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Intervista

Tormento: dai (nuovi) Sottotono a “It’s The Joint!”. L’intervista

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Tra risate, aneddoti, amicizie comuni e riflessioni sulla nostra società abbiamo ripercorso tanto della storia di Tormento. La sua carriera si articola tra alti e bassi, tra mainstream ed underground. Recentemente ha anche pubblicato il suo libro per Baldini+Castoldi Editore – “Rapcilopedia. La mia storia” – in cui racconta i passaggi della sua vita all’interno del rapgame.

A questo si aggiunge uno straordinario evento che Torme seguirà nella giornata di domani (8 dicembre 2022): It’s The Joint! Come racconta il frontman dei Sottotono, questo evento vuole permettere a chiunque sarà presente di vivere l’essenza della cultura di strada: performer, rapper e musicisti daranno vita ad uno spettacolo unico nel suo genere. Prima di proseguire metti in play Originali, l’album che segna il definitivo ritorno del duo musicale più irriverente di sempre: Tormento e Fish, ovvero Sottotono.

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Tormento ha vissuto tante vite (mainstream, underground, Sottotono, Area Cronica). Ora che hai una maggiore consapevolezza come vivi il rap game? Musicalmente c’è ancora l’ansia di non riuscire a superare i propri limiti?

Di base vedi quei limiti lì per inesperienza, e finisci per suddividire la musica in queste categorie (mainstream, underground etc): sembra che una escluda l’altra, ma poi ti accorgi che alla fine si tratta di musica. Io sono abbastanza poliedrico, nel senso che ormai mi piacciono anche altri generi che prima erano visti un po’ come il diavolo da noi dell’hip hop.

Anche esperienze per assurdo come il MAMACITA – ho fatto per tre anni vivendo a contatto con dominicani – ti permettono di capire che comunque Daddy Yankee e altri hanno fatto proprio quello che abbiamo fatto noi. Proponevano le Jam dove facevano Raggauffin, c’era chi rappava e tanto altro.

Scopri che veramente si tratta solo del luogo che finisce per stabilire il genere musicale in cui nasci, però in realtà poi si tratta sempre di musica: la passione che ti muove è sempre la stessa. Con “Rapciclopedia” era un po’ questo quello che volevo far arrivare. Far vedere che in realtà questa cosa qui la puoi riportare ovunque, nella fotografia, nello skate e in ogni cosa. Coltivare una passione accomuna un po’ tutti e restringere tutto questo a solo generi musicali è limitante (ride, ndr).

Tormento
Tormento

Mi piacerebbe che la gente comune, che non ha proprio la passione per la musica, ne capisse il potere curativo. Perché poi lo fai inconsciamente di mettere una canzone e ti fa stare subito bene.

Vorrei che la musica fosse vissuta un po’ meno come il sottofondo che troviamo nel supermercato o in radio quando entriamo in macchina e un po’ più come una cosa sacra – perché questo è quello che è, questo è quello che succedeva nelle varie tribù quando dovevano rimettersi a posto spiritualmente e facevano festa. I concerti rappresentano proprio questa dimensione qui.

E poi devo dire la musica secondo me è proprio nella camera di un ragazzo che si mette a fare musica, non tanto nella ricerca del successo. È chiaro che è bello ricercare un grosso pubblico: capisco che da piccoli sia una cosa che attiri tantissimo.

Avendolo vissuto ho voluto proprio raccontare quali sono le vere difficoltà di avere a che fare con un’industria musicale che è basata sulla vendita della musica e non su tutto quello che c’è dietro. Ecco perché secondo me la musica resta nel momento creativo: se poi hai successo ben venga.

Tormento
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Ti propongo una parola: empatia. Una parola che ha segnato il percorso artistico di Tormento. Sei sempre riuscito attraverso la musica e i tuoi testi a dare voce alle persone. Che ruolo gioca questo sentimento nella dimensione dei live e in generale nella tua carriera da artista?

Io fin da piccolo sono sempre stato uno che ha ascoltato molto gli altri, avendo poi avuto successo da giovane quando incontro una persona per strada mi conoscono tutti molto bene.

