26 marzo 2019
Interviste

I Poeti Estinti sono tornati: l’intervista a DJ Fastcut

>Chiara Cinti Chiara Cinti
Feb 22, 2019

Lo scorso gennaio l’etichetta Glory Hole Records ha pubblicato Dead Poets II, il secondo capitolo tanto atteso del progetto ideato da DJ Fastcut. In un periodo musicale nel quale la Trap si è impossessata di gran parte della scena, è doveroso porre l’accento su questo progetto. Questo secondo capitolo riafferma tutto ciò che avevamo ascoltato nel primo lavoro di Fastcut: professionalità, qualità, stile, rabbia, argomenti e tecnica. Ma c’è molto di più oltre alla mera musica dietro, così abbiamo deciso di contattare proprio il creatore di questo magnifico album per farci spiegare le dinamiche umane dietro la musica.

Da cosa è nato originariamente il progetto Dead Poets?

Dead Poets nasce prima di tutto ispirato ai vecchi classici, progetti come 950 o 60hz, album che mi rendevano orgoglioso di supportare la scena. Vedere tanti artisti così ben raccolti in un solo album mi dava un’idea di grandezza della scena, di coesione tra mc, DJ e produttori. Purtroppo negli anni ho visto e sentito svanire velocemente quest’aria, che si respirava nel 2000 o ancora prima; l’arrivo del mercato mainstream all’inizio sembrava una buona cosa, finché non si resero conto che in realtà erano solo alla ricerca di nuovi fenomeni da baraccone da lanciare sul mercato. Alcuni seguirono la stessa linea sulla quale costruirono la loro immagine per anni, rispettando quasi religiosamente i principi e i valori della cultura Hip Hop, altri decisero di fare soldi a qualsiasi condizione, dando vita ad una serie di artisti, anzi no, di MC, anzi nemmeno, ad una serie di manichini nelle mani del mercato. Ora ci troviamo da qualche anno in questo marasma di trap o tap, di real o fake, di rapper da strada e rapper da Instagram; soprattutto, ci troviamo con una scena smembrata completamente. Dead Poets è nato con la speranza di riunire le nostre forze e tornare a fare quello che sappiamo fare meglio, IL RAP. Mi sono detto “visto che ha funzionato per tanti anni, perché mai non dovrebbe funzionare oggi? Perché mai dovrei accettare di sentire ragazzini che mi dicono “ il rap è morto”?” Perché abbiamo smesso di comunicare a loro e soprattutto tra di noi, ci siamo dimenticati che il rap è una missione e non solo un genere musicale. Abbiamo il dovere di parlare di argomenti scomodi per le tv per le radio, ci siamo sempre fatti portavoce del disagio, delle periferie e delle difficoltà della vita, ed anche il pubblico ha sentito molto questo cambiamento negli anni; hanno visto mancare i loro rappresentanti nel momento di maggior bisogno. Ora siamo qui, ci siamo ancora, i Poeti Estinti non sono mai spariti, avevano solo momentaneamente spento il lume della ragione; ora ci siamo riuniti e siamo pronti a far parlare di nuovo il Rap italiano, pronti a trasmettere quello spirito di collettività che è sempre stato un elemento fondante del rap.

Indubbiamente il primo capitolo ha riscosso un enorme successo, qual è stata la motivazione che ti ha portato a proseguirlo e soprattutto ad espandere così tanto la classe di artisti? La sua realizzazione è stata influenzata da qualche fattore esterno?

Ho voluto proseguire la saga perché ho visto un riscontro positivo e molto forte, percepito sul web e dal vivo. Penso che abbiamo creato qualcosa di importante e non penso sia una buona idea metterci sul divano ed aspettare altri 6 o 7 anni prima di un’altro capitolo; soprattutto volevo continuare e raddoppiare la presenza di MC, per far notare come un piccolo progetto possa diventare una causa da abbracciare tutti quanti. Voglio farne un punto di forza per la scena, mostrare alla gente che siamo tanti e uniti, dare speranza a molti per il futuro della musica rap italiana.

In quanto tempo ha preso forma DP II?

Due anni precisi: qualche mese per la produzione dei beat, un paio di mesi per contattare tutti gli MC e decidere come gestire i feat, il resto del tempo è passato in attesa delle strofe, con correzioni, cambi di direzione, scratch, mix, nottate di merda e sopratutto una marea di strofe da montare.

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Come ti approcci agli emergenti durante il processo creativo? Li assecondi o cerchi di indirizzarli al fine di estrapolare le loro skills migliori?

Gli emergenti che ho nei Dead Poets sono stati inseriti perché ero già a conoscenza delle loro capacità e sentivo il dovere di dargli una possibilità, in quanto credevo e credo ancora molto nel loro potenziale. Proprio per questo non ho mai interrotto la loro creatività, mi sono fidato di loro, al massimo esponevo la mia idea riguardo l’argomento del pezzo, o in base al beat scelto gli davo un titolo, per indirizzarli sulla mia idea. Un MC che ho seguito più in particolare è stato Wiser, mi ha colpito molto dai primi ascolti dei suoi brani 3 anni fa; con lui ho voluto fare una scommessa e vedere se veramente questo ragazzo aveva le capacità di diventare un pezzo da 90 del rap italiano, ci è voluto un po’ per trovare la sua strada ma alla fine credo abbiamo fatto le scelte giuste. Ho anche dei bei progetti in cantiere con Poche Spanne, seguo il lavoro grime di Cui Prodest e aspetto i primi ascolti per il disco di Fake Therapy; nel frattempo cerco di riportare in scena Mask, che dopo un periodo difficile sembra pronto a tornare in studio. A breve voglio iniziare il lavoro di EMERSKILL con i ragazzi vincitori dei Contest4Feat, anche lì ne sentirete delle belle.





