21 aprile 2019
Approfondimenti

Ascesa di un mito: LeBron James e l’impatto sulla NBA

>Loris Bellitto Loris Bellitto
Marzo 20, 2019

Poche figure hanno rivoluzionato il mondo dello sport in maniera trasversale come ha fatto lui.
Era dai tempi della leggenda, del GOAT, di sua maestà, di colui che ha creato un marchio riconoscibile ad ogni latitudine che non si vedeva una cosa simile.
Una figura che ha scisso in due fazioni tutti gli appassionati, chi lo amava (ed ha continuato a seguirlo, con qualsiasi casacca indossasse) e chi lo odiava, lo haterava, senza mezzi termini.
Ma gli va dato atto di essere uno dei più grandi giocatori della storia della pallacanestro, se non forse IL più grande.
L’alieno LeBron James è sbarcato su questo pianeta ben sedici anni fa, ai tempi il mio cellulare nemmeno aveva la fotocamera ed Instagram non esisteva… Ne sono successe di cose.
Ripercorriamo la sua carriera, i suoi adattamenti al gioco, i suoi successi (tanti) e le sue delusioni (poche) in questo approfondimento, diviso in due parti.
Lasciatevi accompagnare dalla nostra playlist ad hoc, e buona lettura!

Saranno ben pochi a dimenticarsi la sera del 26 giugno 2003 e ciò che accadde al Madison Square Garden di New York. Come ogni anno, una delle arene più esclusive dell’intera America (insieme solo allo Staples Center di Los Angeles) si vestiva a festa per accogliere le nuove leve del draft NBA, quei ragazzi in uscita dai college universitari che, nelle attese di tutti gli appassionati, sarebbero state le superstars del prossimo ventennio di pallacanestro, americano e mondiale.
Quell’annata, al contrario di altre future, non fu così ricca di talento e profonda, tant’è che l’unica steal of the draft fu Kyle Korver da Creighton, scelto dai Nets (che lo hanno immediatamente girato ai 76ers) e che in questo momento continua a bombardare da 3 indossando la canotta di Utah.
Fu una serata storica, e non (o almeno, non solo…) perché vide i Pistons bruciare un preziosissimo second pick per selezionare il lungo serbo Darko Milicic, meteora se ce n’è mai stata una e enorme flop, cui tutt’ora a Detroit patiscono le conseguenze di quella follia…
No, fu storica perché pochi minuti prima che salisse Milicic sul parco del Garden fece il suo ingresso nella lega delle stelle colui che nei successivi vent’anni avrebbe polverizzato parecchi record, scritto molte pagine di storia di questo sport, ergersi a icona non solo sportiva, ma globale: quel ragazzo, allora diciannovenne, da Akron, Ohio, era un giovane Lebron Raymone James. E da quella sera l’NBA non è stata più la stessa…

Genesi

Non era ancora l’epopea dei superteam come la stiamo vivendo adesso: ad est dominavano i Pacers di Artest (che poi diventò Metta World Peace, transitato anche dalle nostre parti tra Cantù e Venezia) e Jermaine O’Neal, mentre ad ovest c’era più incertezza, oltre al DynamicDuo Kobe-Shaq, nel Minnesota Kevin Garnett riuscì a vincere il titolo di MVP.
Le finals furono una questione a due tra i Lakers e i Pistons, con la squadra del Michigan che riuscì a prevalere in 5 partite, tenendo lo stellare attacco purplegold a poco meno di 80 punti a partita. Fu il trionfo di Billups, poi nominato MVP delle finals, ma anche di Prince, dei fratelli Wallace, di Hamilton…

Per aspera ad astra

Il ragazzone che abbiamo visto prima, quello vestito total white che dopo essere stato selezionato ha abbracciato affettuosamente la madre Gloria, diciamo che non è entrato nel mondo dei grandi in punta di piedi, anzi…
I Cleveland Cavaliers erano, fino al 2002, una franchigia abbastanza anonima e, notoriamente, perdente (salvo escludere la parentesi 91/92, che li vide sconfitti in finale di Conference dai Bulls di Jordan). Basti pensare che l’ultima annata pre-LeBron li vide vittoriosi solo in 17 partite, sprofondati a fondo classifica e senza nessuna possibilità di futuro se non la draft pick.

La stessa draft pick che catapultò la cittadina dell’Ohio su tutti i notiziari ed i giornali sportivi per il decennio successivo e il dominio di James agli occhi del mondo. Il 23 chiuse la sua rookie season a 21-5-6 di media, che gli sono valsi uno scontato premio come rookie of the year, ma non bastarono a trascinare i Cavs ai playoff, nonostante le 35W, quasi il doppio dell’anno precedente!
Un binomio, quello tra i Cavs ed il loro nuovo gioiello, che sembrava indissolubile: LeBron si sentiva a casa, era nato e cresciuto ad Akron, pochi km dal lago Erie, ed ha frequentato il college di St. Vincent-St. Mary. L’Ohio ha cresciuto il suo ragazzo, e James stava portando alla ribalta quella stessa terra che così poche soddisfazioni sportive aveva ricevuto in quegli anni (ricordiamo che i Browns sono tuttora una delle franchigie più derise della NFL, stesso dicasi per gli Indians della MLB).