Cerco sempre di pormi già come se fossimo amici, come se ci conosciamo da tanto tempo anche se poi in realtà non è così. La musica avvicina così tanto che secondo me quando una persona ti segue ed apprezza quello che fai è perché vibriamo sulle stesse frequenze.

Ho sempre ricercato questa cosa anche perché l’hip hop era molto ristretto all’inizio. Ci tenevo ad allargare un po’ quei confini. E proprio lì che parte l’empatia, perché sei alla ricerca di persone che magari la pensano diversamente da te, ma cerchi sempre e comunque un punto di incontro.

Dal vivo invece la cosa che cerco anche di spiegare e insegnare ai ragazzi più giovani è che comunque per riproporre (durante un live, ndr) il sentimento di una canzone del momento in cui l’hai scritta è necessario studio e preparazione.

Puoi anche basarlo solo sull’intuito: molti dei nostri sono degli sfascioni (ride,ndr) che non si preparano tanto e la prendono un po’ così. Ma quello studio sulla respirazione e sul sapersi immergere nelle proprie emozioni è una cosa che poi dal vivo ti aiuta a riproporre esattamente il mood in cui le hai scritte.

Tormento
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Questa è anche una cosa che poi giornalmente ti pone nei confronti delle altre persone in un altro modo. Inizi a conoscerti un po’ meglio. In più, visto che siamo spinti sempre verso la frustrazione e la rabbia – la società in cui viviamo è questo, lo sappiamo – bisognerebbe imparare ogni giorno a coltivare le varie emozioni che le canzoni ci tirano fuori. Bisognerebbe farle nostre, andarle a scoprire, assaporarle attraverso anche i ricordi di quello che abbiamo già vissuto.

Secondo me questa cosa ci aiuta a vivere meglio. Però è un rapporto con se stessi. Il mio lavoro mi porta ad avere per forza empatia, però vedo che in generale ci si lascia trascinare dagli eventi. È facile cadere nella disperazione dei tempi in cui viviamo.

A proposito di live.. Segui il progetto “It’s The Joint!”. Ti va di raccontarci come sarà impostato? Ci sarà solo rap o spazio anche per le altre discipline dell’hip hop?

Questo evento rappresenta un po’ il cuore sia dell’hip hop che del fare musica. Solo nel momento in cui unisci diverse energie trovi il senso di questa cultura.

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A me è piaciuto fare degli album da solista in cui mi son fatto tutto da solo, dalle basi a tutto il resto; ho provato a chiudere un progetto interamente da solo.

Però mi sono reso conto che comunque le energie sono limitate. Nel momento in cui metti più artisti insieme, l’energia cresce esponenzialmente. Da alcuni studi si è visto addirittura che quando un gruppo suona tutti hanno lo stesso battito cardiaco, quindi sentono di avere una sintonia speciale.

8 DICEMBRE BANNER
It’s The Joint! (Banner dell’ evento)

It’s The Joint!” è proprio questo. Son contentissimo che Danno mi abbia coinvolto: ci sono dei musicisti pazzeschi che io ho sentito performare con artisti internazionali come Skyzoo – quindi personaggi della underground che sono dei super-rapper che apprezzano a musica cruda.It’s The Joint!” è incontro: tutta la cultura di strada è racchiusa la dentro.

È davvero un bell’evento a cui partecipare, perché in Italia purtroppo ce ne sono pochi di situazioni così – e ce ne vorrebbero di più. Dall’altro lato c’è questa unione che crea una connessione tale per cui anche chi si è preparato il live rimane stupito di fronte a quello che succede dal vivo.

I ragazzi di oggi hanno questa passione viscerale per la cultura o è una cosa che cresce col tempo?

La società di oggi ti spinge più verso il fare i soldi e quindi quella roba lì purtroppo poi esclude tutto il resto. Purtroppo i soldi sono ciò che finisce per creare problemi anche all’interno dei gruppi e delle situazioni. Questo perché in realtà portano frustrazione nel non vedere ripagato tutto l’impegno che ci metti. Sembra che il soldo sia l’unico vero riconoscimento.

Proprio di questo parlavo con Big Joe e Luis Dee, che hanno fatto questo disco bellissimo (si riferisce e Sangò, ndr): il valore di quello che hanno fatto purtroppo non si può stabilire in soldi ed è molto difficile che tu davvero riceva economicamente quello che meriti.

