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Intervista

Nel nome di Oyoshe: A.M.E.N.

Oyoshe

Oyoshe, nome d’arte di Vincenzo Musto, è un rapper e producer napoletano classe 1991. È attivo nella scena hip hop underground dai primi anni 2000 e vanta collaborazioni di rilievo sia con artisti nazionali che internazionali. In parallelo alla sua attività musicale, Oyoshe porta avanti da anni vari progetti sociali, come i laboratori hip hop nelle carceri e nelle scuole e quello svolto con i bambini di Gaza nel 2019.

Dopo aver inciso Musica Sacra, brano in collaborazione con Rome Streetz, artista sotto contratto con Griselda, il 18 Gennaio 2024 è uscito A.M.E.N. nuovo album di Oyoshe. Il titolo è l’acronimo di Al Mondo Esistiamo Noi. Il progetto è supportato dalle etichette Magma Music e Time 2 Rap. A.M.E.N. è composto da 18 tracce e contiene al suo interno le collaborazioni di Speaker Cenzou, Livio Cori, Lucariello, Kiave, Luca Spenish, Drimer, Fabio Musta, Dj Snifta e il rapper americano Copywrite.

Oyoshe ha raccontato che A.M.E.N. vuole raccogliere quel ‘noi’ che nutre la necessità di rispecchiarsi in una musica che vuole emozionare e dare coraggio, in modo da poter dire ‘Ci Siamo’, in una società distratta in cui si va a smaltire sempre di più il contenuto per dare priorità ai risultati e alle statistiche. L’artista ha messo tutto se stesso in un mix di emozioni, messaggi, e musica hip hop.

Noi abbiamo avuto l’opportunità di intervistare Oyoshe e porgli qualche domanda inerente al nuovo album. Prima di passare all’intervista, schiaccia play ed ascolta A.M.E.N.

Ciao Oyoshe e benvenuto su lacasadelrap.com. L’album si intitola A. M. E. N. acronimo di Al Mondo Esistiamo Noi. Perché hai scelto proprio questo titolo?

Ho sicuramente avuto un’evoluzione nella musica che produco e che vivo, ma ho sempre mantenuto una costante che ho riscontrato già dai miei esordi nel movimento hip hop: quella di differenziarsi. Con questo progetto voglio ampliare il mio range di ascoltatori, ma senza perdere quella radice che mi tiene legato a chi crede nelle mie stesse idee, e si è rispecchiato fino a oggi nei miei progetti musicali e sociali.

È anche questo progetto che mi ha portato a uscire dalla mia zona di confort, per mettermi alla prova e dare dimostrazione di quel ‘’noi’’ che resta in una determinata posizione per scelta e non per condizione… ci si mostra capaci di poter intraprendere anche i linguaggi in continua evoluzione della musica, e di conseguenza di accettarli, ma reinterpretandoli e portando acqua al proprio mulino, fonte di un messaggio ben preciso, quello che l’hip hop è più di una musica, e chi ne vive ne subisce una mutazione identitaria veramente forte.

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A.M.E.N. parla a chi ancora compra e ascolta i dischi, a chi non ha abbassato la sua soglia di ascolto, e chi usa la musica come fonte per identificarsi, trovare coraggio, sfogarsi.

Per il ritornello di Disegno ti sei ispirato a quello di Freccia di Rancore?

Assolutamente no. Tendo spesso a spaziare metaforicamente e cercare di rappresentare con la mia musica anche oltre il ramo dell’appassionato delle rime e le tecniche. La disciplina del disegno l’ho incontrata ancor prima della musica.

Alle elementari ero quello che disegnava i personaggi dei fumetti agli amici, fino a frequentare l’istituto d’arte. Musicalmente sono principalmente influenzato dal rap americano, e questo brano l’ho prodotto e scritto ispirandomi a Nipsey Hussle.

Sarebbe bello che qualche digger o ascoltatore accanito riuscisse a capire da quale brano ho preso ispirazione per la linea melodica del ritornello. Per me ispirarmi ai miei artisti preferiti è una sorta di mantra, un modo anche per riconoscere e citare. Nell’album sono tante le citazioni al cinema, ai libri e ai miei artisti preferiti.

Oyoshe
Oyoshe

Oyoshe, l’album è ricco di collaborazioni importanti. Come nascono i featuring e qual è il filo conduttore che li lega al progetto?

Il filo conduttore è principalmente il rispetto che ho verso gli artisti che ho coinvolto, e il legame di amicizia che c’è. Ho vissuto bene o male esperienze non solo in studio con i presenti nell’album. Con Kiave siamo entrambi parte della rete Keep It Real con l’associazione Dasud, con Speaker Cenzou ho l’onore di collaborare da tanto tempo e nei miei progetti più significativi è sempre stato presente.

Anche con quelli con cui c’è una distanza effettiva, ci sono state esperienze di condivisione come con Spenish, con cui ci conoscevamo già da tempo e volevamo mettere a terra qualcosa, e ci siamo riusciti coinvolgendo anche Lucariello. Il rapper americano Copywrite, che ascoltavo già dai tempi dei Megahertz, si è mostrato disponibile e interessato. Insomma, nel mio disegno non li ho fatti rientrare seguendo gli interessi e le statistiche, ma secondo un criterio che potesse generare un’energia vera e un interesse reciproco nel fare le cose.

Sempre un me analizza le varie personalità che caratterizzano la mente umana. Come pensi si possa trovare un equilibrio tra le identità?

