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Intervista

Marcus J. Moore racconta l’America di Kendrick Lamar

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Dopo aver letto l’interessante libro del giornalista musicale afroamericano Moore Marcus J. dal titolo The Butterfly Effect. La storia di Kendrick Lamar e dell’America nera“, edito per Il Castello marchio Chinaski Edizioni abbiamo voluto fargli alcuni domande.

Il libro di Marcus J. Moore è la prima biografia culturale sul rapper di Compton. Non racconta solo l’ascesa di Kendrick Lamar, ma analizza in modo diretto e approfondito le dinamiche socio-culturali e politiche della società nord americana. Schiaccia play e, nel mentre della lettura, lascia scorrere in sottofondo i migliori brani di Kendrick Lamar.

Ciao Marcus! Grazie per averci concesso questa intervista. Le andrebbe di dire qualcosa su di lei e sul suo lavoro?

Grazie per avermi ospitato. Sono un’autore e un giornalista musicale di New York City che si occupa di jazz e di altre musiche sperimentali Nere per il New York Times, la NPR e altre testate. Inoltre, ristampo titoli hip-hop e jazz attraverso il club discografico Vinyl Me, Please e mi occupo di altri progetti scritti.

I miei pezzi sono apparsi anche su Pitchfork, Entertainment Weekly, TIME, The Atlantic, Billboard, MTV, SPIN, Rolling Stone e The Washington Post, solo per citarne alcuni. E di tanto in tanto ho ideato e condotto programmi radiofonici. Ora sto scrivendo il mio prossimo libro: una biografia personale e culturale del gruppo rap De La Soul.

Cosa ha rappresentato per lei scrivere una biografia su un rapper come Kendrick Lamar?

Ho ritenuto importante umanizzare Kendrick e allo stesso tempo celebrare il suo contributo alla cultura Nera.Troppo spesso il pubblico riconosce i grandi solo quando è troppo tardi. Quando è stato annunciato il mio libro, molti hanno pensato che fosse troppo presto per scrivere un libro su Kendrick.

Eppure quello che ho fatto non era diverso da quello che fece Amiri Baraka negli anni ’60 quando scrisse di artisti come Archie Shepp e Pharoah Sanders mentre erano ancora in ascesa. Anche se Kendrick sta ancora creando e crescendo non vedevo il motivo di aspettare per analizzare il suo percorso dall’infanzia a oggi. È già diventato un grande di tutti i tempi ed era giunto il momento di capire come ci è arrivato.

Kendrick lamar

Kendrick Lamar è un rapper molto riservato. Lui è cambiato molto, così come le persone che si rispecchiano nei suoi versi. Come è riuscito a ricostruire la sua evoluzione artistica?

Kendrick e io siamo molto simili, quindi scrivere di lui è stato essenzialmente scrivere di me stesso. L’ho vissuta come una terapia. Quando ho iniziato a riascoltare la sua musica e a rivedere le vecchie interviste, ho notato che stava emergendo una tendenza. Ecco un ragazzo che, nonostante la fama e ricchezza, soffriva del “senso di colpa del sopravvissuto” e di depressione a causa delle risorse limitate di cui disponeva durante la sua crescita.

Era un bravo ragazzo che voleva fare del bene anche in una “città pazza” come Compton. Ho capito che non avevo bisogno di parlare con Kendrick, perché la sua vita era stata lì fuori, nascosta in bella vista per tutto questo tempo.

Come ho potuto leggere, il libro ha avuto un processo di creazione lungo e intenso. Quali parti o aspetti l’hanno appassionata di più?

Più di ogni altra cosa, volevo raccontare una storia di successo Nero in un momento in cui ne avevamo più bisogno. Nell’industria editoriale si possono leggere diverse storie di sucesso di persone bianche nella cultura pop senza che le loro intenzioni vengano messe in discussione. I/ le creator Neri/ Nere come Kendrick meritano lo stesso trattamento.

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Volevo collegare la musica alla cultura e all’esistenza quotidiana. Volevo che i lettori occasionali sapessero che non si ottengono album classici come Good Kid, M.A.A.d. City e To Pimp a Butterfly senza le sfide che Kendrick ha affrontato e che tutti/e/ə noi abbiamo affrontato.

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Sono rimasta particolarmente colpita dall’immersione diretta e accurata nelle dinamiche sociopolitiche dell’America: si parla di supremazia bianca, di abuso di forza da parte della polizia e di razzismo. Se dovesse scegliere tre canzoni di Lamar che trattano di questi temi, quali sceglierebbe e perché?