Quello che fanno loro in una città come Palermo è importantissimo. Ma chiunque dei rapper lo fa nella sua città dove non c’è niente: il solo raccontare quel “niente”, in cui tutti un po’ si ritrovano, ha un valore che purtroppo la società di oggi non riconosce.

Chi è più giovane, e anche io da piccolo, vede nel successo la più grande aspirazione. Quando poi la vivi o ti rapporti a un nome come Sfera Ebbasta ti rendi conto che hai un milione di casini e di problemi da risolvere tutti i giorni. Insomma non è una vita semplice da gestire, e davvero bisogna avere rispetto per questi artisti perché comunque gestiscono sono situazioni complicatissime.

Tormento
Tormento

Mi dispiace che i ragazzi di oggi magari partono con quell’intento (di raggiungere il successo, ndr) mentre poi, come hai detto tu, la vera ricchezza è riuscire ad unire varie cose. Iniziare a disegnare, iniziare a ballare, anche se non lo fai a livello da Pro, è comunque sempre un esprimere un tuo sfogo creativo. Che tu abbia successo o no, quella cosa li ti salva l’esistenza perché sennò la rabbia e la frustrazione del nulla in cui ti trovi immerso può sommergerti e ingurgitarti.

Esprimere se stessi è quella ricerca di cui parlavamo prima: andare ad assaporare le emozioni che abbiamo dentro, e poi andarle a raccontare può veramente far del bene anche agli altri.

Tormento
Tormento

Domanda da un milione di dollari: sei felice di quello che sei e dei risultati raggiunti? O c’è qualche rimorso?

In realtà quello che dico a tutti è che non lo sarei mai (ride, ndr). Ogni volta che si arriva a uno step, quello step l’hai già superato e stai già pensando a quello che verrà dopo, guardando troppo avanti. Ed è proprio questo guardare troppo avanti che ci crea sofferenza.

Perché in realtà i soldi aiutano a vivere meglio sicuramente, però ti portano davvero a quella tristezza nel non realizzarli. La felicità in realtà è una ricerca giornaliera. Nel momento in cui mi trovo adesso, per esempio, vorrei avere un tour di 30 date con la band al completo e so che purtroppo è impossibile, e questo mi crea un sacco di sofferenza.

I costi sono tanti ed è sempre più difficile organizzare una cosa del genere se non hai un grosso successo.

Tormento
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In qualsiasi posizione ti trovi la frustrazione è davvero dietro l’angolo. Invece la ricerca delle piccole cose – ad esempio mio figlio, mettere su famiglia – è stata una grande salvezza. Toglie tanto tempo alla musica: io non riesco più a essere produttivo e a fare un disco all’anno come facevo prima. Però questa cosa ti salva la vita. Inseguire sempre i propri sogni va bene, però è bello anche godersi le persone che si hanno vicino.

Anche con gli amici è difficile creare un rapporto: son sempre pochi gli amici veri che hai vicino; e invece il mondo dell’hip hop dovrebbe essere quasi una tribù che si vuole bene, come una città, un quartiere che si unisce per sostenersi a vicenda.

Siamo veramente lontani da una realtà del genere ma perché ognuno, nel singolo, è sempre troppo proiettato verso quello che vorrebbe invece di godersi davvero quello che ha. La felicità come ti dicevo è una ricerca giornaliera: nel momento in cui sei triste o arrabbiato dovresti prima sciogliere quel rancore e dall’altro lato coltivare dei sentimenti più belli.

La vita di tutti i giorni ti porta a vivere sempre di rabbia e frustrazione.

Tormento
Tormento

Scrivere un libro significa mettersi a nudo, ancor più di quanto faccia una canzone. Se scrivere una canzone fotografa un singolo sentimento, un libro significa guardarsi allo specchio. Cosa significa per te aver scritto questo libro a livello umano?

Bravo, perché il centro era proprio questo: voler trasmettere che al di là del successo che hai, devi veramente ricercare un benessere tuo, giornaliero. Era quello che volevo far arrivare.

Va bene coltivare una passione, ma in realtà ci lasciamo coinvolgere così tanto, che quella così ti porta solamente un sacco di rabbia nel non vedere ripagati tutti gli sforzi che fai.