In DPII spiccano tre figure femminili: Phedra, Leslie e V’aniss, quest’ultima presente anche nel primo capitolo. Come vedi la figura femminile in una scena prettamente maschile come il mondo del rap? Nonostante siano più che all’altezza dei loro colleghi maschi, hai notato differenze nel confrontarti, a livello lavorativo, con delle donne al mic?

La scelta del brano con solo donne era doverosa ed è proprio il pezzo stesso la risposta alla domanda. Volevo smentire queste voci sulle donne nella scena rap, non per forza bisogna avere due coglioni e un cazzo per comunicare con le persone; a volte quello che dice una donna, proprio perché non detto da un rapper uomo, attira ancora di più l’attenzione all’ascolto. Ovviamente anche nella scena femminile ci sono ragazze dal talento davvero discutibile, ma ce ne sono anche moltissime talentuose e con una grinta da non invidiare assolutamente all’altro sesso. Vista anche la – purtroppo – poca attenzione nei loro riguardi, sono stato felice di lavorare con due MC come Leslie e Phedra, che si sono gettate a capofitto sul brano senza farmi aspettare mesi e mesi e mesi. Volevo soprattutto accostare la voce di mia moglie V’aniss ad altre colleghe questa volta, ero sicuro che si sarebbe sentita più a suo agio nello scrivere, anche nell’ottica di eventuali performance dal vivo.

I tanti artisti presenti nel disco sono un gruppo eterogeneo, vuoi per lo stile, vuoi anche per la fascia di età, eppure sembrano incastrarsi perfettamente l’uno con l’altro mantenendo l’album fluido traccia dopo traccia. Ritieni che sia stata la tua considerevole esperienza a permetterti di gestirli in modo così egregio o attribuisci questa buona riuscita anche ad una gran dose di empatia?

Sicuramente è in parte empatia, ma questa si è creata con il mio intuito: mettere in contatto determinate persone per una determinata idea di brano è stato un duro lavoro, solo ascoltando molto i brani di tutti mi sono fatto una idea di possibili collaborazioni. La gente vuole sempre il feat tra i loro artisti preferiti, come tutti; anche io vorrei vedere Joey Badass e gli MOP, ma alla fine bisogna anche fare i conti con vari fattori. I tipi si conoscono? Si stanno sul cazzo? Scrivono e scelgono i beat in maniera simile? Ma soprattutto, vogliono collaborare? Non è stato facile, ma alla fine siamo riusciti a far felici tutti senza grandi sforzi, e questo credo sia stato soprattutto merito della mia conoscenza di determinati artisti e l’intuizione di unirli ad altri. Fortunatamente gli MC raccontano molto di loro nei brani, questo è stato un ottimo punto di partenza per la scelta delle combo.

Probabilmente sei una figura importante del rap italiano da cui molti possono imparare. Come consideri te stesso? Ritieni di poter e dover ancora imparare molto o sei alla ricerca di qualcosa di originale?

Considero me stesso una produttore che ha capito cosa vuole e cosa può fare con le giuste persone. Mi ritengo all’inizio di quella che potrebbe essere una buona carriera musicale, ho ancora moltissimo da imparare, come credo di avere ancora moltissimo da dare; ora che ho più sicurezza nella mia musica voglio produrre e sfornare album come se non ci fosse un domani. In questo periodo di nuovi generi o rami del rap, non mi metto certo a fare trap, ma sicuramente da quella posso trarre spunto e farla mia a modo mio. Alla fine ‘sto rap non si ferma mai, siamo in continua evoluzione e bisogna essere bravi a non dimenticare le origini, ma al contempo a non suonare troppo vecchi e a far riconoscere da lontano un tuo brano. Nel prossimo album di Wiser ho messo vari brani molto classic e potenti, così come ne ho messi altri che mostreranno un nuovo lato di Fastcut, più moderno, ma che accontenta tutti. Presto ascolterete, non abbiamo fretta.

Quello che mi preme è che continuino a crescere persone intenzionate a dare un seguito a questa scena quando i nostri big lasceranno i palchi, confido molto negli emergenti.

Visti i live che stai facendo in giro per la penisola, stai trovando un riscontro, da parte del pubblico, tanto positivo negli show dal vivo quanto quello ricevuto con l’uscita del disco?

A dire il vero il riscontro che ho dal vivo mi sembra molto più forte di quello che mi ha trasmesso la pubblicazione! Molta gente mi ringrazia e ci ringrazia di portare avanti un determinato tipo di rap in un scena completamente allo sbando, di portare avanti dei valori e soprattutto di farli saltare per 2 ore anche più. Il live che ho strutturato con DEAD POETS 2.0, ovvero Sgravo, Wiser, Mattak e Funky Nano, credo sia stata la mia miglior scelta di combinazione mai fatta da quando produco. Tra noi si è creato qualcosa che va oltre il semplice condividere un palco, c’è una sintonia quasi magica, dovuta anche al legame creatosi in varie circostanze indimenticabili. Questa sicurezza data dallo stare insieme sul palco rende lo show divertente per noi e per il pubblico, si respira gioia e rap quando siamo insieme, e questa serie di Cypher che stiamo portando avanti con i ragazzi di TruePassion sono una dimostrazione del potenziale.

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Chiara Cinti
Il mio primo incarico fu quello di costruire le navi che portarono gli Achei a Troia, ma con la crisi che c'è, ho preso a farne solo di carta e di dimensioni microscopiche. Assidua mangiatrice di lasagne e libri. Probabilmente sono l'anima gemella di Hannibal Lecter. Dite Mellon ed entrate.