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Intervista

Michael Sorriso, Parole Sante è il nuovo EP – L’intervista

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Michael Sorriso, MC che da anni gravita nell’underground rap italiano, dopo aver intrapreso un nuovo percorso di cui avevamo già parlato qui, ha da poco rilasciato il suo nuovo EP Parole Sante, progetto composto da 7 brani, interamente prodotto da Luke Beats.

Il lavoro abbraccia svariate tematiche, servendosi di un flusso old school perfettamente incastonato nelle sonorità sporche ma attuali, proposte. Contenutisticamente valido, esso ci sprona, attraverso la visione critica del protagonista, a porci tutta una serie di domande sulla società odierna. Non mancano gli episodi più conscious o hip hop. Ecco tutto quello che l’artista ci ha raccontato!

Per leggere alcuni testi di Michael Sorriso, clicca qui!

Ciao Micheal, benvenuto! Parole Sante è il tuo nuovo EP e trovo che il titolo sia molto evocativo poiché offre immediatamente una chiave di lettura all’ascoltatore. Ci racconti la genesi dietro questa scelta?

Ciao a tutti e innanzitutto grazie per lo spazio e l’attenzione. Il titolo è stato suggerito dall’artista visivo Woc, che ha sentito le canzoni quando erano ancora dei provini.

L’idea di fondo è stata quella di”sacralizzare” il progetto, elevandolo al di sopra del mero prodotto musicale, utilizzando una frase che ha sì un significato profondo, ma che viene spesa principalmente come modo di dire per confermare una qualche verità lapalissiana. A ogni traccia abbiamo poi accostato un santo e una sua immagine, presa da un libro di fine ottocento sulle vite dei Santi.

Credo che la catarsi della scrittura sia una sorta di esperienza extrasensoriale e in questo EP ci sono vari frangenti in cui il classico nemico immaginario da rapper, viene identificato nell’altissimo. Non sono credente, ma mi affascina molto la simbologia cristiana e il fatto che l’arte si sia sviluppata esclusivamente al suo interno per qualche migliaio di anni.

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Da dove nasce l’idea di agganciarti alla frase contenuta nella Medea di Seneca?

A ogni avvenimento importante che scuote il nostro modo di vivere, senza intaccare lo status quo, mi sorge spontanea la domanda “Chi ci guadagna?”. E pensare che Seneca non aveva conosciuto né il capitalismo né il lobbismo statunitense.

Ho questa idea distorta dell’umanità in cui le persone fanno le cose per un tornaconto e sono pronte ad affossarsi per il potere, occultando ai più i metodi e il perché delle loro mosse. A oggi potrei passare per dietrologo, ma mi rasserena pensare che il pull di Di Pietro abbia agito cercando di rispondere alla stessa domanda.

Certo, spesso il mondo è dominato dalla casualità e dal caos e il potere si muove di conseguenza, ma mi spiacerebbe sottovalutare l’importanza di quell’1% della popolazione mondiale che detiene tutto ciò che spetterebbe al restante 99%. Da qui l’idea di sottolinearlo nel ritornello, ponendo l’attenzione su quegli avvenimenti storici e politici in cui siamo spettatori passivi.

Michael Sorriso
Michael Sorriso. ©️ Foto Ufficio Stampa

Paradosso è il pezzo più personale dell’intero progetto. A tal proposito, quanto è stato terapeutico riuscire a descrivere quei momenti tristi attraverso la musica?

Se per terapia intendiamo un diversivo che distoglie da pensieri suicidi, mi ha aiutato molto. Ho passato l’intero lockdown con mia madre malata di Alzheimer, subito dopo la dipartita di mio padre e passare ore su un foglio a scomporre parole e cercarne di nuove, è stato un modo per isolarsi dal mondo circostante e rifuggire da un dolore costante e inaffrontabile. È stato un po’ come attaccarlo ai fianchi, senza che si accorgesse di me.

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Qual è, secondo te, il ruolo primario dell’arte nella nostra società?

Anni fa lessi sui libri di scuola che la differenza sostanziale che separa l’arte da un prodotto è il movente con cui viene realizzata. L’arte è definibile tale solo se fine a se stessa, quando non viene prodotta per essere consumata, venduta, quando non viene realizzata con scopo di lucro.

Chiaro che le bollette non si pagano con le poesie che non legge nessuno, ma il compromesso per mantenere alta la valenza artistica e nel frattempo vendere, penso sia molto sottile. Fatta questa premessa e considerando quest’epoca come i nuovi anni venti, credo che l’arte debba essere degenerata, debba sconvolgere, fare incazzare e provare a ribaltare del tutto le convinzioni stantie che regolano le nostre vite.

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Michael Sorriso. ©️ Foto Ufficio Stampa

Riusciremo mai a trovare un equilibrio che unisce l’appagamento di esser compresi da una nicchia e il mainstream che punta maggiormente ai numeri?

Credo sia un fatto che la musica qui sia vista come mero intrattenimento e che, nonostante la tradizione ricca di cantautori d’eccellenza, forse anche per il ventennio di TV generalista cui siamo stati massivamente sottoposti, a oggi sia difficile veicolare qualche contenuto profondo che vada aldilà della solita sofferenza amorosa o che non riprenda l’hashtag del momento.

Mi basta però volgere lo sguardo oltralpe per vedere e ascoltare Stromae, che fa ballare milioni di persone raccontando le vite degli ultimi e degli esclusi.

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Come avete selezionato le basi adatte alle tue esigenze?

È nato tutto in modo molto spontaneo e veloce. Ci siamo trovati in studio per ascoltare un po’ di beats che aveva da parte e più della metà delle tracce sono nate direttamente li, perché da bravo grafomane avevo già parecchi testi e barre pronte.

Altri beats me li ha girati subito dopo e nel giro di qualche giorno ho concluso le parti mancanti. La selezione delle basi è stata molto semplice, perché sposavano tutte i miei gusti in toto, essendo cresciuti sia io che Luke con il sound hip hop dei primi duemila, qui rivisitato in chiave personale e contestualizzato al 2023.

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Michael Sorriso. ©️ Foto Ufficio Stampa

In futuro intendi modificare questo approccio classic al mic o è un tratto distintivo troppo importante per te?

Credo che sperimenterò anche altre modalità e metterò tutto in discussione, altrimenti rischierei di ripetermi.

Però ho ancora tante cose da dire e dopo aver rodato il mio metodo con diciotto anni di rap, sarà difficile scostarsi del tutto, sempre che la canzone in questione non lo richieda.

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