19 agosto 2018
Interviste

Alborosie, la Giamaica, l’Italia e il nuovo album Unbreakable

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luglio 27, 2018

In occasione della partecipazione al Flowers Festival di Alborosie abbiamo avuto il piacere di approfondire con l’artista, che quest’anno festeggia i 25 anni di carriera, alcuni aspetti del suo viaggio nel mondo della musica.

In questa intervista per lacasadelrap.com abbiamo affrontato diversi temi, dall’ultimo disco di Albo, Unbreakable, alla collaborazione con i The Wailers, passando per il cambiamento della scena reggae italiana negli anni e della visione dell’Italia da un punto di vista di un italiano all’estero, fino al business della musica in Giamaica e di tanto altro.

Buona lettura!

A cura di Giulio “Nukleo” Capuani

Ciao Albo, partiamo dal tuo ultimo album Unbreakable, che vede la collaborazione con i The Wailers (Aston ‘Family Man’ Barrett, Junior Marvin e Tyrone Downie), ma anche ospiti come Beres Hammond, Jah Cure Chronixx e J Boog. Tutti artisti con cui hai un rapporto di amicizia prima che artistico e lavorativo e quindi con cui più volte hai detto che le cose nascono piuttosto spontaneamente.
Quanto conta in un percorso artistico, prima di poter arrivare a far accadere le cose spontaneamente, la fortuna, il genio, l’organizzazione e la pianificazione?

Be’ vedi, io sono sempre stato piuttosto disorganizzato come tipo di approccio, amo l’improvvisazione e non la pianificazione ma penso che il mio percorso sia stato piuttosto una “benedizione divina”. Credo che ognuno di noi sia “predestinato” e quindi in un modo o nell’altro le cose che sono state previste per noi troveranno il modo di accadere.

In numerose interviste italiane vieni presentato come ambasciatore della Reggae Music italiana nel mondo. Cosa ne pensi di questa investitura? Ti senti ancora italiano, giamaicano o più cittadino del mondo?

Io sono nato in Italia e questo è il paese da cui vengo, la Giamaica ormai è la mia casa, è dove mi sento a casa dove ho costruito la mia famiglia, ma ormai come hai giustamente detto tu, mi sento cittadino del mondo perché la mia visione è diventata globale.
Sai, per me è come vedere le cose dall’alto di una montagna e l’Italia è solamente una parte di questa veduta. Io sinceramente non mi riconosco nell’investitura di ambasciatore della Reggae Music italiana nel mondo perché questa è una visione tipicamente italiana, che credo non esista così radicata in nessuna altra parte del mondo. In Italia c’è questo attaccamento viscerale al luogo di provenienza, forse perché a 40 anni tanti stanno ancora a casa con la mamma, mentre all’estero già a 18 anni, se non prima, i ragazzi iniziano a cavarsela da soli e ad allargare le vedute viaggiando e confrontandosi con persone di altri paesi. La mia missione ormai è globale e io mi sento solamente un gran lavoratore, che come tanti si alza la
mattina e lavora duro per produrre la propria musica e trasmettere il proprio messaggio.

Sei nato in Sicilia e sei finito a vivere in Giamaica, quale è il tuo legame con le due isole?

La Sicilia è la terra dove sono nato, ma come ti dicevo prima, l’attaccamento alla terra è un aspetto tipico dell’italiano. Per me è una terra magnifica, dove le persone ogni volta che torno a fare un concerto mi dimostrano un grosso affetto e mi accolgono calorosamente. La Giamaica per me è dove ho la mia famiglia, dove mi sento a casa e dove spesso porto anche i miei genitori. Lì ormai ho il mio studio, i miei amici e la mia vita. Ho una casa a Kingston perché nell’Isola, sai, è li che ci sono tutti i principali contatti per il business, e poi ho una casa nel Portland dove la situazione è molto più tranquilla e dove quando voglio rilassarmi vado a pescare.

Come è cambiata la scena Reggae italiana da quando hai iniziato ad oggi e come vedi l’attuale scena dei gruppi reggae italiani?

