20 agosto 2018
Interviste

Il bambino soldato racconta le convinzioni e le insicurezze di Lowlow

>Giulia Volpe Giulia Volpe
giugno 12, 2018

“È un disco rap, io sono un rapper ed è molto importante rivendicare questa mia identità. Penso, e sono abbastanza sicuro, di avere un progetto che in questo momento in Italia non c’è. Il rap da cui prendo ispirazione io è quello elitario, tecnico. Sono cresciuto studiando i migliori, indipendentemente dalle distinzioni di genere o di periodo che molti appassionati di Hip Hop fanno: la gente con un dono nell’incastrare parole, nell’incastrare rime, nel creare punchline. Cos’è una punchline? È ciò che differenzia me dal resto del rap in Italia, sono le rime d’impatto che, tramite un concetto originale, un gioco di parole, un virtuosismo, catturano l’attenzione dell’ascoltatore. Io ho dichiarato di essere il più bravo a fare rap e, per me, non è neanche un’affermazione particolarmente coraggiosa, perché lo sono, da quando avevo 18 anni.”

Con questo ego trip, Lowlow inizia a presentarci quello che è il suo secondo album, fuori l’8 giugno 2018 per Sugar: “Il bambino soldato”, un disco composto da dieci tracce e una bonus track, contenuta nell’edizione speciale per Mondadori.

Lowlow definisce questo come il momento creativo migliore della sua vita, grazie anche all’incontro con Big Fish, risultato illuminante perché gli ha consentito di ampliare il suo raggio d’azione: accanto alla componente letteraria, alle citazioni di libri e film, alla natura oscura e all’ambizione – tutti elementi già presenti nei precedenti lavori – emergono altri lati della sua personalità, ugualmente forti, grazie alla collaborazione con il produttore. Fin da subito i due si sono sentiti legati da una comunione d’intenti che ha permesso l’instaurarsi di un rapporto umano dove i reciproci consigli non sono mai stati visti come un’invasione di campo.

Il contributo di Fish ha aiutato Giulio a mostrare il suo lato più divertente e ironico: “Questo è un disco che è una bella bomba al fosforo e farà vedere molti lati di me oltre alla scrittura” – dichiara infatti. A riprova di ciò, porta ad esempio Basso basso, seconda traccia dell’album: è una canzone tagliente, però è colorata e può arrivare ad un pubblico vasto. Lowlow la paragona ad i di Kendrick Lamar, essendo una dichiarazione d’amore verso se stessi. Durante la nostra chiacchierata, infatti, Lowlow aggiunge che la title track dell’album è la sua traccia preferita, ma va ancora più fiero dell’essere riuscito a scrivere pezzi come Basso basso e Bipolare, perché totalmente fuori dalla sua comfort zone ma allo stesso tempo più vicini alle sonorità di quelli che saranno i suoi lavori futuri, perché intenzionato ad arrivare a sempre più persone.

“Io non sono mai stato supportato dai pionieri, eppure mi conosce chiunque, perché sono bravo, perché sono ambizioso, perché do fastidio.”

Per lui l’autosuggestione ha un enorme potere: è cresciuto con il mito di Muhammad Alì che affermava: “Ero il migliore lo dicevo ancora prima di sapere di esserlo”, e riprende questo concetto ne Il bambino soldato, dove suggerisce che: “Per essere speciale devi sentirti speciale”.

Lowlow però ci tiene a specificare che, nelle persone come lui, la fiducia in sé che ostenta proviene da un’insicurezza di fondo, di cui ha imparato a parlare col tempo sconfiggendo la vergogna. Dentro di lui, infatti, convivono due mondi e due visioni di sé: da una parte si sente al di sopra di tutto e tutti, dall’altra ha una grossa fragilità, come si evince anche dal testo, molto ironico, della già citata Basso basso. Giulio infatti sente di avere dei lati contraddittori ed è proprio ciò che contribuisce a renderlo una persona interessante.

