17 novembre 2019
Opinioni

Persona, la regia di Marracash

>Gianluca Faliero Gianluca Faliero
Novembre 01, 2019

In data 31 ottobre esce Persona, il nuovo album di Fabio Bartolo Rizzo (a.k.a Marracash). Vi abbiamo chiesto di commentarlo anche sui nostri social, proprio qui!
Il lungo periodo di silenzio musicale dell’artista ha reso questo album un evento da attendere con gravosa impazienza sia agli occhi dei più appassionati, sia a quelli dei neofiti del genere. “Les jeux sont fait”: il king del rap è tornato!

Il titolo dell’articolo è stato scelto con intento volontariamente provocatorio, volendo giocare proprio sugli accenti di due termini: règia e regìa; è doveroso comprendere non solo la portata dell’autore a livello musicale, ma anche il ruolo di regista che, in questo particolare caso, il rapper della Barona interpreta magistralmente. 

Ci troviamo gettati in un variopinto quadro cinematografico dai toni mondani e, insieme, personalissimi. Analizzeremo lo stretto legame fra Marracash e Ingmar Bergman entrambi autori di Persona, vedendo come entrambe le figure si compenetrano e completano vicendevolmente.

Un viaggio retrospettivo

Se si vuole apprezzare a pieno questo disco, per prima cosa bisogna capire che non ci troviamo di fronte ad un semplice racconto in versi: siamo di fronte ad un quadro musicale che pone in primo piano tre soggetti ben caratterizzati. Abbiamo Fabio, cioè il piano più personale ed emotivo del rapper, “costretto” a convivere con Marracash, il suo alter ego, sprezzante e sregolato, ed infine la musica coadiuvante di entrambi. Possiamo facilmente notare l’analoga situazione nell’omonimo film di Bergman.           

L’opera cinematografica presenta anch’essa tre caratteri: la protagonista del film Elisabeth Vogler che, durante un’esibizione teatrale, scoppia in una risata frenetica ed incontenibile; abbiamo l’inesperta infermiera personale Alma che, a suo modo tenta di aiutare l’attrice ed infine l’anti-personalismo che fagocita le due individualità mescolandole in un’unica molteplice singolarità.





Cosa vuol dire tutto questo? Nell’album Persona, il rapper ha come obiettivo quello di narrare una brutale lotta intestina tra sé e il suo essere artista: analizza dunque ogni elemento viscerale che compone il suo definirsi uomo. Questo disco, ad un primo ascolto viene colto solo come un gesto volto a segnare la rivalsa artistica della persona, ora invece si presenta a noi in tutta la sua crudezza.

La giusta inquadratura

Esattamente come in un film, il giusto incipit iniziale può determinare la corretta comprensione dello stesso: l’opera in versi di Marracash non fa eccezione.
La canzone di apertura Body Parts – I Denti ci porta perfettamente in questo clima ombroso e tossico dello scontro fra le due parti; l’affiancare proprio l’immagine dei denti non è casuale: la canzone è violenta, brutale: un costante digrignare nei confronti del nemico.
Il brano in questione presenta già dalle prime battute un’immagine fortissima:

“Sono su una tela, bro in pinacoteca
Come il Cristo morto, Mantegna”

Il Cristo Morto di Andrea Mantegna è una delle rappresentazioni più idiomatiche del Cristo, perché caratterizzata dalla grandiosa veridicità della scena: non abbiamo tratti ideali che rispondono alla nozione di sublime né tanto meno elementi divinizzanti; Cristo si presenta in tutta la sua umanità esattamente come il rapper in questo disco.