Un do ut des che ha riportato la franchigia nei radar di tutta l’America, in un crescendo culminato nel biennio 2008/2010. Dopo aver perso alle Finals in 4 gare dagli Spurs nel 2007 (chiuse a 22-7-7 di media, nonostante il 35.6% dal campo) al Re venivano riconosciute soprattutto due lacune all’interno del suo background offensivo: il ristretto range di tiro (coach Popovich gli lasciò ampio spazio per sparare da 3pt durante le Finals, e la percentuale di tiro l’avete letta poco sopra) ed il pochissimo gioco in post basso, nonostante la sua stazza gli permettesse di avere mismatch favorevoli contro tutti i pari ruolo.
Ma, nonostante ciò, queste carenze non gli impedirono di portarsi a casa l’MVP per due anni di fila, entrambi a quasi 30pt di media, ma terminati entrambi ben presto, senza la possibilità di giocarsi il titolo fino in fondo…

La sensazione che tutti avevano era che mancava qualcosa: la concorrenza era tanta, troppa, meglio attrezzata e preparata per andare a colpire il bersaglio grosso. Nemmeno il più grande di tutti era riuscito a conquistare il Larry O’Brien, a Michael servirono dei comprimari, serviva qualcuno in cui avere fiducia, non poteva caricarsi tutto l’onere ed il peso sulle sue spalle…
Forse per LeBron era arrivato il momento di abbandonare la sua Itaca, il desiderio di vincere era molto più forte rispetto al collezionare premi individuali. Era giunta l’ora di salpare, e chissà se un giorno avrebbe potuto riabbracciare la sua Penelope…

The Decision

Uno show televisivo per annunciare la sua firma, per dichiarare al mondo che “I’m going to take my talents to South Beach and join the Miami Heat.” Iron Man aveva bisogno di Capitan America e Thor, Batman di Aquaman e Flash… Anche LeBron si è accasato in Florida, sotto l’egida sapiente di Pat Riley, per fare compagnia ad un Chris Bosh nel prime della sua carriera e ad un Dwyane Wade (già, proprio il Flash di cui aveva bisogno Batman…) che non ha avuto dubbi sul rifirmare con la squadra che lo aveva scelto 7 anni prima.

Responsibility

You either die a hero, or you live long enough to see yourself become the villain.





La massima di uno dei più riusciti film sui supereroi (e no, se non la cogliete non voglio nemmeno conoscervi, come direbbe qualcuno….) calza decisamente a pennello per il momentum della carriera di Lebron. Non volendo morire da eroe nella sua Cleveland, ha preferito attaccarsi un bel bersaglio grosso dietro la schiena, grosso quanto l’intera Florida, e diventare il cattivo di turno, quello da criticare, da bersagliare, da attaccare, da distruggere. E l’intera stagione 10/11 ha vissuto su questa storyline, dopo la falsa partenza (9-8 il record a fine novembre) e l’ascesa, fino a spodestare i Celtics dal trono della Eastern e giocarsi le Finals contro i Mavericks di un ragazzo tedesco, antitesi se ce ne fosse una della figura di James

I Mavs vinsero quel titolo in 6 gare, col fattore campo a sfavore, e tutti i corvi si apprestarono a banchettare sul cadavere di LeBron e dei suoi compagni, al primo fallimento dopo la costruzione del superteam. Ma era solo il preludio ai successi delle stagione seguenti… Gli Heat sconfissero tutto e tutti: i problemi addominali di Bosh durante i playoff 2012 (che costrinsero James ad adattarsi nel ruolo di lungo, dando migliori spaziature e più pericolosità al quintetto di Spoelstra), gli acerrimi nemici di Boston, i nuovi rivali di Indiana (con gare passare alla storia, come questa), ed in finale la futura nemesi Kevin Durant ed i suoi Thunder e l’anno seguente una rivincita con gli Spurs, sei anni dopo quel titolo perso in Ohio

Due titoli vinti in tre anni, parecchi tifosi fatti ricredere dopo lo scetticismo iniziale, record su record visti stracciare a livello individuale…
Ma la carriera di LeBron aveva ancora tanto da dire, tra colpi di scena, nuovi amici ed anche qualche momento no.

Stay tuned, a breve anche la seconda e conclusiva parte di questo approfondimento, non perdetela!