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Recensione

Vale Pain, intimità e dolore nel disco Pain

Pain

Te Quiero, uscito in estate su una produzione di NKO, aveva anticipato novità esplosive per Vale Pain, seguito poi a Settembre da Senza Emotions insieme ad Anna, che aveva in qualche modo segnato un cambio di rotta nel mood tipico dell’artista.

Vale Pain, italo-peruviano della classe 2002 originario di Milano e tra i fondatori di RM4E, inizia a muovere i primi passi nel 2018 e a farsi notare seriamente, anche in Uk, nel 2020 con il singolo di platino Louboutin feat Rondo da Sosa.

Rappresentante della trap music, stile che sta subendo sempre di più critiche in Italia, Vale Pain porta a casa un contratto discografico con la Atlantic/Warner Music Italy per la pubblicazione del suo primo vero progetto ufficiale come solista. Il disco prende il titolo di Pain.

Vale Pain Pain cover
Copertina Ufficiale di Pain

Testi

Nel disco sono presenti cenni e riferimenti ai tipici temi della trap italiana di oggi. Non mancano infatti riferimenti alla vita di strada “Per un fra sparo senza esitare troppo”, alla criminalità, alla droga e alla povertà. Vale Pain non ha peli sulla lingua e propone i suoi testi con un linguaggio diretto e senza troppi giri di parole. Pain mostra, oltre al consueto atteggiamento da trapper dedito ai soldi e alle donne, anche aspetti più intimi di se stesso.

La morte del padre, la voglia di rivalsa nei confronti della povertà, il desiderio di vedere la madre felice sono solo alcuni dei momenti di forte intimità di questo giovane ragazzo. Vale Pain mostra anche il lato rassegnato di se stesso (“Ho piu scarpe che amici”/ “Tutto il grano che faccio non mi fa sentire meglio”) andando a toccare temi che riguardano l‘esistenzialismo, il voler andare via, la depressione, i farmaci.

Nei testi di Pain c’è una forte componente personale e un sub-strato di angoscia, dolore e tristezza tipico dei giovani di oggi. Vale Pain ha saputo equilibrare molto bene l’aggressività, la rabbia e la “fotta” giovanile da trapper ad argomenti che, in realtà, interessano tutti i giovani di oggi, indipendentemente dal ceto sociale e dalla storia personale. Lo ha fatto rimanendo se stesso, ma maturando dal punto di vista tecnico e lirico.

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Strumentali e stile

I suoni sono caratterizzati da casse profonde, sintetizzatori, beat lineari, ripetitivi e a tratti ipnotici, tipici della drill e della trap. Vale Pain è riconoscibile per l’astuzia con cui crea i suoi ritornelli (impossibile non imprimerli in testa!) e la sua linea vocale melodica, cantata con auto-tune. Pain si presenta, per l’appunto, come disco trap/drill, sfoggiando uno stile diretto e atmosfere cupe. Ho trovato molto interessante la stesura dei tappeti sonori, che valorizzano la voce e lo stile dell’artista rendendo questo disco più orecchiabile e adatto a un pubblico di massa. Fra i produttori del disco troviamo nomi come Nko, Young Miles, 2nd Roof, ShoBeatz e Midas, Manny Troublez, Ninety8 x John Luther e il contributo del chitarrista Loxold.

Outcome e considerazioni personali

Quando si recensisce un disco, bisognerebbe distaccarsi dai preconcetti e dai luoghi comuni che appartengono a quel determinato stile, genere o artista. Quando mi è stato chiesto di occuparmi di Pain ero scettica. Non sono un amante della trap e della drill, non quella che sta prendendo piede oggi in Italia.

Pain è un prodotto rilasciato da una major e che ha tutte le carte in regola per funzionare e piacere. I pezzi sono trap e “pop-ular”. Sono quello che i ragazzi di oggi vogliono da usare nelle storie di Instagram e di TikTok, ma anche da ascoltare in radio o al club. Pain è un’evasione musicale. Diretta, semplice, immediata. Ha un suono pulito ed entra nella testa. Piace perché oggi piace questo.

Nel disco ci sono i momenti cupi, c’è Vale Pain che parla di “sparare per un fratello senza esitazione”, c’è il suo essere un latin lover con le donne, ma c’è anche tanta intimità. Sicuramente è un disco che merita di avere una chance, anche da chi parte prevenuto come ho fatto io e da chi si sta approcciando all’Urban 2.0 per la prima volta.

Chi mi conosce si sta chiedendo, probabilmente come è successo quando ho recensito thasup, se credo che questo prodotto debba essere considerato hip hop o no e se meriti di essere preso in considerazione da un magazine che parla di rap. Ho pensato molto se aggiungere questo pensiero all’interno di questo articolo e sono arrivata alla conclusione che una spiegazione forse devo darla.

Partendo dalla seconda domanda rispondo: assolutamente si. La trap è innegabilmente un sotto-genere del rap e un sito che tratta rap e Urban deve dare spazio a un prodotto come questo. Che poi un artista sia hip hop o no, non credo abbia rilevanza quando si recensisce un disco. Posso commentare il fatto che determinati atteggiamenti li approvo o meno, che la violenza (anche solo accennata nei testi) non fa parte del mio modo di vedere la vita o di come io vivo e interpreto nel mio intimo la cultura Hip Hop. Posso anche parlare di che sonorità o tematiche preferisco. Ma non posso arrogarmi il diritto di decidere cosa un artista, in questo caso Vale Pain, senta nel suo intimo.

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C’è la libertà di espressione e la libertà artistica. Allo stesso modo c’è la libertà di sentirsi parte di qualcosa o no. Non do un voto alla sua attitudine.
Do un voto al suo prodotto. Sicuramente, per il momento, un 7/10.

Tracklist di Pain

1. Pain
2. I miei panni
3. Penso
4. Codeina e hash
5. Michael Jackson
6. X
7. Till I Die
8. 3D
9. Orfanelli
10. Serie A

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