Ad anticipare l’uscita dell’album è stata la terza traccia, Pillole, in cui racconta con grande schiettezza anche le sue parti più oscure ed è stata per questo motivo accolta dal pubblico come una dimostrazione di coraggio, anche se Lowlow non l’ha vissuta come tale: pur definendosi una persona abbastanza strategica, per lui la stesura del testo è stata naturale, sapeva infatti che in questo disco avrebbe dovuto raccontarsi. Questo processo è risultato più immediato anche grazie alla scrittura del libro Tutti zitti. Devo dire una cosa (Mondadori), che gli ha permesso di imparare maggiormente ad esporsi e raccontarsi in prima persona grazie ad un processo di autoanalisi.

Lowlow si dice parecchio cambiato rispetto all’album precedente, pur non sentendosi ancora completamente stabile come persona. La rabbia, la voglia di dimostrare il suo valore e il suo forte sentimento autocritico sono ancora presenti e, a volte, gli impediscono di vivere a pieno i successi che è riuscito ad ottenere. Le battaglie del bambino soldato sono però qualcosa di più grande della musica, sono infatti volte all’affermazione di se stessi. Uno degli obiettivi raggiunti di cui parla è l’andare a vivere da solo a Milano, città che ha sempre apprezzato per la musica, la moda e le ragazze. Non può dirsi ancora felice, ma sta costruendo le basi per qualcosa di più grande.

La sua vita personale è talmente sacrificata ai suoi obiettivi, alla sua vendetta e ai suoi sogni di gloria che non ha tempo per nient’altro: “Avrei qualcosa da festeggiare, lo stanno pensando tutti, ma io non ce la faccio. Io sono un ninja. Io sto a casa e penso a come ucciderti”.

L’incontro con Lowlow si conclude nello stesso modo in cui è iniziato, con un’ennesima autocelebrazione. Lui ritiene che Il bambino soldato sia il miglior disco rap degli ultimi 10 anni, ed essendo un’affermazione molto significativa, abbiamo cercato di ottenere dei chiarimenti, ma il ragazzo continua sulla stessa linea e ribadisce:





Per me è come dire che l’acqua è bagnata. Se parliamo di rime, di punchline, di incastri, di flow, di sicurezza… Io scrivo queste cose così. Io sono il migliore da quando avevo 18 anni, perché ho studiato ogni singolo rapper italiano rispettandolo e ho preso un pezzo da ognuno di loro. In questo momento, se facciamo 16 barre contro 16 barre, io mi scopo chiunque, a pecora. È un dato di fatto. Sono più bravo, li conosco i rapper bravi in giro adesso e fanno una fatica a scrivere quelle cose… Per me è tutto facile. La differenza è come quella che passa tra un grande giocatore e Messi: un grande giocatore gli arriva una palla alta, col primo controllo la stoppa, col secondo/terzo dribbla l’avversario, tira e fa goal; Messi con lo stop ti ha già dribblato, prima che ti sia accorto che sei una pippa ha già fatto goal. Io sono Messi.

Se sia un tentativo di autosuggestione, una mossa di marketing per far parlare di sé o davvero una convinzione di Lowlow non ci è dato di sapere, ma sicuramente le sue affermazioni non possono che far sorridere (o incazzare) un ascoltatore del genere con un minimo di bagaglio culturale. Certo, è un disco che presenta diverse sfaccettature e riesce a dare uno spaccato sui mondi interiori dell’artista, ma molto lontano dall’essere ciò che Giulio millanta peccando leggermente di tracotanza: l’elemento innovazione e originalità non è tale da lasciare veramente il segno al primo ascolto, ma nemmeno al decimo.
Le tematiche della sofferenza psicologica, della dicotomia tra fragilità e superbia, e degli psicofarmaci sono state affrontate da numerosi rapper sia nello stivale che al di fuori dal confine italiano e l’album “Il bambino soldato” non riesce a colpire, risultando sviluppato quasi sulla base di cliché: vengono citati farmaci e posologie che danno quasi l’impressione di essere buttati lì a caso; “Bipolare”, pur portando nel titolo un disturbo dell’umore, viene sviluppata in modo abbastanza superficiale, descrivendo più il concetto di incoerenza che quello di bipolarità, errore frequente nel linguaggio comune.
Le dichiarazioni di Lowlow non sono giustificabili nemmeno dal punto di vista tecnico, con rime taglienti ma non troppo, d’impatto ma anche no. In generale l’album ha il gusto di già sentito e complessivamente risulta un né infamia né lode.

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