Sceglierei “The Blacker The Berry”, “Alright” e “Hood Politics”, brani tutti tratti da To Pimp a Butterfly. Non è una sorpresa che questi pezzi siano tratti tutti dallo stesso album, quello che, fra tutti, affronta direttamente il razzismo e l’oppressione in America. Per me, queste canzoni affrontano gli argomenti in modo più diretto e non lasciano spazio a fraintendimenti per quanto sono immediati e trasparenti.

Quando si affrontano questi argomenti, è importante essere il più diretti possibile. L’oppressore sosterrà sempre che “loro non sapevano” o che “hanno molto da imparare” quando si presentano situazioni di tensione. Attraverso questi brani, Kendrick afferma che il tempo dell’apprendimento è finito.

Il libro si conclude con i toni preoccupati per l’elezione di Trump alla Casa Bianca. Oggi che l’America è attraversata da grandi contrasti, come quelli realitivi al rovesciamento del diritto all’aborto, quali aggettivi userebbe per descrivere la situazione americana?

Problematico e inquieto sono le parole che mi vengono in mente. Sebbene l’America abbia certamente i suoi punti luminosi, non posso fare a meno di avvertire un senso di cupezza e di apprensione ad ogni settimana e del mese che passa.

Sembra che quasi ogni giorno ci sia un nuovo titolo di cui preoccuparsi. Tutto ciò che si può fare è proteggere il proprio spazio di pace e partire da lì. Siate attivi/e/ə, sì, ma c’è un certo tipo di stanchezza che si manifesta per le minoranze. In definitiva, dobbiamo lottare per noi stessi/ stesse perché le altre persone probabilmente non lotteranno per noi.

Kendrick Lamar

Secondo lei, signor Moore Marcus, perché quando si tratta di cause sociali e politiche, idealizziamo facilmente gli artisti/ le artiste?

Perché, se fatto bene, dicono le cose che abbiamo paura di dire, nel modo più chiaro possibile. Illuminano la strada affinché le altre persone possano essere altrettanto impavide. La musica è il linguaggio universale; abbiamo un legame naturale con chi trasmette l’arte.

In generale, quali canzoni hanno plasmato la sua visione personale di giornalista afroamericano?

Devo dire che “Living For The City” di Stevie Wonder è proprio lì per me. Ha un impatto hip-hop che precede l’ascesa della cultura e del genere. Inoltre, ammiro l’audacia con cui ha inserito un’intera scenetta nel mezzo del brano. Non sono sicuro che che nessuno l’avesse fatto fino a quel momento! Artisti non neri? Devo dire “Daniel” di Elton John.

Non si tratta di una canzone spettacolare, ma ho ammirato a lungo la narrazione, la poesia del testo e lo strazio con cui l’artista l’ha interpretata. È una storia di un nuovo inizio, facendo i conti con lo smarrimento. Questi brani mi hanno mi hanno aiutato a rafforzare il mio arco narrativo come scrittore.

Signor Moore, ha in programma altri libri con un taglio simile a questo dedicato a Kendrick Lamar?

Non avrà lo stesso taglio politico, ma il mio prossimo libro è una biografia culturale/giornalistica sulla creazione, l’ascesa e l’eredità dello storico trio rap De La Soul. Si intitola “High and Rising” e, per ora, sarà pubblicato da Dey Street, un marchio di HarperCollins.

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Grazie per aver trovato il tempo di rispondere alle mie domande. Arrivederci !

ENGLISH VERSION

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Good morning, Moore Marcus J. Thank you for this interview to our magazine “Lacasadelrap.com“. It is a great honour for me to be able to ask you a few questions about your new Kendrick Lamar’s biography.

Before talking about your book, can you tell us something biographical about yourself and your work?

Peace. Thank you for having me. I am a New York City-based author and music journalist covering jazz and other Black experimental music for The New York Times, NPR, and other outlets. I also reissue hip-hop and jazz titles through the record club Vinyl Me, Please while doing other writing and curation on the side.

My writing has also appeared in Pitchfork, Entertainment Weekly, TIME, The Atlantic, Billboard, MTV, SPIN, Rolling Stone, and The Washington Post to name a few, and I’ve been known to conceptualize and host radio shows from time to time. I am now writing my next book, a personal take / cultural biography of rap group De La Soul.

What did it mean for you to write a biography about a rapper like Kendrick Lamar?