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E quindi la cosa centrale che volevo raccontare era quella, perché secondo me la raggiungi veramente quando a 45 anni ti sei tolto un po’ di sfizi ma hai anche la visione di come funziona questo gioco. Raggiungi un punto di vista diverso sulle cose.

Tormento rapciclopedia

Tra l’altro non pensavo, ma scrivere questo libro è stata una grandissima terapia: molti passaggi che all’inizio sono un po’ più inca***ti, leggendoli poi, li avrei scritti in maniera molto più pacata rispetto a come ho fatto. Abbiamo deciso di lasciarli così perché mi sono reso conto che è stato una percorso anche quello.

Ho scoperto attraverso il libro che è importantissimo tenere un diario che ci permetta di rivedere momenti del passato, di riviverli, di metterli a posto e lasciarli andare. Alla fine sei un’altra persona. Quindi vuol dire che quelle cose ce le abbiamo tutte dentro e ce le portiamo nella vita quotidiana: sono un bagaglio insopportabile.

La vita l’ha vissuta con una leggerezza estrema e anche le cose non vanno come dovrebbero ora mi dico “doveva andare così”; le lasci andare. È inutile rovinarsi il presente per il passato che abbiamo avuto.

Prima dicevamo che Tormento è stato anche attore: hai mai pensato ad una trasposizione filmica di “Rapciclopedia”?

Sarebbe un sogno! Quella è un’altra frustrazione (ride,ndr). Non per altro, ma il libro è un linguaggio che purtroppo arriva a pochi – io leggo tantissimo, ma siamo davvero in pochi a farlo. Mentre quello del cinema sarebbe un modo per far arrivare il messaggio a più di persone: adesso ci siamo mossi su un podcast e non vedo l’ora che esca.

Fa vedere come il libro racconti dei momenti degli anni ‘90 che sono molto simili a quelli che stiamo vivendo oggi. Quindi vuol dire che ci sono delle cose che continuano a ripetersi e restano uguali. La violenza del gangsta rap che amavamo tanto negli anni ‘90 è la stessa che i ragazzi amano nella drill. Sarebbe bello anche una serie TV.

Tormento
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Nel libro racconti anche della morte di 2Pac, hai vissuto da local quell’esperienza: cosa ti è rimasto di quel giorno?

In realtà in qualsiasi luogo ti trovi, se quello è il tuo modo di essere, sei talmente vicino ad altre persone che magari non le senti fisicamente, però è veramente un sentimento comune che ci avvicina tutti quanti.

È quello il bello dell’hip hop: siamo tutti “brothers” anche quando non ci conosciamo, ma perché viviamo le cose “da vicini” più di quanto pensiamo, nonostante siamo lontani fisicamente.

Essere lì mi ha dato più che altro sicurezza nel tempo: è stato uno di quei passaggi per cui ho capito che era davvero questa la strada che dovevo seguire. Anche nel momento in cui volevo lasciare la musica perché ero troppo arrabbiato, sono stati proprio questi momenti – quello della morte di Pac e il fatto che fossi lì – che mi hanno fatto capire che non avevo sbagliato tutto nella vita, come invece la vita ti porta a credere in tantissimi momenti.

Viverlo da li è stato un po’ contrastante perché loro erano molto divisi, proprio come lo eravamo in Italia. Sentivo molte parole di odio date un po’ dall’invidia da parte di parecchi rapper locali verso un artista così grosso e famoso.

Per chi invece amava Pac quel momento è stato una tragedia. Ma allo stesso modo la morte di Biggie, anche se non mi ha toccato come quella di 2Pac. Vedere che un genere arrivava (si riferisce al gangsta rap, ndr) quasi al termine a causa della morte di artisti di quel calibro, è stata una cosa che ha fatto sentire il suo riverbero fortissimo anche a distanza di anni.

sandman Copertina 2 pac notorius

In onore di questo piacevole amarcord, parliamo un po’ di Antonio Mantelli. La storia di come sia nato lasciamo che i lettori la scoprano attraverso il libro. Cosa diresti a quel ragazzo di poco più di vent’anni vestito Versace?