Il messaggio dell’album è condotto da una forte passione e riconoscenza nei confronti della cultura hip hop. Oggi, grazie a essa, artisti come me hanno trovato anche un’identità professionale oltre il mercato discografico. Dico questo perché, oltre a formarci caratterialmente, questa musica, con la sua trasmissione di messaggi e di idee, riesce a essere anche un’occasione di crescita e di sviluppo personale.

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Ho quasi praticato tutte le discipline dell’hip hop, anche solo per divertimento, e mi hanno sempre lasciato qualcosa di costruttivo. Tramite le esperienze sociali in ambito laboratori musicali, ho maturato una sensibilità maggiore e le discipline dell’hip hop riescono ad accostarsi ad ogni tessuto sociale, e più volte ho scoperto lati della società che magari da cosi vicino non avevo mai fronteggiato, come l’esperienza a Gaza o i laboratori in ambiti di carceri e comunità.

La mia penna scrive da me, ma non solo per me. Nelle mie rime ci sono le sfaccettature anche di tutte le persone che ho incontrato nella vita e con cui ho condiviso esperienze, positive e negative. Con questo brano volevo sottolineare le molteplici soluzioni che la passione e la dedizione per il fare qualcosa mi hanno ispirato.

Oyoshe
Oyoshe

Skit, scratch e una ricerca musicale mirata accompagnano il progetto. Ci racconti qualche retroscena sulle strumentali?

La più assurda è sicuramente ‘’Pitt E Fuje’’. Il brano è una sorta di richiamo ad ‘’Adrenalina’’, brano che evoca il mio elogio ai graffiti e ai writer. In ‘’A.M.E.N.’’ anche stavolta volevo rappresentare questa disciplina, ma non facendo di nuovo un brano che la elogiasse, ma che la raccontasse, quindi quale miglior modo se non lo storytelling.

Ho praticato anche io la disciplina, e avventure me ne sono capitate. La struttura e lo stile del brano si rifanno molto al brano di ‘’Stand Up’’, infatti porta lo stesso campionamento, ma di un’epoca e di una band diversa. Nell’album ho cercato di smaltire quanto più possibile i sample, per avere un timbro differente e fare un’esperienza con tutti i musicisti di cui sono circondato, tra la scena di Napoli e i giovani talenti dei miei laboratori.

Ho convocato quindi Liliana, la giovane corista presente anche su ‘’Par ‘e vulà’’ e Enzo D’Alena che ha suonato il sax. Dj Snifta anche stavolta ai tagli, che cita i 13 bastardi e Dj Gruff, e la chiusura che richiama al finale di “Adrenalina” e “Harlem Nights”. Drew Trax che si è occupato del mix, ha anche contribuito all’editing e alla composizione del brano ricreando insieme a me la struttura e la timbrica del sample.

Pitt e fuje è, appunto, una dedica al writing. Oggi, questa disciplina come viene percepita in Italia? Meriterebbe più spazio secondo te?

É sempre stata una disciplina che ha generato nei praticanti un forte radicalismo. Primordialmente nasce come la disciplina ‘’illegale’’ quindi chi la praticava si è sempre messo realmente e pericolosamente in gioco, per un ‘’gioco’’ appunto, per una passione, o meglio una megalomania, ma anche per un ideale.

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L’ho praticata in diverse forme, e mi ha suscitato emozioni belle ma non solo. Oggi ha anche il suo spazio come impegno sociale e di rigenerazione urbana, riuscendo a dare una piattaforma più istituzionale a un’arte che è sempre stata mal vista, di nicchia e sottovalutata, ma credo che inevitabilmente non perderà mai il suo lato sovversivo, rivoluzionario e di rottura.

Da dove nasce la dedica ad Otis Redding nella collaborazione con Drimer?

È nata per il back 2 back al microfono, nello studio 4 Raw City Sound quando Drimer è stato ospite alla nostra jam Back To The Style. Ci è piaciuto immedesimarci sul beat come Jay Z e Kanye in Otis.

Nell’album, il dialetto napoletano è preminente. Come valuti la sua evoluzione nel rap italiano?

Più che essersi evoluto, il rap napoletano è stato finalmente riconosciuto, ma ci sono ancora alcune falle culturali, che non permettono realmente di far emergere e capire tutte le sfaccettature che compongono le genuine caratteristiche dei napoletani, e io confido tantissimo di rappresentare queste con la mia musica e il mio modo di scrivere e fare rap.

Vengo dai tempi in cui nelle battle in giro per l’Italia mi sfrecciavano spesso: ‘’parla Italiano, non ti capisco’’. Il fatto di rappare sia in italiano che in napoletano mi diverte, e credo che questa cosa a noi artisti di Napoli ci dia un tocco unico, ed è anche grazie a questo che si sta generando questa nuova contaminazione e wave a Napoli.

I napoletani hanno un forte senso di appartenenza al territorio, e la parola ‘’RAPPRESENT’’ nell’hip hop è come una legge, dunque vedere i nuovi artisti di Napoli che raggiungono vette del mainstream con brani completamente in dialetto mi incoraggia parecchio, perché è la lingua della terra da cui provengo, e per me, che sono nato e cresciuto in un quartiere “popolare”, è sicuramente tra i modi più sentiti e profondi per esprimere determinati concetti ed emozioni, pur non mancando mai di brani e testi completamente in Italiano, che è una lingua altrettanto complessa, forbita e che amo.

E per restare in tema: Al Mondo Esistiamo Noi Napoletani che rappiamo (bene) in italiano (ahaha)… un saluto a Lacasadelrap, grazie per il supporto da tanto, vi abbraccio, pompate “A.M.E.N.”!

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