I felt it was important to humanize Kendrick while also celebrating his contribution to Black culture. Far too often, the public doesn’t acknowledge the greats until it’s too late. When my book was announced, there was a small segment of naysayers who thought it was too soon to write a biography of Kendrick.

Yet what I did was no different than what Amiri Baraka did in the 1960s, when he wrote about artists like Archie Shepp and Pharoah Sanders as they were still ascending. Though Kendrick is still creating and growing, I didn’t see the point in waiting to break down his run from his childhood to now. He’s already become an all-time great and it was time to analyze how he got there.

Kendrick Lamar is a very reserved person. How did you manage to reconstruct the evolution of his artistic job?

Kendrick and I are very much alike, so writing about him was essentially writing about myself. So I saw it as therapy. Once I started re-listening to his music and re-watching old interviews from his past, I noticed a trend emerging. Here’s a guy who, despite fame and wealth, was suffering from survivor’s guilt, depression and a scarcity mindset due to limited resources growing up. He was a good kid who wanted to do right, even in a “mad city” like Compton. I realized I didn’t need to speak with Kendrick because his life has been out there hiding in plain sight this entire time.

Reading your book I noticed it must have take a long and intense process to develop andcreate this book. Which aspects were you most passionate about, Mr Moore?

More than anything, I wanted to tell a story of Black prosperity at a time when we needed it most. Across the publishing industry, one can read several stories about white prosperity in pop culture and not have their intentions questioned.

Black creators like Kendrick deserve the same literary treatment. I wanted to connect music to everyday culture and daily existence. I wanted casual readers to know that you don’t get classic albums like good kid, m.A.A.d. city and To Pimp a Butterfly without the challenges he endured, that all of us endured.

Moore Marcus J autor Kendrick Lamar biografy
Marcus J. Moore

I was particularly impressed by the direct and accurate immersion in the social and political dynamics of America. I appreciated much more the straightforward discussion about white supremacy, police abuse of force and structural and everyday racism. Can you choose three songs by Lamar that deal with these issues? Which would you choose and why?

I would choose “The Blacker The Berry,” “Alright” and “Hood Politics,” all from To Pimp a Butterfly. It’s no surprise that these selections all came from the same album, the one that dealt directly with systemic racism and oppression in America. To me, these songs deal with the subjects most directly, and drops some of the veneer for a straightforward conversation about race.

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When dealing with these topics, it’s important to be as direct as possible. The oppressor will always claim “they didn’t know” or that “they have a lot to learn” when tense situations arise. Through these tracks, Kendrick asserts that the time for learning is over.

The book ends with Trump’s election to the White House and has very dark and worrying overtones. Today, America faces such controversies for example the recent overturn in abortion rights. What adjectives would you use to describe the American situation nowadays?

Troublesome and uneasy are the words coming up for me. While America certainly has its bright spots, I can’t help but feel a sense of gloom and apprehension with each passing week and month. There seems to be a new headline to worry about almost daily, and all you can do is to protect your little pocket of peace and go from there. Be active, yes, but there’s indeed a certain kind of exhaustion that arises for minorities here. Ultimately, we have to fight for ourselves because others likely won’t fight for us.

Why do you think that when it comes to social and political causes we easily idealise artists?

Because, when done right, they say the things we’re afraid to say, in the clearest way possible. They light the way for others to be just as fearless. Music is the universal language; we have a natural connection to the conveyors of said art.

In general, which songs by African-American and non-African-American artists have shaped your personal outlook as an African-American journalist?

I’d have to say Stevie Wonder’s “Living For The City” is right up there for me. It’s got this hip-hop knock that predates the rise of the culture and genre. Also, I admire the fearlessness he had to place a whole skit in the middle of the track. I’m not sure anyone had done that to that point! Non-Black artists? I’d have to say “Daniel” by Elton John.

It’s not a barnburner of a song, but I’ve long admired the storytelling — the poetry in the lyrics and the heartbreak with which he delivered the song. It’s a story of starting anew and coming to grips with displacement. These tracks have helped me strengthen my own narrative arc as a writer.

Mr Moore, do you have any other books planned for the future?

This won’t have the same political slant, but my next book is a cultural biography / journalistic take on the creation, rise and legacy of historic rap trio De La Soul. It’s called “High and Rising,” and, as of now, will be published by Dey Street, an imprint of HarperCollins.

Thank you for taking the time to answer my questions. Goodbye

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