Mamma mia! Guarda, non mi crederebbe. Se gli dicessi tutto quello che vorrei dirgli sicuramente non mi crederebbe. Da sempre ci ripetono che i soldi non sono tutto, che il successo non è tutto, invece in quel periodo per me era un’ambizione enorme diventare famoso. Perché sei un ragazzo di provincia: ti senti veramente escluso dal mondo!

Ma anche ai ragazzi di Palermo (si riferisce a Luis Dee e Big Joe, ndr) era proprio questo quello che gli dicevo. Quello che dite voi, lo dicono in tutte le città d’Italia, tutti i ragazzi che fanno questa cosa. Anche per chi sta a Milano sembra che tutto intorno succeda e che lui sia escluso. È veramente una cosa personale.

Questo perché in soldi non ci ritorna il valore di quello che diamo, perché la società non è costruita per noi artisti. Per lo meno fateci star bene così da poter fare la nostra arte senza dover arrivare a fatica a fine mese tra bollette e tutte cose. In realtà è che purtroppo alla musica non è riconosciuto il valore che merita. Per tornare ad Antonio Mantelli, quello che gli direi è semplicemente una cosa: non hai idea di che cosa ti aspetta (ride, ndr)!

sottotono antonio mantelli

Quando penso ha Tormento c’è anche un’altra parola che rimbomba nella mia testa: diversità. A distanza di vent’anni avverti il perso del nome “Tormento”, di essere ancora l’eccezione e di essere un “ORIGINALE”?

Mi piacerebbe svegliarmi la mattina e dire “C**o, quanto sei figo!”, “Cosa hai fatto nella vita!” , invece mi risveglio con tutt’altri pensieri: penso “Cosa devo combinare?”, “Qual è il prossimo step?”. Un po’ però questo mi alleggerisce perché molto spesso incontro le persone che mi dicono delle cose davvero importantissime e bellissime; ne prendo solo il lato più bello e rispondo a tutti che (con i Sottotono e Area Cronica, ndr) abbiamo vissuto un percorso tutti assieme e ognuno ha raccontato la sua prospettiva.

Anche perché poi quando viene meno un pezzo, come è stato con Primo, ti accorgi che ognuno di noi è veramente un singolo elemento di un puzzle importantissimo, ma più grande del singolo. Ti rendi conto che fosse underground, mainstream o anche solo un musicista comunque faceva parte di una cosa di cui si sente la mancanza quando non c’è. Io la vivo più in questo modo.

Tormento
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Il fatto di essere diverso è piuttosto semplice: ho sempre cercato di rompere le regole! Quando ero tra gli alternativi cercavo di rompere le regole degli alternativi, quando eravamo nel mainstream con Fish e i Sottotono abbiamo cercato di rompere le regole del pop italiano.

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Più passano gli anni e più ti accorgi che siamo tutti diversi, ma in verità siamo tutti identici. Ognuno ha il suo carattere e le sue particolarità, ma si tratta di mettere solo “i puntini sulle i” su ognuno di noi.

Credo che dovremmo soffermarci nel cercare dei punti di incontro con tutti, con le altre culture, soprattutto in un Paese come l’Italia che è troppo chiuso. In verità tutti i Paesi occidentali sono così – “mi tengo quello che è mio e non voglio condividerlo”- ma la nostra ricchezza è data da quello che abbiamo preso in giro come super potenze colonialiste, e sarebbe bello anche ricambiare di tanto in tanto.

Tormento
Tormento

Sottotono, Tormento, Area Cronica. Sei stato praticamente l’anima pulsante dell’Area Cronica. Tante soddisfazioni, ma anche difficoltà. Era un progetto d’avanguardia per l’epoca. Se potessi tornare indietro rifaresti le stesse scelte e fonderesti di nuovo l’Area Cronica?

Scrivere il libro è stato utile anche per questo: io avevo una visione dell’Area Cronica e di tutto quello che avevamo fatto un po’ tragica, un fallimento generale. Mi sono sempre rilanciato per questo, per dimostrare, sia a me che agli altri, che quello che abbiamo fatto è stato un passaggio fondamentale più che un fallimento.