Barona zona 6

La lotta è incessante e non si limita al solo lato interno, ma volge lo sguardo anche alla dimensione esterna, tanto che:

“Yea, sembra che più li mando affanc*lo e più mi cercano,
perché è la mia ribellione che vogliono vendere
Giro senza guardie del corpo, i miei amici sono la guardia del corpo
Il rispetto è la guardia del corpo, quello che ho scritto è la guardia del corpo”

I versi in questione descrivono un artista che non ha ripensamenti nei confronti del passato e che riesce ad assumersi il carico di ciò che è stato musicalmente, e se da un lato questo comporta fatica, cioè il dover essere costantemente associato alla figura di king del rap, d’altro canto quelle parole, pesanti come il mondo per Atlante, rappresentano la stessa arma e rifugio contro ogni forma di difficoltà. È bello notare anche la scala valoriale di Fabio: se il secondo termine di comparazione non muta mai (la guardia del corpo), i primi si affiancano in un’immagine piena di vita e di ricordi; gli amici, il rispetto e tutto quello che ha scritto rappresentano l’unica difesa durante le situazioni difficili.

Il dover essere

“Tu vuoi essere, non sembrare di essere. Essere in ogni istante cosciente di te, e vigile. E nello stesso tempo ti rendi conto dell’abisso che separa ciò che sei per gli altri da ciò che sei per te stessa; provoca quasi un senso di vertigine il timore di vedersi scoperta, vero?”

La citazione sopra menzionata è tratta dal film Persona di Bergman e viene ripresa dallo stesso rapper milanese all’interno del disco. Qual è la linea rossa che collega questi due? 

Esattamente come nel film, l’intero album vuole essere il grido di una persona che è pervasa da un senso di incomunicabilità poetica. Sia Elisabeth Vogler che il rapper trovano difficile esprimere se stessi in senso compiuto: non vogliono più essere anima di un personaggio, piuttosto pretendono che quel personaggio si adatti ad un nuovo e più personale io.

 La difficoltà di Fabio-uomo, come anche nel caso di Elisabeth, sta proprio nel non riuscire a trasmettere e ad imporre le proprie idee nella figura artistica: è la distruzione dell’individuo in un orizzonte che diventa sempre più nichilista.

Marracash ed il Giano bifronte

Nella cultura greca, il giano bifronte è quella divinità che grazie al suo duplice viso, rivolto in direzioni antitetiche, riesce a guardare al futuro e al passato: analogamente va immaginato il rapporto tra il rapper di Barona ed Elisabeth, sono due lati di una stessa medaglia.
Se è vero che entrambi si trovano a dover combattere il loro stesso essere e a cimentarsi in questa scontro proprio attraverso l’arte, bisogna essere consapevoli che l’epilogo dei due è molto distante l’uno dall’altro.

La soluzione tra gli elementi di Bergman si determina nello bruciarsi della pellicola, in cui le due anime si miscelano totalmente, la frenesia prende sempre maggiore controllo sulla razionalità: il singolo sparisce in un tutto indistinto che ripete le proprie scelte e i propri errori incessantemente. La fine, però, di tutto, è segnata dalla rottura dei vari caratteri narrativi dove l’impulso di rinnegare ogni individualità personale giunge a rinnegare se stessa: l’identità personale si ricostituisce certo, ma privata di qualcosa cioè quella viziosità che la rende unica.

È Fabio, è Marracash

La triade musicale che conclude questo nuovo album è molto significativa, poiché risolve in sé il problema, cosa che Bergman non riesce a fare.

Nella parte conclusiva dell’album ci troviamo in successione tre brani che chiudono il quadro dipinto dall’artista: Madame – L’anima, Tutto questo niente – Gli Occhi, Greta Thunberg – Lo Stomaco. 

 L’anima è la base di questa nuova piramide che vivifica la persona; poi gli occhi e la vista, che rappresentano il primo modo di ottenere una conoscenza solida; ma, posta avanti a noi, vi è un nulla indistinto e questa struggente consapevolezza esaspera una reazione impulsiva che lo stomaco indica. 

Fabio esprime proprio in questo modo l’assoluta presenza della corporeità, caratterizzata dal vizio, ma che è riuscita a superare la sregolatezza incontrollata: se in Bergman vi è separazione e le due parti si disconoscono reciprocamente, in Marracash abbiamo la loro sovrappozione e l’una comprende l’altra

È dunque errato chiamare questo disco Persona: tutto questo è Fabio, tutto questo è Marracash.