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Intervista

Murubutu, “Letteraturap talk che scopre i romanzi attraverso il rap”. Intervista

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Il rap può diventare letteratura? Con Murubutu sì. Si parla proprio di rap letterario. Ossia quando il rap si unisce alla letteratura e da questo felice incontro nascono rime ricercate, raffinate, urgenti, perspicaci, non scontate, ma anche inquietanti.

Molte delle canzoni di Murubutu s’ ispirano alla grande letteratura e alla storia, includendo anche le rivendicazioni socio-politiche attuali. Come ad esempio la recente canzone in favore del rapper Toomaj Salehi: condannato a morte da un tribunale rivoluzionario iraniano. Nella scena italiana, in generale, questo tipo di rivendicazioni latitano nei testi. Le canzoni privilegiano un mood disimpegnato, superficiale, individualista e macista.

Lo stesso non si può dire delle canzoni di Murubutu in cui il messaggio e l’impegno rivestono un’importanza centrale. Le rime di Murubutu sono da sempre articolate, complesse, profonde: mai banali. Il contenuto trionfa sul clichè.

Con Murubutu la cultura viene rielaborata e ricreata in modo efficace. In occasione del suo nuovo talk LETTERATURAP. Abbiamo avuto l’onore di fargli alcune domande sulle potenzialità del rap letterario, sui possibili usi educativi del rap, sulle tesi di Laurea scritte sulle sue canzoni, sull‘immaginario patriarcale dei testi rap italiani, sulla poca voglia di esporsi su questioni scomode e note… e sulle novità in arrivo.

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Il rap letterario di cui tu sei il principale esponente fa scoprire nuove potenzialità al rap?

Il rap letterario è un approccio al rap in grado di far scoprire nuove potenzialità al genere. Attraverso la contaminazione con la letteratura può infatti accedere a stili, registri, vocaboli e soprattutto contenuti che nel rap classico non esistono.

Murubutu il rap si presta a tanti usi. Cosa significa per te usare il rap come strumento educativo?

Usare il rap come strumento educativo vuol dire usare tutto il suo potenziale comunicativo per portare contenuti, che possono determinare un accrescimento culturale in chi ascolta. E quindi favorire una evoluzione sia a livello lessicale che contenutistico.

Sui testi che hai scritto sono state sviluppate diverse tesi di laurea. Quante?  Che cosa hanno rappresentato per te ? perché?

Direi che siamo ad una ventina di tesi dedicate alla mia musica. Per me è una grandissima soddisfazione. Prima di tutto, per l’interesse che c’è nei confronti della mia scrittura. In secondo luogo, perché non è scontato per il rap avere un riconoscimento letterario anche in ambito accademico.

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Le tesi sono molto interessanti perché hanno ognuna una curvatura diversa in base al tipo impostazione da cui partono: linguistico, storico, semiotico, filologico… Alcune più tecnico, alcune più emozionale, alcune più contenutistico, altre più lessicale.

Hanno tanti tagli diversi che derivano dal diverso approccio delle discipline. Leggo tutte le tesi che mi dedicano, per me è anche un momento di grande arricchimento personale. A volte inserisco alcune di queste riflessioni anche all’interno dei miei talk.

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LETTERATURAP è un talk dedicato al legame tra narrativa e rap di che cosa si occuperà?

Letteraturap è un talk che si concentra sulla scoperta dei romanzi attraverso il rap. La capacità che ha il rap, il genere musicale che più lavora su metrica e retorica, di avvicinare alla conoscenza di correnti e opere narrative.

C’è la tendenza tra le giovani generazioni a leggere sempre meno e ascoltare, però, sempre più musica: i dati e i numeri lo dimostrano. Ecco, il rap può aiutare attraverso citazioni, descrizioni, registri vari ad avvicinare, incuriosire rispetto ai contenuti dei romanzi e portare le giovani generazioni verso la lettura.

Un esempio classico può essere Infernum, l’album che ho realizzato con Claver Gold, che avvicina alla conoscenza dell’opera in modo alternativo, non sostitutivo rispetto ai manuali ma con una rilettura che prova ad incuriosire su quelli che sono i contenuti della prima cantica di Dante.

Murubutu da che cosa nasce questo talk?

Il rap ha tutte le potenzialità per essere una forma di narrativa. Si tratta di mettere in relazione questi due mondi e di farli arrivare ora alle giovani generazioni, ma anche a quella parte della cultura che ancora fatica a riconoscere il valore della scrittura nella musica, e in particolare nel rap, al pari di altre.

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Come immagini il futuro del rap come genere letterario?