Parlando con amici storici, loro mi hanno sempre ricordato che ero io a vederla in maniera negativa, ma che per chi l’ha vissuta da supporter Area Cronica ha avuto un impatto assolutamente positivo.

Avere quella visione, viverla con noi – che poi non era di riflesso perché sentiamo davvero il pubblico come energia che ci dava una mano davvero a tenerla viva tutta quella cosa – creava unione: eravamo tutti un po’ sulla stessa barca.

Tormento
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Il fatto che ci fossero di mezzo investimenti e soldi, che il più delle volte non rientravano, aveva intossicato un po’ tutto. Però era più per la voglia che c’era di andare avanti: non è tanto non aver fatto i soldi, ma non aver avuto i soldi per poter fare quello che veramente volevamo, o comunque essere stati fermati dopo appena due anni di produzione.

Penso comunque che tutte le esperienze che ho fatto, tornassi indietro, le rifarei allo stesso identico modo, perché poi ti rendono la persona che sei oggi e soprattutto ti insegnano tante cose: non tanto a non fidarti degli altri, ma a trovare il modo di non essere arrabbiati e il ricercare l’incontro con chi ti sta intorno.

Le nuove generazioni riconoscono il valore di quello che è stato Area Cronica?

Sembrano super irrispettosi, alle volte inseriscono nei loro testi anche per battuta dei riferimenti a queste “cose da vecchi”, però a me non è mai capito con nessuno di loro di sentir parlare male di quel periodo.

Sono uno di quelli che sta molto a contatto con le nuove generazioni: Neima Ezza, ma anche Sfera, Ernia, Tedua, si sono sempre mostrati riconoscenti rispetto a quello che gli abbiamo dato. Stessa cosa sono contento che capiti con Marra e Guè perché anche loro riconoscono i meriti e ci ringraziano di aver compiuto uno step prima di loro, e che è servito anche a quella generazione per rendere il rap quello che è oggi.

Tormento
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Io a loro riconosco il fatto di aver inventato un altro linguaggio perché il contenuto è lo stesso, però, per non suonare come noi, ogni generazione ha dovuto inventare un nuovo linguaggio che fosse di rottura, e che quindi finiva per rompere i coglioni a quelli dell’hip hop che c’erano prima. La musica di oggi rispecchia il momento e la società che stiamo vivendo.

I loro testi a noi potrebbero sembrare stupidi o banali, ma non è così: loro stanno raccontando esattamente la realtà, la loro realtà dal loro punto di vista. Ed è differente dalla nostra che ci siamo creati dei filtri rispetto alla realtà. Noi riusciamo a dare un peso più giusto ai soldi, al successo e a quelle cose lì. Loro che la vivono in quella maniera stanno dimostrando che la società è davvero solo proiettata verso la superficialità.

Quel cavallo sembra avere le gambe d’acciaio; tranquillo si rialzerà”. Ho scelto questa frase del film Black Stallion a cui sei molto affezionato. Chiudiamo così come abbiamo iniziato. Tormento è stato perfomer, produttore, autore, produttore e tanto altro. Qual è il prossimo passo della tua carriera artistica?

Il bello di vivere come un lavoro la musica è che pian piano ti aiuta a essere multifunzionale! Capisci che solo come artista purtroppo non riesce a camparci, ma ti si aprono altre porte che economicamente ti danno la possibilità di poter fare musica.

Questa cosa mi dispiace perché io veramente vivrei in studio con i musicisti h24. E invece è proprio quello che non si riesce a fare: di avere spazi con tanta gente, poterli pagare e far lavorare tutti tranquillamente.

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Ripeto, il bello di ora è che si aprono tante porte: finito un libro abbiamo iniziato un podcast, mi piacerebbe raccontare a teatro questa “Rapciclopedia” attraverso uno spettacolo. Poi c’è il progetto dei Sottotono sempre aperto, per cui comunque uscirà fuori un nuovo singolo al più presto.

Ho la mia produzione musicale sia come Tormento, ma anche le cose underground come YOSHI. Come al solito mi dicono che faccio troppe cose, tutte troppe insieme, e poi quando le faccio uscire non si capisce mai un bel niente (ride, ndr). Mi piace fare casino, lo faccio da sempre!

Articolo a cura di: Gianluca Faliero, Cristina Breuza

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