Be’, io quest’anno festeggio i 25 anni di carriera musicale e sono cambiate tantissime cose. Ho iniziato in un periodo in cui questo genere musicale era legato ai centri sociali e al movimento delle posse e c’erano gruppi come i Pittura Fresca, Mau Mau, Suoni Mudu che oggi neanche esistono più. Oggi tutto questo movimento e tanti dei vecchi luoghi dove si andava a suonare sono chiusi, ma in particolar modo è la situazione sociale e l’attenzione agli ideali a cui tutto questo era legato che sono cambiati; la scena reggae italiana, per quello che posso percepire io dall’esterno, mi sembra ormai ridotta all’osso. La mia situazione è particolare perché ai nostri concerti c’è sempre tanto pubblico che viene a fare festa con noi e ad ascoltarci, ma questo non vuol dire che il Reggae e la sua scena stia godendo di buona salute. In questo momento, non seguendo più direttamente da vicino, l’unico gruppo che vedo che sta ottenendo un buon riscontro sono i Mellow Mood e un gruppo sardo che se non ricordo male sono i Train To Roots.

 

Nei concerti dell’Unbreakable Tour è comparsa sul palco Dub Station, da dove è nata questa esigenza?

A me piace introdurre nel live show sempre elementi nuovi, e già da tempo stavo pensando a come integrare all’interno di una performance con gli strumenti suonati una parte di Dub Session, che è un aspetto di cui mi occupo in studio, su progetti produttivi specifici ma che fino ad ora non avevo mai riproposto dal vivo. La difficoltà principale era capire dove e come inserire la parte dub per far sì che il concerto e il pubblico mantenessero lo stesso livello di energia.

Nella costruzione del Live Show, quanto viene pensato in funzione del divertimento del pubblico e quanto come viaggio personale?

I nostri non sono live, sono feste! Vedi, io suono diversi strumenti in studio, ma quando vado sul palco voglio avere solo il microfono e non essere ingessato, per esempio da una chitarra al collo, voglio solo cantare e divertirmi con il pubblico, la mia band e gli altri artisti/amici che sono venuti magari a trovarmi in quella data del tour. Dopo 25 anni sono come un pilota di jet, conosco perfettamente al millimetro come comportarmi e cosa fare per divertirmi e per far divertire il pubblico che viene a fare festa con noi, quindi in realtà non ho neanche più la necessità di pensare.

Nei tuoi testi ci sono stati spesso riferimenti alle scelte di politica globale, ma anche chiari riferimenti alla situazione politica italiana, come in ‘Mr. President’, un brano del 2009 presente nell’album Escape from Babylon. Come vedi le cose ad oggi?

Credo che l’Italia in questo momento stia vivendo una situazione politica molto complessa e di estrema incertezza, uscendo da un ventennio che ha fatto terra bruciata e che non saprei dirti in quale direzione potrebbe evolvere in futuro. Vorrei risponderti raccontandoti questo piccolo aneddoto: proprio ieri stavo pensando a questa cosa e ripensavo che durante il concerto a Padova mentre ero sul palco, ad un certo punto, avrei voluto spendere due parole sulla situazione politica italiana, ma guardando il pubblico e l’energia positiva che si respirava ho preferito non dire nulla e continuare con la musica.

Sono tornato da poco dalla Giamaica e ho avuto la percezione che nell’Isola tu fossi molto meno conosciuto che all’estero, come mai? Ho forse avuto una percezione sbagliata?

La Giamaica, come ti dicevo, per me è casa, e i Giamaicani mi conosco prevalentemente per la collaborazione con Etana, che è stata molto trasmessa dalle radio dell’Isola. Nelle radio giamaicane passano prevalentemente dancehall, anche se ultimamente stanno dando sempre più spazio anche ad artisti con produzioni più roots come Kabaka Pyramid e Protoje e altri di questo filone. Il circuito del Reggae Business legato alle radio giamaicane è un ambiente che richiede un certo tipo di lavoro con cui non mi interessa avere a che fare, anche perché smuovendo certe cose sarei costretto poi a muovermi con tutto un certo tipo di entourage, mentre a me interessa vivere tranquillo e girare serenamente.
Io il mio lavoro preferisco produrlo a casa e portarlo fuori.
“Ricordati che io rimango pur sempre un bianco agli occhi dei neri e un nero agli occhi dei bianchi.”