17 febbraio 2019
Interviste

Walk This Way di Simone Nigrisoli: intervista all’autore

>Cristina Breuza Cristina Breuza
Gen 16, 2019

Simone Nigrisoli è un giornalista pubblicista che si occupa di arte, cultura, cronaca e politica. Recentemente ha pubblicato un saggio molto interessante intitolato Walk This Way. La subcultura Hip Hop dagli Stati Uniti all’Italia.

La redazione de lacasadelrap.com l’ha intervistato per voi: se la recensione vi ha incuriosito, non perdetevi anche questo approfondimento!

Nel proprio percorso personale, quando ci si avvicina ad una controcultura come l’hip hop e si decide di fare attività giornalistica su questa, c’è sempre un episodio che fa accendere un interesse, nascere una passione e quindi un impegno – anche di ricerca – personale su di un certo argomento. Per te che cosa è stato?

Sono un ex musicista e ho sempre frequentato ambienti musicali con artisti che suonavano generi diversi. Ho sempre notato che i b-boy avevano un legame particolare con la loro musica, che andava oltre quello che facevano sul palco e li condizionava anche nella vita di tutti i giorni. Mi sono sempre chiesto cosa ci fosse di magico dentro la cultura hip hop, quindi non c’è stato un episodio in particolare.

Quando ho iniziato a leggere “WALK THIS WAY – La subcultura Hip Hop dagli Stati Uniti all’Italia”, ho avuto l’impressione, fin dalle prime pagine, che ti volessi rivolgere direttamente all’ambito accademico italiano come per invitarlo a riflettere in modo approfondito sulla subcultura Hip Hop. Il libro, infatti, è introdotto da Roberta Bartoletti, una delle professoresse che a livello accademico si è maggiormente occupata di subculture. A livello generale, però, tale tema non è stato molto esplorato, giusto?

No, a parte un testo del linguista Arno Sholz, che tra l’altro mi è stato molto utile, non abbiamo molto materiale sull’hip hop italiano, ma nemmeno sulle nostre subculture in generale. Il mio libro prende spunto da una tesi di laurea e infatti l’impronta è molto accademica. È rivolto principalmente agli appassionati di hip hop, ma ho riscontrato anche molti apprezzamenti da alcuni professori di sociologia. Il mondo accademico italiano si sta aprendo piano piano alle subculture, e spero che il mio testo possa fare la sua parte. Da quel che mi risulta esistono solo 7 libri in Italia che parlano di subculture, tra cui il mio.





Quali pensi possano essere alcune delle ragioni della marginalità nella riflessione accademica sulla subcultura Hip Hop in generale e sul rap italiano in particolare?

In Italia tutto ciò che è collegato alla musica viene considerato come roba da “perditempo”, ma questo non solo nelle università, quasi ovunque. Se avessi fatto una tesi sul rinascimento italiano, copiando cose già scritte da altri, mi avrebbero tutti applaudito e fatto i complimenti. Ho fatto una tesi di laurea sull’hip hop, cercando di far capire l’importanza socioculturale di questa subcultura e il suo potenziale comunicativo. Pensavo di aver scelto un tema innovativo ma non ho percepito molto entusiasmo dagli addetti ai lavori. Una volta lessi sul libro di Fabri Fibra che in Italia se fai un lavoro inerente alla musica per tutti stai cazzeggiando. Ecco, mi sono rivisto moltissimo in quelle parole.

L’Hip Hop, essendo un mix di discipline che si riconoscono in valori universali come “Peace, unity love and having fun”, è tra le varie cose anche uno strumento educativo. Tu stesso ricordi che è una sub-cultura che ha prodotto più arte e cultura al di fuori del suo contesto di molte altre forme artistiche. Pensi che possa essere usato come strumento per limitare alcuni dei processi di impoverimento culturale che caratterizzano la nostra società, come ad esempio, tra i tanti, l’intolleranza verso le “diverse diversità” che si vedono nello scenario urbano e di provincia?

Penso che l’hip hop possa certamente dare una speranza a chi nasce in contesti urbani di provincia, questo sicuramente, ma non credo che appiattisca del tutto le diversità. Chi vuole essere intollerante lo sarà sempre e comunque anche se ascolta rap. Certi problemi che esistono nella cultura italiana, tra cui razzismo e bigottismo, sono difficili da risolvere, e non penso che l’hip hop rappresenti la panacea. Oggi stiamo attraversando un periodo storico molto tragico da questo punto di vista, non basta la musica rap e la cultura hip hop per uscirne, ci vorrebbe l’impegno sociale dell’intera comunità. Almeno questo è quello che penso.

In quanto giornalista, pensi che i vari media in Italia riescano a dare chiavi di lettura adeguate di questa cultura glocale qual è il rap? Mi riferisco anche alla polemica attorno al concerto di Sfera Ebbasta.

Assolutamente no. Da giornalista posso dire che Il giornalista italiano medio vede l’hip hop come una roba da ragazzini, ovvero un qualcosa che segui prima di “mettere la testa a posto” e diventare adulto, dove inizierai ad ascoltare musica “seria”. Se fosse successo a qualsiasi artista della scena pop mainstream quello che è successo a Sfera, tutti i giornalisti si sarebbero concentrati sul dolore dell’artista, e magari avrebbero organizzato incontri con i genitori delle vittime in prima serata tv. Sfera invece è stato trattato quasi come uno stupido, e non se lo meritava. Penso che lui abbia sofferto molto per quel che è successo. Oggi ho letto che una mamma vuole querelarlo, e questa cosa mi fa davvero molta rabbia. I media hanno un forte potere sulle opinioni delle persone. Se le mamme se la prendono con Sfera, la colpa è anche di come si sono comportati i giornalisti, e delle falsità che hanno scritto su di lui in quei giorni. Il giornalista a volte pensa di essere un adulto che educa dei bambini, e in quei giorni il frame comunicativo è stato: “Ascoltare Trap non solo vi porta sulla cattiva strada, ma vi fa incappare anche in situazioni pericolose”. Davvero uno scenario squallido.

A proposito di storie e di dinamiche italiane, hai in programma un libro ancora più focalizzato sull’analisi e la descrizione della scena italiana?

Non penso. Il mio prossimo libro tratterà di tutt’altro.
Ti ringrazio.