Io ho notato ultimamente anche nel rap più superficiale, quello di puro intrattenimento, la ricerca di un ampliamento lessicale. Questo tendenza è molto interessante dal punto di vista stilistico e letterario e può favorire l’emancipazione del rap da genere povero nel vocabolario, spesso legato solo allo slang o a un bacino di vocaboli ristretto e prevedibile.

Parlare di rap come genere letterario a sé, secondo me ad oggi, non è ancora possibile, però è qualcosa che attraverso l’impegno dei/delle rapper potrebbe arrivare ad anelare a questo. Pensiamo al Premio Tenco a Marracash, ma anche a tanti riconoscimenti minori che ci sono stati per questo genere.

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Viviamo ancora in una società fortemente violenta sessista, patriarcale e omo-bi-lesbo-transfobica. Molte canzoni rap oltre che raccontarla, ne perpetuano stereotipi patriarcali, sessisti e omo-bi-lesbo-transfobici: rendendoli belli, accettabili e desiderabili. Sono potremmo dire “conservatrici”. Non mettono in discussione certi stereotipi. Come mai secondo te non c’è la volontà di cambiare seria?

Il rap non è tutto uguale. Però è vero, nella maggior parte dei casi perpetua questo modello e lo fa con un compiacimento innegabile, che sicuramente in Italia avviene principalmente per derivazione.

Il rap italiano infatti ha sempre faticato molto ad emanciparsi dalla emulazione continua di stili e soprattutto contenuti del rap d’oltre oceano.

Nel perpetrare questo approccio, in modo ludico, estetico e spesso caricaturale non si accorge di consolidare realmente questa visione. È un discorso che deve essere affrontato seriamente, non nascondendosi dietro il dito della libertà di espressione.

Tu sei uno dei pochi rapper che si è esposto concretamente su Toomaj Salehi, rapper iraniano condannato a morte per essersi opposto alla dura repressione del governo di teocratico di Teheran al movimento femminista “Vita, donna, libertà”. Nato dopo l’omicidio di Mahsa Amini…  Perché in generale c’è poco impegno culturale e politico da parte dei rapper italiani?

Sì, è vero. C’è poca volontà di esporsi dal punto di vista politico, su questioni decisamente urgenti e visibili. Per vari motivi: primo perché esporsi e prendere posizione è sempre divisivo e quindi fa perdere followers e consensi.

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In secondo luogo perché parlare di politica in questa quotidianità di giovani molto disaffezionati alla politica, che ritengono la politica un argomento avulso dai loro interessi e dalla loro bolla profilata, può rischiare di farti etichettare come un rapper noioso che quindi rischia nuovamente perdite numeriche. Infine, perché è evidente che la centrifuga comunicativa che caratterizza la nostra società ci ha, in buona parte, desensibilizzati.

Rispetto alla questione di Toomaj Salehi c’è anche una lettura molto semplicistica, ma diffusa, evidenziata criticamente sulla rivista Internazionale: sostenere la critica al regime iraniano, vuol dire criticare un nemico di Israele e quindi, per un sillogismo perverso, essere dalla parte d’Israele: una lettura assolutamente demenziale ma che purtroppo attecchisce.

Perché secondo te molti rapper non sviluppano attraverso la loro arte, come ad esempio ha fatto Macklemore nel suo recente brano Hind’s hall, una critica sociale generale. Ad esempio delle pessime condizioni delle carceri italiane, preferendo dare voce a singoli episodi, come l’arresto di Baby Gang?

In parte riconducibile alla risposta precedente. Si cercano sempre delle posizioni facili.

Quindi difendere Baby Gang, cioè prendersela con il sistema, la polizia, con i soliti nemici più o meno immaginari dei pezzi rap, è molto più semplice e sicuro che sviluppare delle analisi, delle proteste più ampie e articolate su quelli che sono gli scenari geo-politici.

Si tratta sempre di prendere posizioni che non siano divisive, contestabili e troppo complesse. E quindi: Baby Gang è da difendere, Toomaj Salehi no.

Ci daresti qualche anticipazione su qualche progetto futuro?

Sto lavorando su diversi versanti. Il talk Letteraturap si svilupperà in varie date quest’estate e quest’inverno. Contemporaneamente sono impegnato nel tour con la Moon Jazz Band, un live in cui presento il mio repertorio riarrangiato da questi giovani jazzisti molto talentuosi: faremo alcuni festival quest’estate e i teatri quest’inverno. Ci sono nuovi featuring in uscita imminente e un nuovo album in arrivo nel 2025. 

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