincerità temi di cui non tutti hanno il coraggio di discutere, come ad esempio la depressione. 

Il risultato che ne viene fuori è un ritratto sincero di artista e persona che combaciano nel loro essere perfettamente imperfetti. Anzi, è proprio il caso di dire, un autoritratto che solo l’artista stesso, guardandosi dentro più che allo specchio, avrebbe potuto realizzare. E Autoritratto non sarebbe potuto essere più conforme al suo autore: genuino nei temi che tocca e libero nei suoni che esplora. Così come Zoda lo ha cantato e ce lo ha raccontato in quella che, più che un’intervista, sembra una confessione fatta tra amici.

Ciao Zoda e benvenuto su lacasadelrap.com! Solitamente il titolo di un disco è il suo biglietto da visita, ma in questo caso sembra presentare bene anche la tua attitudine artistica. Se infatti nell’autoritratto è il pittore stesso a ritrarsi, nella tua carriera ti sei spesso occupato da solo di tutti gli aspetti creativi e anche di promozione. Come mai questo approccio?

Inizialmente questa mia attitudine era un modo per sopravvivere, ora è diventata una sorta di abitudine che mi permette di entrare a pieno in contatto con me stesso. Sono una persona molto sensibile, una “persona-spugna”: ovunque mi trovo vengo come contaminato. Dato che può essere a volte un bene e altre un male, sto lavorando su questo da diverso tempo, anche attraverso un percorso di psicoterapia. A dire il vero, è più un cammino con una sorta di mental coach che mi ricorda costantemente che siamo in questa vita e già siamo fortunati per questo. Ricordarlo è per me essenziale. Sono una persona molto nichilista e questo percorso mi sta sta facendo vivere meglio.

Anche se mi personalmente piace stare da solo, il periodo di lockdown mi ha fatto molto soffrire. Quando decidi di stare da solo è un conto; quando te lo impongono, un altro. In relazione alla mia musica, invece, mi piace seguirne tutti gli aspetti, perché desidero che ciò che arrivi agli altri sia io al 100%. Non voglio che nessun altro mi ritragga al posto mio, per tornare al titolo del disco.

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Hai raccontato che prima di scrivere canzoni scrivevi poesie. L’aver scelto il rap come forma espressiva è stata una naturale conseguenza del suo legame con la musicalità della poesia o deriva, ancor prima, da una tua passione per il genere? 

La scrittura poetica è molto vicina a quella del rap che io personalmente considero come un “cantautorato messo in rima”, con un ritmo più serrato e un focus sulle rime. Il rap è stato senza dubbio la chiave comunicativa che mi son ritrovato ad usare con più naturalezza.

Da adolescente, ho iniziato a frequentare l’ambiente delle jam insieme ai miei amici e mi sono innamorato di tutte le arti dell’hip hop. Questo mi ha invogliato ancora di più a scrivere. Credo che il fatto di aver scelto il rap come forma comunicativa sia tanto legato all’essere cresciuto in quegli ambienti di provincia in cui era molto comune ritrovarsi a fare freestyle.

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L’esserti approcciato al rap, e ancor prima alla musica, dopo un percorso da YouTuber ha fatto spesso discutere. A distanza di diversi anni dai tuoi primi lavori cantati, senti che i pregiudizi che gravavano sulla tua musica siano spariti?

Io penso proprio di sì. Prima criticavano la mia scelta. Avevo un pubblico molto affezionato alla tipologia di video che realizzavo, nonostante fossi poco costante rispetto ad altri. Ero piccolo, ma riuscivo a trasmettere tanto. Quando ho cambiato modo di esprimermi sono stato molto criticato non solo dall’esterno, ma anche da chi prima mi sosteneva. Con il tempo ho notato però che le mie azioni siano state comprese. In particolare, mi son reso conto un si è verificato un cambio di giudizio quando sono iniziati ad arrivare i primi risultati. Spesso si viene presi per pazzi finché questo non avviene.

In un post che hai pubblicato su Instagram dopo l’uscita del primo singolo tratto dall’album hai scritto che non ti aspettassi così tanto supporto dopo così tanto silenzio, specie per un brano dal testo così tanto personale. Hai mai avuto timore che mostrare la tua interiorità ti avrebbe potuto portare a non essere capito?

Sicuramente sì. E penso sia qualcosa che sperimentiamo tutti, anche perché molto spesso cerchiamo una validazione da parte degli altri di quello che facciamo. Ho lavorato molto per superare questo pensiero, comprendendo quanto sia solo un errore della nostra percezione. Oggi mi sento molto più libero a livello creativo e, paradossalmente, mi sento molto più capito dalle persone che non mi conoscono. A volte questo mi scombussola, ma, a pensarci bene, è molto più facile aprirsi con uno sconosciuto, privo nei nostri riguardi di quei preconcetti che un legame come la conoscenza porta con sé.

In quasi tutto il disco tratti in modo personale di temi che dicono tanto del mondo in cui viviamo, tra cui la depressione. In questi anni, anche altri artisti come Marracash e Ghemon hanno affrontato lo stesso argomento nei loro album, contribuendo a renderlo meno un tabù. Credi che la musica possa davvero essere il veicolo giusto per sensibilizzare sull’importanza di prendersi cura della propria salute mentale?  

Credo fermamente che la musica sia uno dei pochi veicoli che possano prendersi cura e occuparsi di argomenti sensibili come la salute mentale, che non viene dopo quella fisica. Anche se al giorno d’oggi sembra ancora difficile poterne parlare, penso infatti che la musica offra tanti spiragli di luce. Basti pensare ad artisti come Mac Miller, Juice Wrld, XXXTentacion e Lil Peep che non hanno mai provato alcuna vergogna nell’affrontare certi argomenti e nell’esternare i loro dolori e pensieri. Sono dell’idea, quindi, che la musica possa aiutare a sensibilizzare su queste tematiche: pur non risolvendole, le rende visibili. 

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Zoda

Un altro tema che attraversa il disco è la dipendenza da droghe. “Io sono la causa di tutto il mio oblio” canti in Inferno. Questo ricorda la poetica di Mac Miller che non ha mai incolpato qualcun altro se non se stesso per il suo uso di stupefacenti, come riconosce in That’s On Me. Ancor prima, in God Speed rappava “mi serve una sveglia prima di non svegliarmi una mattina“, realizzando di dover cambiare rotta. Cos’è che, invece, ha fatto svegliare te?

Sicuramente la dipendenza dalle droghe è un argomento delicato. A me sta molto a cuore e vorrei se ne parlasse di più, anche per arginare la disinformazione. Molti ragazzi di oggi, tra l’altro, si ritrovano a vivere in contesti nocivi. A me è capitato spesso, soprattutto una volta aver lasciato la mia casa di provincia, in campagna. Gli stimoli erano tanti e alcune persone mi hanno trascinato in situazioni spiacevoli, fino all’abuso di certe sostanze. Dopo l’overdose ho avuto la fortuna di avere affianco le persone giuste che, in casi come questi, sono fondamentali e mi hanno aiutato a ritrovare la forza per svegliarmi. 

Ancora in Inferno canti “Le voci nella testa m’hanno tolto la ragione / però m’hanno scritto il disco”. Pensi che in generale l’arte sia sempre frutto di  sofferenza? O semplicemente che sia uno dei mezzi migliori per esorcizzarla? 

In Inferno parlo proprio di questo malessere che ci intrappola in alcuni periodi della nostra vita e dal quale sembra quasi che non ci si possa liberare. Tante volte sfogarsi è l’unica soluzione. Credo che reprimere questo stato d’animo non faccia altro che prolungare la sofferenza.

Al tempo stesso, è vero che ci si può anche sfogare in modi sbagliati, come con sostanze stupefacenti o stringendo legami con persone nocive in situazioni altrettanto tali. Penso che la sofferenza paradossalmente faccia nascere del buono se compresa, accolta e affrontata. In questo modo può nascere anche tanta arte. Lo stesso De André d’altronde cantava che “dal letame nascono i fior”. Certo, non sempre, ma se lo si vuole si può esorcizzare questo male.

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Zoda – Inferno (Official video)

Anni fa hai creato YOLOWN, un motto diventato movimento per spronare a resistere alle avversità della vita, godendone di ogni istante. Hai mai sentito il peso della responsabilità che porti come una sorta di modello per tanti altri ragazzi che hanno potuto avere le tue stesse difficoltà? 

All’inizio no, perché quando ci si fa carico delle situazioni, per un po’ si riesce a reggerle da soli. Dare vita a YOLOWN è stata una cosa istintiva: io mi rispecchiavo in alcune persone e loro si rispecchiavano in me. Avevamo in comune il fatto di non trovare aggregazione in niente, che fosse un contesto o una persona. Così è stato per me spontaneo pensare che sarebbe stato bello creare una sorta di movimento in cui riconoscersi e cercare di rivedersi.

Penso che tutti nasciamo soli e lungo la vita cerchiamo qualcuno che ci faccia sentire meno quello stato d’animo. Io l’ho trovato in YOLOWN. Con il tempo ho sviluppato una sorta di senso di responsabilità nei confronti delle persone che hanno abbracciato il movimento, ma poi ho capito che ognuno è effettivamente responsabile dei propri pensieri e di ciò in cui crede. Io faccio il mio e la percezione che hanno gli altri di me non mi compete. Può sembrare brutto dirlo in maniera così diretta, ma credo sia un discorso molto realista. Tra l’altro, io faccio questo per sentirmi libero, se dovessi sempre preoccuparmi di trovare le parole giuste non sarebbe più davvero così.

Oltre che nella musica, di recente ti sei raccontato anche in un libro,  La vita non è una favola. Come mai questa scelta? 

Durante la prima fase del lockdown mi son reso conto che costantemente quello che scrivevo era come se strabordasse dal foglio, andando ad occupare tutta la scrivania. Avevo tante cose da dire e in una canzone non sarei forse riuscito ad esprimerle adeguatamente. Così ho iniziato a scrivere una specie di mini autobiografia. La definisco tale perché, in fin dei conti, ho solo 26 anni e quello che ho scritto è principalmente un flusso di pensieri su come ho vissuto determinate cose e situazioni.

Se dovessi scegliere una sola frase o parte del libro che sveli di te quegli aspetti che non traspaiono dalle tue canzoni quale sarebbe? 

Senza dubbio il rapporto con l’assenza di mio padre e le situazioni che ne sono scaturite. Ritrovarmi in una grande città senza nessuna figura di supporto ha contribuito a farmi vivere una lunga parentesi di dipendenza dalle droghe. Poi, in generale, nel libro ci sono delle cose che avevano bisogno di un respiro più ampio rispetto a quello ristretto del tempo di una canzone di 2/3 min. In questo senso, il libro funziona anche da specchietto retrovisore al disco ed è pensato per tutte quelle persone che hanno voglia di saperne di più. Non ne ho ancora parlato, perché vorrei che venisse ascoltato prima il disco e non viceversa, in modo che il primo possa essere capito a pieno grazie al secondo.

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